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Trump e la radicalizzazione della diplomazia della rissa

Politica internazionale

Trump e la radicalizzazione della diplomazia della rissa

La diplomazia non scompare, ma cambia linguaggio. Dalla negoziazione prudente della Guerra fredda alla “diplomazia della rissa”, la politica estera diventa sempre più spettacolo pubblico, scontro verbale e gesto mediatico. Un mutamento che riflette un sistema internazionale più competitivo e meno disposto a nascondere la forza

Donatello D'Andrea11/03/2026Aggiornato 10/03/20268 min lettura1.613 parole
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La diplomazia non scompare, ma cambia linguaggio. Dalla negoziazione prudente della Guerra fredda alla “diplomazia della rissa”, la politica estera diventa sempre più spettacolo pubblico, scontro verbale e gesto mediatico. Un mutamento che riflette un sistema internazionale più competitivo e meno disposto a nascondere la forza dietro le parole.

Per secoli la diplomazia è stata l’arte di trasformare il conflitto in linguaggio. Non era l’assenza della forza – al contrario, la diplomazia è sempre stata una forma di potere derivato, sostenuta dalla credibilità militare degli Stati – ma la capacità di usare la parola per evitare che la forza diventasse inevitabile.

Nel sistema internazionale contemporaneo questo equilibrio sembra incrinarsi. Sempre più spesso la politica estera si presenta come spettacolo pubblico, confronto diretto tra leader, linguaggio aggressivo costruito per il consumo mediatico. La diplomazia non scompare, ma cambia forma: diventa gesto, dichiarazione, provocazione.

È in questo contesto che il saggio La diplomazia della rissa (FrancoAngeli, 2025) di Stefano Polli, Renato Vichi e Antonio Picasso offre una chiave di lettura particolarmente efficace. Il libro descrive la trasformazione del linguaggio diplomatico in uno strumento di scontro pubblico, dove la parola non media più il conflitto ma spesso lo amplifica. Le parole – come ricorda nella prefazione Giampiero Massolo – sono diventate weaponizzate, trasformate in strumenti di pressione e contrapposizione.

La diplomazia della rissa non è soltanto un deterioramento del linguaggio politico. È il prodotto di una trasformazione più profonda: l’emergere di una diplomazia performativa, in cui la comunicazione stessa diventa parte dell’azione strategica. In questo processo, l’esperienza della presidenza di Donald Trump rappresenta la forma più radicale e spettacolare di questa evoluzione.

La diplomazia come potere della parola

Per comprendere la portata di questo cambiamento è necessario ricordare cosa è stata storicamente la diplomazia.

La diplomazia moderna non nasce come alternativa alla forza ma come strumento per gestirla. La parola diplomatica è sempre stata sostenuta dalla potenza militare degli Stati, ma la sua funzione era proprio quella di evitare che la forza diventasse l’unico linguaggio possibile.

Nel secondo dopoguerra questo modello raggiunse una forma particolarmente sofisticata. Durante la Guerra fredda la diplomazia operava in un contesto dominato dalla deterrenza nucleare: le armi erano presenti, ma la loro stessa esistenza imponeva una gestione estremamente prudente del confronto tra le potenze.

In quel contesto la parola diplomatica aveva un peso enorme. Le trattative sulla distensione, i negoziati sul controllo degli armamenti, le aperture strategiche come quella tra Stati Uniti e Cina negli anni Settanta mostravano come il linguaggio politico potesse diventare uno strumento di gestione del conflitto.

Non si trattava di un mondo privo di guerre. I conflitti continuavano a esplodere in Asia, in Medio Oriente, in Africa. Ma nel cuore dell’Europa – per oltre settant’anni – la guerra tra grandi potenze rimase sospesa.

Quella stabilità non fu la norma della storia, ma un’eccezione geopolitica. Una lunga stagione in cui la parola diplomatica riuscì spesso a precedere l’uso della forza.

