Società moderna
La cultura woke e la toponomastica in Italia
La discussione sulla cultura woke e sulla revisione dei nomi di strade e monumenti è arrivata anche in Italia, ma con caratteristiche diverse rispetto al mondo anglosassone. Tra richieste di giustizia simbolica e timori di cancellazione della storia, il dibattito sulla toponomastica diventa uno specchio delle


La discussione sulla cultura woke e sulla revisione dei nomi di strade e monumenti è arrivata anche in Italia, ma con caratteristiche diverse rispetto al mondo anglosassone. Tra richieste di giustizia simbolica e timori di cancellazione della storia, il dibattito sulla toponomastica diventa uno specchio delle tensioni tra memoria, ideologia e interpretazione del passato.
La cultura woke è un movimento sociale e culturale di origine anglosassone che si concentra su temi legati alla giustizia sociale, alla parità dei diritti e all’inclusività, spesso focalizzandosi anche su razza, genere, sessualità e altre forme di identità.
Il termine woke deriva dall’inglese to be woke, che significa essere sveglio o consapevole rispetto alle disuguaglianze e alle ingiustizie sociali del passato e del presente.
Nella cultura woke, la consapevolezza e la responsabilità nei confronti delle discriminazioni, sia storiche che contemporanee, sono elementi chiave per compiere, attraverso la proposta o addirittura l’abbattimento reale di monumenti e la cancellazione di toponimi e odonimi con la reintitolazione a posteriori, un atto di giustizia perequativa, ovvero un atto o un’azione che abbia lo scopo di eliminare le discriminazioni o comunque di sanare eventuali torti o svantaggi subiti.
La toponomastica, ovvero lo studio dei nomi dei luoghi, è uno degli ambiti in cui la cultura woke ha cercato di avere un certo impatto. Molti attivisti e movimenti hanno chiesto negli anni di rivedere i nomi di luoghi pubblici, strade e piazze che ricordano figure storiche legate a forme di oppressione, come il colonialismo, il razzismo o la schiavitù.
In alcuni casi ciò ha portato a cambiamenti di nome per rimuovere il legame con personaggi controversi, sostituendoli con figure che si presume rappresentino meglio i valori di inclusività e giustizia sociale.
Questi cambiamenti sono però oggetto di dibattito, poiché molti studiosi ritengono che modificare la toponomastica possa essere una forma di pericolosa e perniciosa cancellazione della storia, mentre altri lo vedono come un passo verso una società più equa e consapevole del proprio passato.
L’aspetto controverso è che la toponomastica deve subire, a ragione o a torto, il giudizio a posteriori, che può andare bene ed essere sensato in alcuni casi e pericoloso in altri, perché si può incagliare nel pantano dell’anacronismo storico, sempre in agguato quando ci si allontana dalla storicizzazione di luoghi, eventi e personaggi storici.
È il caso, ad esempio, del neoborbonismo, dove si è proceduto ad abbattere targhe e cancellare vie dedicate a Garibaldi e a figure, eventi e date significative del nostro Risorgimento come atto di giustizia riparativa contro il processo di unificazione nazionale, interpretato come impresa neocoloniale.
Vi sono però anche casi in cui la reintitolazione è stata una scelta sensata delle amministrazioni, come a Roma nel 2019, quando vi fu il cambio di intitolazione di alcune strade e piazze sostituendo i nomi di coloro che avevano sostenuto il Manifesto della Razza con quelli di chi si era opposto al fascismo. Va ribadito che fu una scelta razionale ed equilibrata che non ha ceduto alla cultura woke, spesso permeata da un pericoloso ideologismo tossico.
La città di Roma è stata quella maggiormente interessata negli anni passati alla sostituzione dei nomi attribuiti e collegati al fascismo attraverso i propri municipi territoriali.
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Un altro esempio di azione amministrativa che persegue il riequilibrio di genere è quello della città di Milano che nel 2025 ha deliberato l’intitolazione di alcune fontane pubbliche a personaggi storici femminili e a donne della nostra contemporaneità come Margherita Hack. Un’azione che si sottrae alla cultura woke e che rientrerebbe nel buon senso per favorire la riduzione del deficit di genere tra uomini e donne, storicamente meno presenti nella toponomastica.
In altri casi, come a Cremona, si è richiesto in passato il ripristino di una via dedicata a un pedagogista inviso al fascismo, via Francisco Ferrer Guardia.
Il regime fascista è stato infatti quello che nel Ventennio, a Reggio Calabria, ha prodotto una notevole opera di rimozione di nomi come la via Scala di Giuda e quello dell’omonimo quartiere, cancellato dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali del 1938, oltre ad altri toponimi e odonimi in diverse città che a distanza di ottant’anni sono stati ripristinati o dovrebbero esserlo.
