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Lo stile è il modo con cui l’intelligenza si rivela senza spiegarsi

Stile, moda e costume

Lo stile è il modo con cui l’intelligenza si rivela senza spiegarsi

Giorni or sono ero nel giardino del solito bar con un amico, un vecchio pensionato come me, a goderci l’ultimo sole di fine estate, in attesa del cappuccino e cornetto. Nell’attesa ci scambiavamo preoccupate considerazioni sul travagliato tempo presente. Poi, quando sono arrivate le ordinazioni, il

Stefano Piperno11/10/2025Aggiornato 11/10/20254 min lettura863 parole

Giorni or sono ero nel giardino del solito bar con un amico, un vecchio pensionato come me, a goderci l’ultimo sole di fine estate, in attesa del cappuccino e cornetto. Nell’attesa ci scambiavamo preoccupate considerazioni sul travagliato tempo presente. Poi, quando sono arrivate le ordinazioni, il mio amico, per stemperare l’atmosfera un po’ cupa, mi ha posto in sequenza due domande: come decido l’argomento della mia rubrica sullo stile e in che relazione si pongano stile e intelligenza.

Alla prima domanda ho risposto subito: più che un come è un quando. Alla mia età capita di svegliarsi nel cuore della notte, con difficoltà a riprendere sonno, ed è in quelle ore che rimugino sull’argomento dell’articolo da scrivere, finché non lo trovo. Alla seconda ho obiettato che si tratta di due concetti astratti che non avevo mai messo in correlazione, per cui ho preso tempo e promesso che sarebbe stato il tema di un prossimo articolo. Tengo fede all’impegno con ciò che segue.

Da quella conversazione è nato un pensiero più ampio, che mi ha portato a chiedermi quanto l’intelligenza influisca sul modo in cui ci mostriamo al mondo e quanto, a sua volta, lo stile possa essere una forma di pensiero messa in atto — anzi, in scena.

Ci ho riflettuto, scoprendo che la domanda del mio amico non era affatto peregrina. Ecco dunque le conclusioni a cui sono giunto e che pongo all’attenzione degli amici lettori.

Lo stile non è solo una questione estetica: è una forma di intelligenza visiva e comportamentale. Chi possiede intelligenza, nel senso più ampio del termine — che unisce sensibilità, logica e percezione — tende a esprimersi anche attraverso coerenza formale, equilibrio, misura. Lo stile diventa allora una manifestazione esterna dell’ordine interiore.

L’intelligenza coglie le sfumature, anticipa gli effetti, sceglie con consapevolezza e traduce queste scelte in forma, gesto, tono, colore. Per questo si può dire che lo stile è l’intelligenza resa visibile, una sorta di sintesi tra gusto, empatia e lucidità. Chi non riflette su sé stesso imita; chi lo fa crea il proprio stile.

A ben vedere, dunque, si può dire che lo stile è il modo con cui l’intelligenza si rivela senza spiegarsi. Del resto il fascino, e forse anche l’innamoramento, sono espressioni di quell’intelligenza che comprende l’inconscio: l’estrinsecazione spontanea del proprio essere, un profumo emanato senza pensarci su.

Chi ha più stile è creativo — e si vede. Chi imita lo svela suo malgrado, perché è omologato a forme altrui e generalmente esibisce un’affettazione rivelatrice di scelte non proprie, costruite a tavolino. L’intuito, opposto al razionale, è il fondamento su cui si basano le scelte di stile: non solo nell’abbigliarsi, ma anche nel rapporto con gli altri e persino nelle movenze. Quanto più tutto questo viene naturale, tanto più si comunica il proprio modo di essere, che è la sovrastruttura di quello che, per semplificazione, chiamiamo stile.

Ma anche decidere di non rincorrere un’idea di stile è una scelta intelligente, nel senso di investire emotivamente in altri aspetti della vita, ritenendo che dotarsi di una riconoscibilità fatta di orpelli non sia né serio né gratificante. Il che deriva comunque da un ragionamento, e dunque coinvolge ancora l’intelligenza.

Gli anglosassoni — e gli americani in particolare — hanno la mania di codificare tutto. Lo hanno fatto anche con l’intelligenza, misurandola secondo criteri standard. Da qui l’invenzione del QI, basato su perspicacia, rapidità e attitudine al problem solving. Per fortuna lo stile, come il sapore di una pietanza o, più poeticamente, il profumo di un fiore, resta ineffabile.

Diversamente, i creatori di stili avulsi dalla persona — come nelle varie forme d’arte o di design industriale — nella loro acquisizione della tecnica applicata al lavoro devono ricorrere a lunghi periodi di studio, che impongono l’uso di scienze come matematica, geometria, fisica. Senza tali strumenti razionali, il puro estro non basterebbe. Ma anche le forme d’arte più pure, come poesia e pittura, richiedono l’apprendimento di una tecnica di base.

In conclusione, mettere in relazione biunivoca queste due astrazioni non è né un gioco dialettico né un modo per mettere insieme, come si suol dire, capre e cavoli. Spero che il mio amico consideri esaustive queste considerazioni; se mai, al prossimo cappuccino e cornetto, avremo modo di approfondirle, distogliendo per un po’ la mente dalle guerre in atto.

Visto che alcuni, bontà loro, mi riconoscono un certo stile, mi auguro di essere stato abbastanza intelligente nello svolgere il tema. In fondo, anche scrivere di stile è un modo di esercitare l’intelligenza.



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