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Perché la guerra in Iran riguarda anche noi

Iran

Perché la guerra in Iran riguarda anche noi

La guerra in Iran non è un incendio lontano da osservare distrattamente e l’inazione davanti ai regimi aggressivi non produce pace ma disastri più grandi. Dall’Ucraina a Teheran, il punto è uno: la libertà ha un prezzo, e fingere il contrario non ci salverà. Mi trovo

Alessandro Tedesco22/03/2026Aggiornato 21/03/20264 min lettura693 parole

La guerra in Iran non è un incendio lontano da osservare distrattamente e l’inazione davanti ai regimi aggressivi non produce pace ma disastri più grandi. Dall’Ucraina a Teheran, il punto è uno: la libertà ha un prezzo, e fingere il contrario non ci salverà.


Mi trovo spesso in totale disaccordo con molti amici e parenti quando si parla dell’attuale guerra in Iran. Sembra che molti preferiscano voltarsi dall’altra parte, rifugiandosi nell’illusione che ciò che accade lontano dai nostri confini non ci tocchi.

Ma io guardo in faccia la storia recente e la realtà dei fatti, e la lezione è fin troppo chiara.

Basta guardare a ciò che è successo in Europa dell’Est. Se nel 2014 avessimo impedito a Putin di invadere la Crimea e di scatenare il conflitto nel Donbas, fermandolo prima che uccidesse e perseguitasse migliaia di tartari e ucraini e ne sfollasse e costringesse alla fuga più di due milioni con vari stratagemmi, oggi non avremmo l’invasione su larga scala dell’Ucraina.

L’inazione di allora ha generato la carneficina di oggi. Per questo ha perfettamente ragione Zelensky quando dice che “la resistenza dell’Ucraina è la resistenza per la libertà dell’Europa”. L’arrendevolezza non ferma i regimi, li incoraggia.

Lo stesso identico principio vale oggi per l’Iran. Sappiamo benissimo che Teheran non combatte una guerra classica e frontale, ma porta avanti un conflitto asimmetrico e a bassa intensità.

Sono d’accordo con il giornalista Dario D’Angelo quando scrive: “Questa guerra riguarda direttamente anche noi”. E ne abbiamo avuto la prova tangibile con il missile a lunga gittata abbattutosi sulla base congiunta anglo-americana, fondamentale per lo scacchiere occidentale, di Diego Garcia nell’Oceano Indiano. Il raggio d’azione del conflitto ci ha già raggiunto.


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In questo senso, pur riconoscendo tutta la sua spregiudicatezza, mi trovo a dare ragione a Netanyahu quando afferma: “Questa è una guerra contro il male”.

Poi c’è Trump e la sua idiozia isolazionista, che vorrebbe farci credere che possiamo semplicemente chiuderci a chiave. La cruda verità è che noi, l’Occidente, l’Europa, siamo in guerra da almeno vent’anni.

Solo che ce ne siamo altamente fregati. Abbiamo preferito pensare solo a goderci il nostro benessere, cullati nell’illusione che la pace fosse uno stato garantito per inerzia.

Ora la realtà ci sta presentando il conto e ci guarda dritti in faccia, ma noi ci rifiutiamo di accettarne le responsabilità. Le responsabilità della libertà implicano il dovere di difendere la nostra “casa”.

Anche quando questo significa fare la cosa più difficile e brutale di tutte: sporcarci le mani e impastare la merda con il sangue.

A chi mi accusa di essere un idealista fuori dal tempo, o di essere troppo propenso a concedere attenuanti al “potere”, seppur quello che noi abitiamo, rispondo in modo molto chiaro. Sì, sono un idealista.

Ma sono un idealista profondamente pragmatico. Guardo il mondo per quello che è, non per quello che vorrei che fosse, e credo fermamente che la vita sia esattamente questo: un paradiso di sangue e merda.


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