Politica internazionale
Zelensky, quando non hai carte ma vinci la partita
Non sempre in geopolitica vince chi parte con più forza. Conta anche chi sa leggere il contesto, adattarsi, trasformare i vincoli in leva e l'esperienza in potere. E il punto è proprio questo: le carte non bastano, se non sai giocarle. La politica internazionale non è



Non sempre in geopolitica vince chi parte con più forza. Conta anche chi sa leggere il contesto, adattarsi, trasformare i vincoli in leva e l’esperienza in potere. E il punto è proprio questo: le carte non bastano, se non sai giocarle.
La politica internazionale non è mai soltanto una questione di risorse materiali. Gli Stati dispongono di eserciti, tecnologia, economia, ma ciò che trasforma queste risorse in potere strategico è la capacità dei leader di leggere il contesto, interpretare il comportamento degli avversari e convertire i vincoli in opportunità. In altre parole, la geopolitica non è un bilancio aziendale.
È in questa prospettiva che va letta la celebre affermazione di Donald Trump secondo cui Volodymyr Zelensky “non aveva carte” da giocare nei confronti degli Stati Uniti e della Russia.
Più che una valutazione geopolitica, quella frase tradiva il linguaggio e la mentalità di un immobiliarista, di un giocatore di poker e di un operatore di borsa, abituato a leggere i rapporti di forza attraverso categorie immediate: capitale, rischio, vantaggio negoziale. In questa visione, il potere è ciò che si possiede materialmente, e la politica internazionale diventa una partita nella quale vince chi ha il mazzo più forte.
Il problema è che questa lettura, oltre a essere rozza e concettualmente lacunosa, tende a ignorare elementi fondamentali della strategia: il capitale politico accumulato nel tempo, l’esperienza operativa, la memoria storica di una società e la resilienza di un sistema politico sotto pressione. La guerra non è solo una questione di arsenali; è anche una questione di adattamento, apprendimento e capacità di trasformare la propria esperienza in vantaggio strategico. La resistenza ucraina e la traiettoria politica di Zelensky dimostrano quanto questa dimensione sia stata sottovalutata da chi continua a leggere i conflitti con categorie puramente materialistiche.
Il capitale strategico della guerra
Uno degli sviluppi più significativi della guerra in Ucraina è proprio la capacità di Kiev di trasformare la propria esperienza bellica in capitale strategico internazionale.
L’Ucraina è oggi il Paese con la più ampia esperienza operativa nella guerra contro i droni iraniani Shahed, utilizzati massicciamente dalla Russia contro infrastrutture civili e militari. Non si tratta semplicemente di tecnologia. Si tratta di dottrina militare, adattamento tattico e innovazione operativa, maturati sotto la pressione quotidiana di un conflitto ad alta intensità.
Quando Kiev invia specialisti militari nei Paesi del Golfo per assistere nella difesa contro questi sistemi, non sta soltanto fornendo assistenza tecnica. Sta trasformando la propria esperienza di guerra in uno strumento di cooperazione strategica, convertendo un conflitto esistenziale in una forma di influenza internazionale.
In termini di relazioni internazionali, il passaggio è rilevante: l’Ucraina non è più soltanto un attore che riceve sicurezza, ma diventa, in alcuni ambiti specifici, un produttore di sicurezza.
La lettura semplificata della geopolitica e il linguaggio della forza
La frase di Trump riflette una concezione della politica internazionale che privilegia la dimensione materiale del potere e riduce la complessità geopolitica a una negoziazione immediata tra attori forti e attori deboli. È una lettura che tende a ignorare la natura dinamica dei conflitti e la capacità degli attori di apprendere e adattarsi sotto pressione.
Ma il limite non è solo analitico: è anche comunicativo. Il linguaggio utilizzato da Trump – quello delle “carte”, delle vincite e delle perdite – appartiene a una retorica performativa e semplificata, costruita per produrre effetti immediati nel dibattito pubblico. È un linguaggio efficace sul piano mediatico, ma spesso rozzo sul piano strategico, perché tende a comprimere la complessità della politica internazionale dentro metafore di facile consumo.
La comunicazione politica, tuttavia, non è neutra. Il modo in cui un leader descrive un conflitto rivela il modo in cui lo interpreta e lo comprende. Ridurre la guerra a un gioco di carte significa trascurare elementi fondamentali della strategia: la resilienza delle società, la memoria storica dei conflitti, la capacità di innovazione tecnologica e il ruolo delle alleanze.