La trasformazione del linguaggio diplomatico

Secondo Polli, Vichi e Picasso, negli ultimi decenni questo equilibrio si è progressivamente alterato.

Il linguaggio diplomatico, un tempo costruito su sfumature, gradualità e mediazioni, è stato sostituito da una comunicazione sempre più rapida, aggressiva e polarizzata. La velocità dell’informazione, la pressione dei social network e la personalizzazione della politica hanno modificato profondamente il modo in cui gli Stati parlano tra loro.

La diplomazia si è progressivamente trasformata in una forma di comunicazione pubblica permanente. Le dichiarazioni dei leader non sono più soltanto messaggi indirizzati agli interlocutori diplomatici, ma atti performativi rivolti alle opinioni pubbliche.

In questo nuovo contesto la fermezza viene spesso confusa con il volume della voce e la complessità del negoziato viene sostituita da slogan politici facilmente riconoscibili.

La diplomazia non scompare, ma perde una parte del proprio codice. I negoziati diventano spettacolo mediatico, le conferenze stampa arene di confronto pubblico, i social network strumenti di pressione politica.

È questa trasformazione che gli autori definiscono diplomazia della rissa: un linguaggio internazionale sempre più simile a uno scontro pubblico tra leader.

La diplomazia performativa

La diplomazia della rissa rappresenta la forma più estrema di una tendenza più ampia: quella della diplomazia performativa.

Nella diplomazia performativa le azioni politiche vengono progettate non solo per il loro effetto strategico ma anche per il loro impatto comunicativo. Il gesto diplomatico diventa un evento mediatico.

Summit internazionali, dichiarazioni pubbliche, incontri tra leader sono sempre più spesso costruiti come messaggi simbolici rivolti simultaneamente a più pubblici: agli alleati, agli avversari e soprattutto all’opinione pubblica interna.

La politica estera entra così nello spazio della comunicazione di massa. Il leader non parla più soltanto ai negoziatori dall’altra parte del tavolo, ma anche ai cittadini che seguono l’evento attraverso i media globali.

Questo processo non nasce con Trump. La personalizzazione della politica internazionale e la spettacolarizzazione della comunicazione diplomatica erano già visibili da tempo. Ma è proprio con la presidenza Trump che questa logica raggiunge una forma particolarmente radicale.


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Il caso Donald Trump

La presidenza di Donald Trump rappresenta probabilmente il momento in cui la diplomazia performativa si avvicina di più alla sua forma estrema.

Il linguaggio della politica estera americana assume una dimensione fortemente conflittuale, caratterizzata da dichiarazioni aggressive, minacce pubbliche e comunicazione diretta attraverso i social network.

Non è soltanto una questione di stile. Questa trasformazione riflette anche una modifica più profonda nella postura internazionale degli Stati Uniti.

Per gran parte del secondo dopoguerra Washington ha esercitato il ruolo di garante dell’ordine internazionale occidentale, una funzione che spesso è stata sintetizzata nell’immagine – discutibile ma efficace – degli Stati Uniti come “poliziotti del mondo”.

Con Trump questa rappresentazione cambia. Gli Stati Uniti non si presentano più come custodi di un ordine internazionale condiviso, ma come potenza che regola direttamente i propri conti geopolitici, sia sul piano interno sia nella competizione globale. In poche parole, per un lungo periodo la forza è stata usata per sostenere la parola; oggi la parola viene usata per accompagnare la forza.

La diplomazia non scompare, ma assume un carattere molto più diretto, spesso conflittuale, talvolta plateale. Il negoziato lascia spazio alla pressione pubblica, il compromesso viene sostituito dall’ultimatum mediatico.

Trump non inventa questa trasformazione, ma la rende visibile nella sua forma più esplicita e traumatica.

Non sorprende che a reagire con maggiore inquietudine a questa trasformazione siano soprattutto gli europei. Per oltre settant’anni il continente ha vissuto all’interno della stabilità della pax americana, sviluppando una cultura strategica in cui la diplomazia sembrava sostituire la forza.

