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Troppi verdetti anticipati: cosa non torna nel dibattito sulla guerra in Iran

Iran

Troppi verdetti anticipati: cosa non torna nel dibattito sulla guerra in Iran

Nel dibattito sulla guerra contro l’Iran prevalgono giudizi anticipati e letture semplificate. Senza una chiara definizione dei suoi obiettivi strategici, valutare l’esito del conflitto risulta prematuro. Tra regime change, degradazione militare, deterrenza, leva negoziale, impatto energetico e ruolo degli alleati europei, emergono livelli diversi e ancora

Filippo Piperno22/03/2026Aggiornato 21/03/20269 min lettura1.801 parole

Nel dibattito sulla guerra contro l’Iran prevalgono giudizi anticipati e letture semplificate. Senza una chiara definizione dei suoi obiettivi strategici, valutare l’esito del conflitto risulta prematuro. Tra regime change, degradazione militare, deterrenza, leva negoziale, impatto energetico e ruolo degli alleati europei, emergono livelli diversi e ancora in evoluzione che rendono improprio parlare oggi di una guerra già decisa.


Il dibattito sulla guerra contro l’Iran si caratterizza più per la fretta di emettere giudizi che per la qualità dell’analisi.

Trump è noto per piegare i fatti alla propaganda, confondere comunicazione e strategia, alternare annunci contraddittori. Eppure sorprende la disinvoltura con cui molti suoi critici affermano che oggi “abbia già perso” la guerra.

Proprio due giorni fa, in un’intervista di Massimo Gaggi a Ian Bremmer sul Corriere della Sera, l’illustre politologo ha sostenuto che Donald Trump sia ormai finito in un vicolo cieco, intrappolato in una dinamica che non controlla più, con margini sempre più ridotti e con esiti della guerra che appaiono, almeno implicitamente, già votati al peggio. Il quadro che emerge è quello di una strategia che ha superato il punto di non ritorno, di una deterrenza che non funziona più e di un conflitto destinato a produrre costi crescenti senza sbocchi chiari.

Perbacco. Ma è davvero così?

È davvero possibile parlare già oggi di un esito definito, o anche solo di una traiettoria univoca per il conflitto israelo-americano contro l’Iran?

È da qui che conviene partire. Perché il problema non è tanto la singola analisi, per quanto autorevole, quanto la tendenza, sempre più evidente, soprattutto da parte dei critici più aspri di Trump, a trasformare letture parziali e ipotesi tutte da verificare in verdetti anticipati.

Ed è esattamente questa scorciatoia che finisce per deformare il dibattito pubblico sulla guerra contro l’Iran, più attento a stabilire che Trump è un avventuriero umorale e inaffidabile (e lo è) che a capire cosa stia realmente accadendo.

Fermandoci a Bremmer, ci pare che la nettezza delle sue conclusioni non regga ancora alla prova dei fatti. Non regge perché non si può dichiarare persa una guerra senza sapere con precisione quali fossero gli obiettivi effettivi, se quelli dichiarati siano mutati e se quelli reali divergano da quelli pubblici. Senza una definizione credibile della finalità strategica, il giudizio di sconfitta non è analisi: è un’ipotesi — autorevolissima ma pur sempre un’ipotesi — travestita da certezza.

Per giudicare se una guerra sia persa servono almeno tre elementi, che non mi sembra ad oggi nessuno sia in grado di esibire: capire quale fosse il fine politico-strategico, quali mezzi si ritenessero accettabili per perseguirlo e in quale orizzonte temporale quel risultato possa essere misurato. Senza questi elementi, la sentenza sull’esito finale è poco più di una postura polemica.

Ed è esattamente qui che il dibattito mostra tutta la sua fragilità. Si tende a trattare il conflitto come se avesse un solo obiettivo, una sola dimensione e un solo metro di giudizio. In realtà, nel caso iraniano convivono piani diversi: una dimensione militare-operativa, una politico-diplomatica e una sistemica, legata agli equilibri regionali e globali.

Risultati parziali su uno di questi piani non escludono difficoltà o fallimenti su un altro. È proprio questa stratificazione a rendere scorretta la formula secca della “guerra persa” (da molti data per persa ancora prima di cominciare).

Se si assume come unico criterio l’obiettivo più ambizioso, cioè la destabilizzazione o il rovesciamento del regime, allora è evidente che oggi non esistono elementi per parlare di successo. Ma da ciò non segue automaticamente che la guerra sia persa: segue soltanto che non è stato raggiunto l’obiettivo massimo, ammesso che fosse davvero quello decisivo.

C’è poi un elemento ulteriore che merita di essere considerato. Anche sul regime change si tende a ragionare in modo eccessivamente schematico: o il regime crolla, oppure nulla è cambiato. Ma non esiste una sola modalità in cui può esaurirsi un regime.

Il fatto che oggi non si osservi un collasso non consente affatto di escludere che il conflitto possa aver aperto, per la sanguinaria teocrazia iraniana, una fase di un progressivo indebolimento, legato al deterioramento della sua capacità militare e del suo status regionale. In altri termini, l’inizio di un’agonia più che la sua conclusione.

Assumere che l’unico esito rilevante sia il collasso immediato significa, ancora una volta, scegliere il criterio più radicale per poter certificare anzitempo una sconfitta. Salvo che non sia proprio questo, implicitamente, l’obiettivo: dimostrare a ogni costo che la guerra è già persa.

Se invece si guarda a un obiettivo più realistico, cioè la degradazione durevole delle capacità iraniane, il quadro cambia. In questo caso la guerra non si misurerebbe sul collasso del regime, ma sulla riduzione concreta della sua capacità di proiezione offensiva: missili, marina, industria della difesa, infrastrutture nucleari, reti proxy.

Gli Stati Uniti e Israele rivendicano migliaia di obiettivi colpiti e insistono sul fatto che gli scopi iniziali restano validi. L’Iran conserva capacità residue, continua a reagire, dispone ancora di droni, missili e alleati regionali, ma questo dimostra solo che non è stato annientato, non che la campagna sia fallita. Semmai dice una cosa meno spettacolare: che è ancora troppo presto per chiudere il bilancio.

C’è poi un terzo livello, più politico che militare, che riguarda la deterrenza e la sua credibilità. Anche qui la lettura semplicistica salta un passaggio decisivo. Teheran ha reagito, ha colpito infrastrutture energetiche nel Golfo, ha mostrato di avere ancora margini di ritorsione. Ma nelle guerre limitate reazione non significa automaticamente assenza di deterrenza. La deterrenza si misura nella capacità di imporre costi, contenere l’escalation entro una certa soglia e influenzare i calcoli futuri dell’avversario. Anche da questo punto di vista, il verdetto definitivo è prematuro.

La difficoltà aumenta perché, nel caso di Trump, non coincidono mai completamente tre piani distinti: ciò che dichiara pubblicamente, ciò che persegue davvero e ciò che altri gli attribuiscono. Se non si tengono separati, si finisce per giudicare la guerra sulla base dell’interpretazione più estrema, non degli obiettivi reali.

Se l’analisi prende per buono soltanto l’obiettivo più massimalista, quello che i suoi critici attribuiscono a questa guerra — la caduta del regime — per poter poi certificarne il fallimento, la conclusione è scritta in partenza. Ma un’analisi rigorosa dovrebbe fare l’opposto: ricostruire l’insieme degli interessi e verificare se dentro il conflitto operino anche altri obiettivi, meno proclamati ma non meno reali.

Uno di questi può essere la leva negoziale. La guerra può servire non a chiudere militarmente la questione iraniana, ma ad aumentare la pressione su Teheran per costringerla a concessioni su Hormuz, sull’uranio arricchito, sulle ispezioni internazionali e sul contenimento regionale. Se questa è una parte della finalità americana, dichiarare oggi la sconfitta è semplicemente impossibile, perché il giudizio dipenderà da eventuali risultati negoziali che ancora non si vedono.


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Un altro livello è quello interno. Per Trump il conflitto è anche una prova di leadership, uno strumento per ricompattare la base e mostrare decisionismo. Ma anche su questo piano è troppo presto per trarre conclusioni: non ci sono ancora elementi sufficienti per dire se il conflitto produrrà un rafforzamento o un indebolimento politico. I costi economici, la percezione dell’escalation e la durata della crisi potranno incidere in direzioni diverse. Anche questo contribuisce a rendere il quadro incerto e a confermare quanto sia improprio parlare oggi di un esito univoco.

A tutto ciò si aggiunge la dimensione energetica, che nel Golfo è il principale punto di compressione del conflitto. Prezzi, rotte, infrastrutture, sicurezza dei flussi: ogni scossa in quest’area si trasmette immediatamente all’economia globale. E non esistono eccezioni. Anche gli Stati Uniti, pur più autonomi rispetto al passato, restano esposti alla dinamica dei prezzi e agli effetti inflattivi che ne derivano. In questo senso la guerra rischia di trasformarsi in un problema interno oltre che internazionale. Ma anche qui il punto decisivo è un altro: siamo ancora in una fase evolutiva, in cui gli effetti economici si stanno manifestando ma non sono ancora consolidati. Anticipare un bilancio definitivo significa, ancora una volta, scambiare una tendenza iniziale per un esito.

Lo stesso vale per il riallineamento degli alleati, che stanno mostrando una disponibilità parziale e condizionata. Al di là delle dichiarazioni di principio e di un certo birignao sul diritto internazionale, la capacità europea di incidere realmente sugli sviluppi del conflitto è, come sempre, limitata. Tuttavia, anche questo quadro è in movimento: le posizioni non sono stabilizzate, i margini di coinvolgimento restano aperti e le scelte future dipenderanno dall’evoluzione militare ed economica della crisi. Anche qui, quindi, parlare oggi di un esito definito — in un senso o nell’altro — significa forzare una realtà che è ancora in divenire.

Dire oggi che Trump “ha perso” significa allora compiere un’operazione precisa: assumere che l’unico obiettivo rilevante fosse il più radicale e constatare che non è stato raggiunto. È una scelta legittima solo se esplicitata. Quando invece viene presentata come una conclusione oggettiva, smette di essere analisi e diventa wishful thinking.

La conclusione è meno netta ma più aderente ai fatti: il conflitto resta aperto, produce esiti parziali e differenziati. Non si vede alcun regime change, mentre sul piano militare è plausibile che le capacità offensive iraniane siano state già in modo significativo intaccate, anche se non annientate né rese irreversibilmente inefficaci. E, a prescindere dal giudizio complessivo sul conflitto, il fatto stesso che il regime iraniano sia stato colpito direttamente rappresenta per alcuni — tra cui chi scrive — un elemento estremamente positivo.

Tutti gli altri piani restano invece aperti: la tenuta della deterrenza, la possibilità di un esito negoziale, l’impatto energetico, le ricadute sulla politica interna americana e il comportamento degli alleati. Ed è proprio questa pluralità di livelli ancora in evoluzione a rendere improprio, oggi, qualsiasi verdetto definitivo.

Non sarà il quadro di un trionfo, ma nemmeno quello di una sconfitta già certificata.


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Un pensiero su “Troppi verdetti anticipati: cosa non torna nel dibattito sulla guerra in Iran

  1. rolm dice:

    Direi che anche dalla parte dell’amministrazione Trump e seguaci sia necessaria meno emotività su una veloce conclusione del conflitto non più possibile e più razionalità sugli obiettivi raggiunti e quelli difficilmente raggiungibili.
    L’Iran non è il Venezuela, c’è stata una chiara sottovalutazione della reazione iraniana e delle possibili conseguenze da essa. L’Iran è un Paese più complesso, ha decenni di esperienza nella possibilità e nella preparazione di un conflitto, ha già combattuto contro Paesi vicini e conosce le debolezze economiche ed energetiche di alcuni, ha costruito una rete fitta di relazioni e finanziamenti con varie milizie armate del Medio Oriente, ha avuto e ha un ruolo attivo nel conflitto in Ucraina da cui ha tratto sempre più maggiore esperienza bellica ed ha rapporti più stretti con Russia e Cina.
    Anche lo stesso Trump ha ammesso che lo stretto di Hormuz non era un vero problema prima della decisione dell’attacco.
    Questo succede quando ti circondi di consulenti ed analisti compiacenti e metti ai margini quelli competenti, il che è una caratteristica delle amministrazioni Trump.
    Se dalla parte dei detrattori di Trump il giudizio è quasi sempre negativo, sbagliando a mio avviso, anche dall’altra parte troppe cose vengono trascurate e omesse per non far trasparire alcuni fallimenti che l’amministrazione Trump ha commesso causa poca ponderazione ed eccessiva autostima da vanagloria.

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