Pertanto la cultura woke ha avuto un pessimo antesignano nella cancel culture fascista. Anche se la cultura woke si ammanta di progressismo e democraticismo dal basso, esiste il rischio che possa esprimersi come una forma di razzismo al rovescio e di discriminazione mirata e preordinata, con la costruzione di stereotipi che essa stessa vorrebbe combattere.
In Italia la cultura woke fatica ancora ad affermarsi, anche se cerca di trovare spazi sia sui social sia nel mondo dei media e nei discorsi pubblici, con risultati per ora modesti.
Ciò dipende dal fatto che la causa woke è percepita come legata soprattutto alle problematiche storiche e sociali degli Stati Uniti o di altri paesi anglosassoni, più che alla realtà italiana.
Nel mondo anglosassone si ricordano episodi come l’assalto alle statue e alle vie dedicate a Cristoforo Colombo, denunciato come genocidario e distruttore di un presunto paradiso in terra — interpretazione che molti storici considerano una semplificazione o un falso storico.
Un’altra figura storica divenuta bersaglio di contestazioni è Lord Baden-Powell, fondatore dello scoutismo. In Inghilterra l’abitazione-museo a lui dedicata è stata oggetto di atti vandalici da parte di gruppi militanti che, sulla base di alcune lettere e diari contenenti affermazioni giudicate razziste, ne hanno deturpato e gettato simbolicamente i materiali nel laghetto vicino.
È interessante osservare anche il profilo del militante tipico della cultura woke: una figura che rivendica una presunta superiorità morale e che giudica tutto e tutti, passando con grande facilità dai cortei contro il patriarcato occidentale — mentre quello islamico verrebbe talvolta ignorato o minimizzato — ai cortei propal, a quelli pro-Maduro, pro-Putin o persino pro-Khomeini, fino ai sit-in contro la Tav e contro il Ponte sullo Stretto.
A questi si aggiungono manifestazioni per la liberazione di Cuba dalle sanzioni occidentali, proteste contro statue considerate razziste e campagne civiche per cancellare vie come via Tripoli, via Adua o piazza Bengasi in diverse città italiane, ritenute simboli della violenza coloniale.
Secondo questa interpretazione, tali militanti sarebbero ideologicamente distanti dalla cultura reale e materiale della società italiana oltre che da quella occidentale.
In questo senso il mondo woke, fondato sull’idea di mettere in discussione o distruggere tutto ciò che non si conforma alla propria visione ideologica, rischierebbe di apparire più come una moda passeggera o un fenomeno da social media che come un movimento profondamente radicato nel tessuto politico e sociale del paese.
Alcuni vedono tuttavia in questa cultura un’opportunità per promuovere una maggiore consapevolezza sociale e affrontare questioni di discriminazione storica, oppure per favorire una maggiore apertura culturale nei confronti dell’immigrazione e delle religioni.
Ma in Italia un giudizio retrospettivo su secoli di storia e cultura potrebbe colpire molte opere d’arte, piazze e vie, arrivando a mettere in discussione anche figure illustri della nostra civiltà.
In casi estremi non si salverebbero neppure Dante Alighieri o Gioacchino da Fiore, due nomi tra le molte figure storiche che potrebbero subire un destino simile a quello di Cristoforo Colombo o di Baden-Powell.
In realtà, come accade in molti altri paesi, anche in Italia la cultura woke appare soprattutto come un terreno di conflitto ideologico e culturale riconducibile al post-marxismo, che avrebbe spostato la lotta di classe — ormai indebolita — verso nuovi conflitti di genere ed etnico-razziali.
Il comunismo è stato una pericolosa utopia e anche la lotta per l’eguaglianza condotta con altre prospettive può diventare pericolosa se non guidata dalla ragione e dal discernimento.
Va però ricordato che le tensioni tra modernità e tradizione sono sempre esistite nella storia. Ciò che conta è evitare che vengano esasperate e trasformate in strumenti di mobilitazione ideologica e politica.

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Il razzismo al contrario è stato usato nell’articolo come termine colloquiale e provocazione allo stesso tempo. Grazie per il suo commento.
Ma se non gli piacciono i genocidi, come mai rispettano Maometto e l’islam? Interessante poi che gli antifa copino, come mostra l’articolo, le scelte del fasciamo.
PS: non esiste il “razzismo al contrario”: se uno detesta o discrimina una razza, che si tratti di neri bianchi ciclamino o blu di Prussia, si tratta di razzismo, punto. Sarebbe come dire che se un uomo rivolge apprezzamenti volgari a una donna è sessismo, e se una donna rivolge apprezzamenti volgari a un uomo non è sessismo, o è sessismo al contrario: al contrario in che senso? Al contrario di cosa?