La radicalizzazione del linguaggio internazionale – resa evidente dalla diplomazia performativa della presidenza Trump – ha semplicemente riportato alla luce una realtà che altrove non era mai scomparsa: fuori dall’eccezione europea, la guerra è rimasta uno strumento strutturale della politica internazionale.

La fine di un’eccezione storica

La diplomazia non è mai stata un esercizio di buone maniere. È sempre stata una forma di gestione del potere, sostenuta dalla credibilità della forza militare. Per una lunga fase della storia contemporanea, tuttavia, la parola diplomatica ha svolto una funzione essenziale: contenere la forza e ritardarne l’uso.

L’Europa ha vissuto per oltre settant’anni dentro questa eccezione storica. L’equilibrio tra le grandi potenze e la presenza strategica degli Stati Uniti hanno garantito una stabilità relativa che ha fatto apparire la pace come una condizione quasi naturale. In realtà non lo era. Nel resto del mondo le guerre non hanno mai smesso di scandire la politica internazionale.

La diplomazia della rissa, descritta da Polli, Vichi e Picasso, è il segnale che quell’equilibrio si sta incrinando. In un sistema internazionale attraversato da rivalità sempre più esplicite, la parola tende a diventare uno strumento di mobilitazione politica più che di mediazione.

Va ricordato, tuttavia, che la politica internazionale non è mai il prodotto esclusivo dei leader. Sono gli Stati a determinare gli equilibri del sistema, mentre i leader ne interpretano le condizioni. Ogni fase storica produce le proprie figure politiche: non sono i leader a creare il tempo in cui vivono, ma è spesso il tempo a selezionare i leader che lo rappresentano.

Il paradosso è evidente: proprio mentre le tensioni globali aumentano, la diplomazia sembra parlare sempre meno il linguaggio della negoziazione e sempre più quello dello scontro. Non è la fine della diplomazia, ma la fine dell’illusione che la parola, da sola, possa sostituire la forza.

Eppure è proprio in momenti come questi che quella diplomazia della parola – fatta di negoziati pazienti, di compromessi difficili, di uomini e donne capaci di anteporre il linguaggio alla forza – tornerebbe ad essere più necessaria che mai. Non come alternativa al potere, ma come il suo strumento più intelligente: quello capace di trasformare la forza in deterrenza e il conflitto in possibilità di accordo.


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Un pensiero su “Trump e la radicalizzazione della diplomazia della rissa

  1. rolm dice:

    Se le tensioni globali aumentano, qualcuno avrà contribuito a farle aumentare.
    Quelle dittature, autocrazie che attraverso una maggiore pressione economica e anche militare indirettamente con le loro guerre ibride hanno trovato uno spiraglio per forzare il blocco occidentale indebolendolo dall’interno, sono responsabili di una situazione sempre più tesa e conflittuale.
    Nel momento in cui Trump utilizza la diplomazia di cautela per trovare una soluzione al conflitto in Ucraina apparendo così debole e sottomesso ai desideri di Putin in base ai nostri canoni interni, non mi pare che dall’altra parte esista la stessa maniera per arrivare a un giusto compromesso. Si cerca sempre di forzare per arrivare al massimo risultato possibile a proprio vantaggio.
    E’ vero che Trump ha incrinato i rapporti con i suoi ormai non più certi alleati europei, ma nei confronti degli altri attori internazionali e considerati più o meno pari ha cercato di utilizzare la diplomazia forse oltremodo, dando modo alle altre parti di aggirare le sue richieste o ignorarle. La cautela e l’ascolto delle altre parti possono servire, ma senza esagerare e dare l’impressione di apparire debole e quindi ininfluente ai fini di una giusta conclusione di qualsiasi questione in gioco. Una certa fermezza è anch’essa importante e persuasiva.

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