\n\n\n\n\n\n

Habermas e l’ultima domanda della modernità: possiamo ancora capirci?

Storia, costume e cultura

Habermas e l’ultima domanda della modernità: possiamo ancora capirci?

Con Habermas scompare una delle grandi architetture teoriche del Novecento europeo. Ma il punto vivo della sua eredità non è commemorativo: è la domanda che attraversa tutta la sua opera e che oggi, nell’epoca della polarizzazione e della retorica permanente, torna a interrogarci con forza. Possiamo

Alfonso Lanzieri19/03/2026Aggiornato 18/03/20266 min lettura1.235 parole
terza

Con Habermas scompare una delle grandi architetture teoriche del Novecento europeo. Ma il punto vivo della sua eredità non è commemorativo: è la domanda che attraversa tutta la sua opera e che oggi, nell’epoca della polarizzazione e della retorica permanente, torna a interrogarci con forza. Possiamo ancora capirci?


Il 14 marzo scorso, a novantasei anni, si è spento a Starnberg, in Baviera, il filosofo tedesco Jurgen Habermas, una delle voci più autorevoli del pensiero europeo del secondo Novecento.

La sua morte segna la fine di una stagione della filosofia europea. Ma forse, più ancora che chiudere un’epoca, essa ci invita a tornare su una domanda che attraversa tutta la sua opera: è ancora possibile capirsi? Naturalmente non ho la pretesa di rinchiudere un pensatore tanto prolifico e importante in un interrogativo-chiave, come fanno i cattivi manuali di filosofia, ma credo che questa domanda sia uno dei lasciti più importanti del suo lavoro.

Nel corso del Novecento molte correnti filosofiche hanno messo in discussione l’idea stessa di “ragione”. Dopo le tragedie della storia europea – le guerre mondiali, i totalitarismi, le devastazioni ideologiche – si è diffusa una diffidenza radicale verso la fiducia illuministica nella razionalità.

La ragione è stata spesso interpretata come strumento di dominio, il linguaggio come forma di potere, la verità come costruzione relativa, contingente e interessata. Habermas non ha ignorato queste critiche. Al contrario, il suo contributo nasce proprio all’interno di quella tradizione critica che, nella prima generazione della Scuola di Francoforte, aveva denunciato la trasformazione della ragione in puro strumento tecnico e amministrativo.

Tuttavia, proprio qui si colloca, credo, il gesto originale e coraggioso del suo pensiero: invece di abbandonare la ragione, egli ha cercato di ricostruirne una forma diversa. Non lo ha mai colto la febbre della decostruzione indiscriminata, che spesso è il biglietto da visita dei mestieranti della filosofia, che possono anche essere brillanti intellettuali, anche perché non ha mai voluto ignorare le conseguenze socio-politiche del pensiero, tratto che distingue il filosofo propriamente detto.

La forma che Habermas ha cercato di pensare è stata la razionalità comunicativa. Cosi, nella “Teoria dell’agire comunicativo”, il filosofo tedesco ha sostenuto che non tutta l’azione umana è orientata al successo o al controllo della realtà. Accanto all’agire strumentale – quello che mira all’efficacia dei mezzi per raggiungere determinati fini – esiste un altro tipo di azione: l’agire orientato all’intesa.

In esso gli individui non cercano semplicemente di ottenere un risultato, ma di comprendersi reciprocamente attraverso il linguaggio. Il linguaggio, in questa prospettiva, non è soltanto un mezzo di persuasione o di manipolazione, ma anche il luogo in cui gli esseri umani avanzano pretese di validità: pretendono che ciò che dicono sia vero rispetto al mondo dei fatti, giusto rispetto alle norme condivise e sincero rispetto alla propria intenzione.

Queste pretese possono essere accettate o contestate dagli interlocutori, ed è proprio questa possibilità di critica reciproca che rende possibile l’intesa. In altre parole, la razionalità non coincide semplicemente con il calcolo dei mezzi più efficaci: l’annessionismo assoluto della razionalità strumentale, su cui altri filosofi hanno insistito, viene da Habermas perlomeno ridimensionato. La ragione è anche – e forse soprattutto – dialogica.


Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!

*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy


Questo nucleo teorico si lega a un’altra distinzione fondamentale del suo pensiero: quella tra sistema e mondo della vita. Il sistema comprende le grandi strutture organizzative della modernità – lo Stato, il mercato, l’amministrazione – che funzionano attraverso media come il potere e il denaro.

Il mondo della vita, nozione che Habermas riprende dalla fenomenologia di Husserl, rielaborandola in senso socio-comunicativo, invece, è lo spazio delle pratiche quotidiane, delle tradizioni e delle relazioni sociali in cui gli individui si comprendono e coordinano le proprie azioni attraverso la comunicazione.

Il problema delle società contemporanee, secondo Habermas, nasce quando le logiche del sistema – quelle del potere e dell’efficienza – invadono e colonizzano questo spazio comunicativo. Quando accade, le relazioni sociali rischiano di ridursi a rapporti strategici: si parla non per capirsi, ma per vincere; non per convincere, ma per influenzare; si va a un convegno non per conoscere qualcosa ma per accumulare crediti formativi, eccetera.

La filosofia di Habermas porta dunque in sé questa tensione: da un lato la consapevolezza delle distorsioni di una modernità che non va però rigettata, atteggiamento che egli rimprovera talvolta alla critica radicale di Adorno; dall’altro la convinzione che nel linguaggio resti ancora una possibilità di intesa non dominata.

È forse per questo che Habermas ha sempre guardato con particolare attenzione alla sfera pubblica, cioè allo spazio in cui i cittadini discutono questioni di interesse comune. Già negli anni Sessanta aveva mostrato come l’opinione pubblica moderna fosse nata come luogo di critica razionale del potere, ma anche come, nelle società di massa, essa rischiasse di trasformarsi in una semplice opinione ricettiva, plasmata dai media e dagli interessi economici.

Eppure, nonostante queste trasformazioni, Habermas non ha mai abbandonato l’idea che il dibattito pubblico possa ancora svolgere una funzione emancipativa. La democrazia, per lui, non è soltanto un insieme di istituzioni: è soprattutto un processo discorsivo, una pratica continua di argomentazione e critica.

Non è difficile riconoscere quanto questo tema risuoni oggi con forza particolare. Viviamo in un’epoca in cui il linguaggio pubblico sembra spesso dominato dalla polarizzazione, dalla retorica immediata, dalla velocità delle reazioni emotive. In questo contesto, l’idea che la politica debba fondarsi sulla forza dell’argomento migliore può apparire ingenua o persino utopica.

Eppure Habermas non ha mai nascosto il carattere fragile di questa speranza. Egli stesso ha scritto che ciò che resta dell’utopia consiste soltanto nell’idea che la democrazia e la discussione pubblica possano, almeno talvolta, sciogliere problemi che appaiono insolubili. Non perché la storia conduca inevitabilmente al consenso, ma perché il linguaggio stesso contiene la possibilità di sottoporre le nostre convinzioni alla critica reciproca.

Forse è proprio questa una delle lezioni che più resteranno del suo pensiero. Non l’illusione di un consenso perfetto, né la fiducia ingenua in una ragione trionfante. Piuttosto la convinzione più sobria – e forse più difficile – che capirsi rimanga possibile, anche quando la storia sembra suggerire il contrario.

In un secolo che ha spesso identificato la ragione con il dominio e il linguaggio con il potere, Habermas ha insistito su un’altra possibilità: che nel parlare insieme si apra ancora uno spazio di libertà.


Iscriviti al Club InOltre

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene.  È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.

Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.


InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay

Un pensiero su “Habermas e l’ultima domanda della modernità: possiamo ancora capirci?

  1. Daniela Martino dice:

    Forse la vera sfida Habermasiana del XXI secolo non è solo garantire a tutti il diritto di parlare, ma rieducarci al dovere di dubitare di noi stessi prima di premere “invio”. In fondo, una democrazia senza l’umiltà del dubbio non è altro che un’assemblea di monologhi urlati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *