Antisemitismo
La globalizzazione dell’Intifada
Un grido d’accusa contro la normalizzazione dell’antisemitismo contemporaneo: la “globalizzazione dell’Intifada” viene letta come legittimazione pubblica della violenza antiebraica e come segnale di una regressione morale e politica delle società occidentali. Hanno globalizzato l’Intifada. Gli ebrei sono aggrediti in Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in



Un grido d’accusa contro la normalizzazione dell’antisemitismo contemporaneo: la “globalizzazione dell’Intifada” viene letta come legittimazione pubblica della violenza antiebraica e come segnale di una regressione morale e politica delle società occidentali.
Hanno globalizzato l’Intifada.
Gli ebrei sono aggrediti in Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia. Lì, in quei Paesi, sono incendiate le sinagoghe, sono devastati i negozi e le case degli ebrei. In quei Paesi – in Europa, negli Stati Uniti, in Canada e in Australia – gli ebrei sono uccisi. E in quei Paesi gli ebrei non sono più cittadini come gli altri. Non sono cittadini come gli altri per strada, non sono cittadini come gli altri nelle università, non sono cittadini come gli altri nei tribunali.
È stata globalizzata l’Intifada perché in Europa, negli Stati Uniti, in Canada e in Australia si inneggiava alla globalizzazione dell’Intifada, e lo si faceva senza che la cosa fosse condannata in qualsiasi modo.
L’Intifada è stata globalizzata dal sindaco newyorkese e prima dai campus statunitensi che l’amministrazione di Joe Biden autorizzava di fatto alla caccia all’ebreo; l’Intifada è stata globalizzata dai partiti politici delle marce della pace in cui sventolava quello slogan: “Globalize the Intifada”, e sventolava perché quei partiti non solo lo lasciavano sventolare mentre sventolava, ma lo lasciavano impunito anche dopo, senza prenderne in nessun modo le distanze. E quello striscione con su scritto “Globalize the Intifada” non sarebbe stato srotolato un’altra volta se ci fosse stata pubblica esecrazione la prima volta.
L’Intifada è stata globalizzata dai rettori universitari che lasciavano campeggiare quegli striscioni; è stata globalizzata dai sindacati, dai giornali, dalle televisioni.
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Ma attenzione: perché sto facendo questo discorso? Perché la globalizzazione dell’Intifada – che significa la globalizzazione della violenza antiebraica, che significa inneggiare all’assassinio di massa degli ebrei – è una riedizione della partecipazione sociale e popolare alle persecuzioni antiebraiche di 80 anni fa.
Le società europee dell’Intifada di oggi sono le stesse che parteciparono alla persecuzione degli ebrei 80 anni fa; senza l’attiva partecipazione sociale e popolare a quelle persecuzioni, senza la collaborazione di quelle società ai rastrellamenti, alla denuncia, alla deportazione degli ebrei, ecco, non si sarebbe evitata la persecuzione, ma lo sterminio avrebbe avuto una portata diversa.
Perché dove quella collaborazione è stata meno attiva, nei rarissimi casi in cui parti delle società di alcuni Paesi collaborarono meno attivamente alle persecuzioni, una parte di ebrei riuscì a salvarsi.
Oggi l’Intifada non sarebbe globalizzata se inneggiare alla globalizzazione dell’Intifada non fosse stato permesso in quelle società. Oggi un ministro belga non avrebbe bisogno di annunciare che schiera l’esercito per proteggere gli ebrei; non ne avrebbe bisogno se non fosse ritenuto normale che gli ebrei debbano essere protetti dall’esercito.
Ricordiamolo: le leggi razziali non sono state applicate con la forza. Si sono imposte sugli ebrei, questo sì: ma non sulle società italiane che le hanno fatte proprie.

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Lo slogan da lei citato, anzi il mancato contrasto al messaggio, rappresenta il ritorno della Storia, il peggio della Storia!!