Questa semplificazione emerge anche nella lettura americana della guerra con l’Iran. Nessuno mette in discussione la straordinaria capacità militare degli Stati Uniti. Il problema non è la capacità di colpire o distruggere obiettivi strategici, ma la capacità di anticipare le dinamiche di escalation, la resilienza degli avversari e quei dettagli operativi che spesso trasformano una campagna militare rapida in un conflitto lungo e logorante.
La superiorità militare, in altre parole, non coincide automaticamente con la superiorità strategica.
La tentazione della diplomazia muscolare
A questa lettura riduttiva si accompagna una preferenza crescente per una diplomazia muscolare, nella quale la comunicazione pubblica diventa essa stessa una forma di azione strategica. È qui che entra in gioco ciò che possiamo definire diplomazia performativa: un modello nel quale la parola precede e anticipa l’azione, trasformandosi in una dimostrazione di forza simbolica che tenta di produrre effetti concreti prima ancora che intervenga lo strumento militare o negoziale.
La diplomazia performativa non è una semplice retorica aggressiva. È una pratica che si fonda sul capitale di potenza dello Stato che la esercita. Solo attori dotati di una forza militare, economica e sistemica riconosciuta possono permettersi di trasformare la parola in un gesto politico operativo. In questo senso, la performatività della diplomazia americana si basa proprio sulla credibilità della potenza statunitense, sulla capacità di far percepire la dichiarazione politica come il preludio immediato di un’azione reale.
Il problema emerge quando questo meccanismo perde misura e calibratura strategica. La diplomazia performativa funziona solo se il rapporto tra parola e azione resta credibile e proporzionato. Quando la comunicazione eccede rispetto alla capacità di tradurre immediatamente quella promessa in comportamento coerente, il rischio è che la performance produca l’effetto opposto: erosione di credibilità, logoramento delle alleanze e spazi di manovra per gli avversari.
Gli esempi non mancano. L’incontro di Anchorage con Vladimir Putin ha mostrato quanto la gestione simbolica della scena diplomatica possa diventare un terreno di competizione strategica. In quella circostanza, la postura comunicativa americana – pensata per dimostrare fermezza – ha finito per consentire al leader russo di ribaltare la dinamica percettiva dell’incontro, imponendo la propria narrativa e relegando l’interlocutore a una posizione reattiva.
Analogamente, il rapporto con l’Unione Europea mostra i limiti di una diplomazia costruita su messaggi contraddittori e oscillazioni performative: chiedere supporto strategico agli alleati e, nel giro di poche ore, minacciarne l’affidabilità o la rilevanza geopolitica. In questi casi la parola non rafforza l’azione: la indebolisce, perché introduce un elemento di incertezza nelle relazioni tra partner.
La diplomazia performativa, in altre parole, è uno strumento potente ma delicato. Funziona solo se il leader che la utilizza è in grado di distinguere con precisione il confine tra comunicazione e azione, mantenendo la parola saldamente ancorata a una strategia coerente. Quando questa distinzione si perde, la performatività rischia di trasformarsi in semplice iperbole politica. Oppure, per usare il gergo trumpiano, in un bluff che prima o poi qualcuno al tavolo finisce per vedere.
La strategia delle carte invisibili
La vicenda offre una lezione classica della politica internazionale: il potere non coincide mai soltanto con ciò che uno Stato possiede, ma con ciò che riesce a fare con ciò che possiede.
Zelensky ha trasformato l’esperienza di una guerra devastante in capitale politico e strategico, accumulando relazioni, credibilità operativa e nuove forme di cooperazione militare. Questo non rende automaticamente l’Ucraina una potenza globale, ma ne rafforza significativamente la posizione nel sistema internazionale.
È qui che ritorna la metafora delle carte. Nella politica internazionale non sempre vincono gli attori che partono con il mazzo più forte. Spesso prevalgono quelli che riescono a cambiare il valore delle carte mentre la partita è in corso, trasformando l’esperienza, la resilienza e l’innovazione in strumenti di influenza.
Quando Trump affermava che Zelensky non avesse carte, ragionava come chi guarda solo il tavolo all’inizio della mano. La geopolitica, però, raramente si decide alla distribuzione iniziale. Si decide nel modo in cui i giocatori leggono la partita, interpretano gli avversari e costruiscono nuove combinazioni mentre il gioco procede.
Ed è proprio in questa capacità di leggere la partita – più che nel numero delle carte distribuite in un singolo turno – che spesso si misura la qualità reale della leadership strategica.

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Anzitutto concordo con l’articolo del Sig. D’Andrea che sottolinea l’incapacità del pensiero strategico di Trump (io lo traduco in questo modo). Però….!! Ma….!! La condotta delle operazioni militari nel Golfo non spetta certo a POTUS, tantomeno la loro pianificazione ed esecuzione. Quindi credo sia giusto dare una bella strigliata ai soloni stellati che hanno partorito un’azione bellica senza prendere in considerazione tre aspetti: l’uso massiccio di droni, il coinvolgimento dei paesi del Golfo quale punto di pressione geopolitica ed il blocco dello Stretto di Hormuz facendo ricorso alle mine marittime. Non oso immaginare i danni per la US-NAVY di una simile superficialità nel Mar Cinese Meridionale o nella difesa della “prima catena di isole”
Descrizione perfetta della rozzezza ignorante, arrogante e presuntuosa del POTUS, non da ultimo autolesionista. Ma mancano due analogie, quella del “Las Vegas’ Gambler” e del pistolero che entra nel saloon del Far West. In una manciata di mesi ha conseguito un successo “strabiliante”: distruggere i rapporti con i Paesi tradizionalmente alleati, in prospettiva agevolare la Russia, ma sopratutto la Cina. E all’interno del suo Paese forse si sta svegliando qualcuno, meglio tardi che mai. Sorprendente, infine, come in Iran stia combattendo contro un regime che è apertamente supportato dalla Russia mentre in Ucraina stia continuando ad appoggiare, di fatto, Putin. Un comportamento del genere avrebbe bisogno di un supporto psichiatrico.
Non credo stia continuando ad appoggiare Putin, gli americani comunque continuano ad offrire agli ucraini supporto logistico e d’intelligence e i russi lo sanno. Ma Putin non può scontrarsi direttamente con gli americani e così sembra pensarlo anche Trump nei confronti dei russi, forse sopravvalutando la loro capacità militare o ritenendo troppo dispendioso e rischioso farlo.
Questo non si può escludere a priori.
Non dimentichiamo poi che dietro c’è anche la Cina a supporto dei russi e i problemi potrebbero moltiplicarsi nel caso.
Convengo, resta però il fatto che il solo tergiversare, prendere tempo, centellinare il supporto “materiale”, accusare Zelensky un giorno sì e l’altro pure è un gioco a tutto oggettivo favore di Putin. Non da ultimo, intelligence USA a prescindere, chi fornisce il vero e concreto supporto in ambito militare sono gli inglesi, maestri nella pianificazione e condotta delle operazioni, ben superiori agli americani che vi sopperiscono con i mezzi.
Certamente appare un atteggiamento oltre l’ambiguo, pretendendo dall’Ucraina condizioni più favorevoli alla Russia con la fretta di voler concludere il conflitto e dedicarsi agli affari che gli interessano personalmente e principalmente prima del resto.
Della figura e delle azioni discutibili di Trump se n’è discusso anche qui, non ti puoi fidare completamente, ma lui non può nemmeno ignorare certi fatti e non può agire sempre da solo senza consultare qualcuno del suo esecutivo.
Poi può essere un tentativo per non portare la Russia troppo vicina all’orbita della Cina, in modo da non rendersela troppo nemica isolando la seconda e avere dei vantaggi sul piano energetico oltre che geopolitico.
Gli europei e gli inglesi è importante che diano una grande mano soprattutto perché questo conflitto riguarda noi e il futuro dell’Europa.
Dimenticavo di scrivere che a essere estremamente sospettosi, c’è poi quella questione degli Epstein files e il presunto rapporto di Trump tra essi e il ruolo della Russia in merito, come hanno ampiamente scritto anche qui su Inoltre.
Ipotesi suggestive ma al momento non si può parlare di fatti incontestabili.
Certo Trump non ha dimostrato molta chiarezza e trasparenza sulla questione, ma così anche i democratici in passato. Magari in futuro verrà fuori qualcos’altro di più chiaro.