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Come l’attentato alla sinagoga in Michigan è stato edulcorato dai media

Antisemitismo

Come l’attentato alla sinagoga in Michigan è stato edulcorato dai media

Un attentato contro una sinagoga in Michigan viene raccontato da molte testate con un’attenzione sorprendente alle presunte motivazioni dell’attentatore più che all’attacco stesso. Titoli, contesto e omissioni contribuiscono a spostare la narrazione, fino a sfumare la distinzione tra vittima e aggressore. Quando, il 12 marzo, il

Nathan Greppi18/03/2026Aggiornato 17/03/20265 min lettura1.098 parole

Un attentato contro una sinagoga in Michigan viene raccontato da molte testate con un’attenzione sorprendente alle presunte motivazioni dell’attentatore più che all’attacco stesso. Titoli, contesto e omissioni contribuiscono a spostare la narrazione, fino a sfumare la distinzione tra vittima e aggressore.


Quando, il 12 marzo, il 41enne libanese naturalizzato americano Ayman Ghazali si è scagliato con la sua auto piena di esplosivi contro la sinagoga Temple Israel di West Bloomfield, in Michigan, era chiaro che intendeva fare una strage. Strage scongiurata dal fatto che gli uomini della sicurezza hanno aperto il fuoco e l’attentatore si è poi sparato. Fortunatamente nessuno si è fatto male, anche se all’interno della sinagoga c’erano diversi membri del personale e anche dei bambini della scuola materna.

Tuttavia, a rendere ancora più inquietante l’accaduto sono le reazioni che ne sono seguite, specialmente sulle maggiori testate giornalistiche di lingua inglese. In particolare, come viene documentato sul sito “HonestReporting”, si è cercato di edulcorare l’immagine dell’attentatore, arrivando quasi a invertire i ruoli tra vittima e aggressore.

Il caso del New York Times

A poche ore dall’attentato, il “New York Times” ha pubblicato il titolo: “Temple Israel è stata fondata nel 1941, dedicata alla formazione di uno Stato ebraico”. Dietro a questa scelta editoriale, come evidenzia “HonestReporting”, si cela una strategia ben precisa. Presentando la sinagoga in questione come un luogo storicamente legato alla nascita d’Israele, prima ancora che come un luogo di culto che include anche una scuola materna, si è cercato di razionalizzare le motivazioni dietro l’attentato.

In seguito alle proteste di numerosi lettori, sul sito del “New York Times” il titolo è stato successivamente cambiato, rimuovendo i riferimenti al ruolo nella nascita d’Israele ed evidenziando invece il fatto che Temple Israel è una delle più grandi sinagoghe riformate negli Stati Uniti.

Terrorista spacciato per vittima

Dopo che è emerso che dei parenti di Ghazali sarebbero morti nei bombardamenti israeliani in Libano, la narrazione ha iniziato a spostare l’attenzione dall’attentato in sé alle presunte ragioni del terrorista, arrivando quasi a metterlo sotto una luce positiva.

L’emittente britannica GB News, ad esempio, ha ospitato la commentatrice e giornalista freelance americana Angelina McCahey per parlare dell’attentato. Quando le è stato chiesto se negli Stati Uniti si fosse registrato un aumento degli attacchi di matrice islamista contro gli ebrei, la McCahey ha respinto questa ipotesi sostenendo che la sinagoga in Michigan non era semplicemente un luogo di culto ebraico, bensì un “tempio israeliano”.


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L’altro ospite, Stephen Kent, ha replicato facendo notare che Temple Israel è una sinagoga ebraica e che la sua affermazione era assai fuorviante. Tuttavia, la McCahey ha poi cercato di contestualizzare ulteriormente l’attacco facendo riferimento a notizie secondo le quali Ghazali aveva perso dei familiari nei raid aerei israeliani in Libano, lasciando intendere che ciò potesse giustificare la sua decisione di prendere di mira la sinagoga.

Anche Sky News ha riportato che “la famiglia del sospettato è stata uccisa in un attacco israeliano in Libano”. Titoli dello stesso tenore si possono trovare sui siti delle maggiori testate americane e britanniche: dal “Washington Post” al “Guardian”, dalla CNN alla BBC, passando per il “Wall Street Journal” e “ABC News”.

I legami con Hezbollah

Quello che almeno in un primo momento molti media hanno ignorato è che i parenti uccisi di Ghazali non erano semplici civili, ma avevano legami con Hezbollah. I suoi fratelli Qasim e Ibrahim, in particolare, erano affiliati all’associazione scout Imam Al-Mahdi, un’organizzazione giovanile di Hezbollah.

Il 15 marzo l’IDF ha inoltre confermato ufficialmente che Ibrahim Ghazali, fratello dell’attentatore che ha attaccato la sinagoga in Michigan, era un terrorista appartenente all’organizzazione sciita libanese.

Il contesto locale

Per capire come si è arrivati a questa inversione dei ruoli vittima-aggressore nella narrazione mainstream, occorre considerare da chi è arrivata l’informazione sui parenti di Ghazali morti in Libano. “HonestReporting” ha puntato il dito contro Mo Baydoun, sindaco della città di Dearborn Heights dove il terrorista era residente, il quale in un comunicato ufficiale ha affermato:

“Oggi abbiamo saputo che l’individuo responsabile dell’incidente avvenuto alla sinagoga Temple Israel di West Bloomfield era residente a Dearborn Heights. È morto sulla scena. All’inizio di questo mese ha perso diversi membri della sua famiglia, compresi suo fratello e suo nipote, in un attacco israeliano sulla loro casa in Libano”.

A parte l’aver messo in primo piano questa informazione, nel comunicato del sindaco non vi era alcuna menzione al fatto che i fratelli di Ghazali erano membri di Hezbollah.

Da notare inoltre che la vicina città di Dearborn (da non confondere con Dearborn Heights) presenta la più alta percentuale di residenti arabi negli Stati Uniti, poco meno del 55% secondo i dati dello US Census Bureau del 2020. Come spiega un’analisi del think tank americano “Middle East Forum”, le classi dirigenti locali menzionano ripetutamente nei loro discorsi i bombardamenti israeliani in Libano, ma senza mai fare riferimento al fatto che avvengono in risposta ai numerosi missili lanciati da Hezbollah contro Israele.

Osama Siblani, editore del giornale “Arab American News”, che ha sede proprio a Dearborn, ha sostenuto pubblicamente Hamas e Hezbollah in diverse occasioni.

Ironia della sorte, negli anni ’20 del ’900 la stessa città era la sede del giornale “Dearborn Independent”, di proprietà del magnate delle automobili Henry Ford, il quale pubblicava numerosi articoli di propaganda antisemita che attingevano pienamente ai “Protocolli dei Savi di Sion”. Un secolo dopo, la disinformazione di stampo antiebraico sembra sopravvivere ancora, anche se in forme diverse.


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