Conflitto russo-ucraino
Fuggita dalla guerra. Intervista a Kateryna
Questo è un riassunto di un’intervista a Kateryna Nemchenko, una giovane ragazza ucraina fuggita dalla guerra e trasferitasi in Europa nel 2022. Una testimonianza diretta che attraversa guerra, propaganda e diaspora: dalla vita a Berdiansk agli studi a Kharkiv, fino alla fuga e alla ricostruzione in



Questo è un riassunto di un’intervista a Kateryna Nemchenko, una giovane ragazza ucraina fuggita dalla guerra e trasferitasi in Europa nel 2022. Una testimonianza diretta che attraversa guerra, propaganda e diaspora: dalla vita a Berdiansk agli studi a Kharkiv, fino alla fuga e alla ricostruzione in Europa. Un racconto personale che intreccia memoria, politica e identità, mostrando cosa significa vivere — e spiegare — una guerra ancora in corso. L’intervista completa, in inglese, si può trovare sulla pagina Substack gratuita di Raffaele Magaldi (link).
Grazie, Kateryna, per aver accettato di essere intervistata. Presentati un po’, raccontaci di come sei cresciuta in Ucraina e di quali fossero le tue aspirazioni.
Sono nata a Berdiansk, una città nella regione di Zaporizhzhia, nel sud-est dell’Ucraina, vicino al Mar d’Azov. Però ho sempre desiderato studiare in una grande città perché Berdiansk, per quanto carina, è abbastanza piccola e non poteva offrire le stesse opportunità di città come Kyiv o Kharkiv.
Così, dopo il liceo mi sono iscritta all’Università di Kharkiv, dove ho iniziato a studiare relazioni internazionali. Mi piace aiutare le persone e sono una persona molto socievole e comunicativa, quindi sentivo che quello fosse il percorso accademico giusto per me. Vengo da una famiglia della classe media e i miei genitori hanno sempre voluto che io studiassi per poter avere una vita migliore della loro, e hanno fatto grandi sacrifici perché io potessi studiare a Kharkiv, come sognavo.
Raccontaci cosa ricordi delle proteste di Euromaidan nel 2014, quando il presidente Yanukovych decise che non avrebbe più firmato l’Accordo di Associazione con la UE.
Sono nata nel 2003 quindi ero solo una ragazzina. Sapevo quello che si vedeva in TV: che a Kyiv c’era molta gente che protestava e che la polizia speciale, i “Berkut”, arrivò anche a picchiare a morte alcuni manifestanti. Quelle proteste mi toccarono profondamente. Parlai con mia madre di come quella gente stesse rischiando la vita e lei mi disse che era giusto perché Yanukovych, il nostro presidente, stava sbagliando e mettendo in pericolo il futuro del Paese. Il popolo ucraino non ha mai voluto far parte della Russia; nella nostra famiglia eravamo tutti orgogliosi di queste persone che rischiavano la vita per l’Ucraina e il suo futuro. Maidan è un ottimo esempio di come gli ucraini possano essere inarrestabili: abbiamo difeso la nostra democrazia da un presidente che non la rispettava.
Alcuni sostengono che Euromaidan sia stato un colpo di Stato sponsorizzato dalla CIA, e non il frutto dell’autodeterminazione del popolo ucraino. Qual è la tua reazione quando senti qualcuno usare questo tipo di argomentazione?
La Russia storicamente ha sempre cercato di annientare l’Ucraina, di tenerci sottomessi. Ma la storia e la politica dell’Ucraina dipendono dagli ucraini, non dai russi. Loro diffondono questa argomentazione propagandistica secondo cui l’Occidente ci controllerebbe, ma non è vero: siamo semplicemente molto arrabbiati con la Russia; la odiamo per quello che continua a farci. Abbiamo il diritto di scegliere la nostra strada e a quella russa abbiamo chiaramente preferito quella dell’integrazione nella UE. Sono gli ucraini a decidere in ultima istanza cosa sia meglio per l’Ucraina.
Cosa ricordi di quello che accadde subito dopo, con l’annessione della Crimea e le proclamazioni di indipendenza delle repubbliche di Donetsk e Luhansk?
Anche di questi eventi ho soltanto appreso dai media. Allora ero un po’ ingenua e non immaginavo proprio che nel tempo saremmo arrivati a un’invasione su larga scala. Ricordo che ero a scuola e ci dissero di raccogliere aiuti umanitari per i nostri soldati nelle zone ATO (così si chiamavano le zone finite sotto il controllo militare russo, NdR). Presi tutto lo scatolame che potevo e lo portai a scuola. Mia madre si arrabbiò ma io volevo davvero aiutare. Tutti pensavamo, sbagliando, che l’occupazione della Crimea e i combattimenti nel Donbass fossero solo una cosa temporanea.
Parlaci di come hai vissuto quel 24 febbraio 2022. Cosa accadde a Berdiansk?
Quello che accadde quel giorno purtroppo è qualcosa che non dimenticherò mai. Mi trovavo a Kharkiv, nella residenza universitaria, e mi svegliai alle 5 del mattino sentendo dei forti rumori; capii che l’invasione era davvero iniziata. Tornai a Berdiansk dopo un paio di giorni e dal piccolo autobus su cui viaggiavo vedevo tutte queste grandi armi… Berdiansk non era ancora occupata, ma i russi ne presero il controllo il giorno dopo il mio arrivo senza sparare un colpo.
Ero scioccata dal fatto che Berdiansk non avesse alcuna protezione militare: le truppe erano state inviate a Mariupol o a Kharkiv, che erano più minacciate. Noi civili organizzammo manifestazioni, esortando gli occupanti russi a tornarsene a casa. Loro dicevano di essere venuti a Berdiansk per “liberarla” e portare aiuti umanitari. Parcheggiarono un grosso camion carico di cibo e altre provviste davanti a un supermercato, con molti soldati di guardia e un cartello che diceva qualcosa del tipo: “Accettate gli aiuti umanitari russi. Siamo qui per salvarvi”. Ma prendere qualcosa da lì era ovviamente molto pericoloso.
Chiesi a uno dei soldati perché fossero lì, anche se ero molto spaventata. Rispose: “Sono qui per liberarvi, per salvare voi e le vostre famiglie”. Gli dissi che non avevamo bisogno del loro aiuto, che avevamo il nostro Paese e che eravamo felici così. Lui rispose che il nostro presidente stava facendo cose molto brutte in Ucraina, che era un tossicodipendente. Circolava anche un’altra versione secondo cui erano lì solo per un’esercitazione, che non si trattasse di una guerra.
Raccontaci del tuo viaggio verso l’Europa.
Partirei dalla decisione, che non è stata facile. Lasciare tutto, all’improvviso… Ma mi spingeva la paura concreta che l’indomani non mi sarei svegliata. C’erano soldati e carri armati ovunque ed era davvero angosciante.
Partire non fu facile: i combattimenti erano già iniziati nella nostra regione di Zaporizhzhia. C’erano i corridoi umanitari, in teoria protetti da accordi specifici tra Russia e Ucraina che dovevano permettere che i civili venissero evacuati in sicurezza. I russi, però, spesso violavano gli accordi e sparavano alle auto e agli autobus. Noi comunque riuscimmo a lasciare al terzo tentativo e arrivammo a Zaporizhzhia.
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Impiegammo sette o otto ore per coprire un tragitto per cui normalmente ne servivano al massimo tre. C’erano una quindicina di posti di blocco, la maggior parte russi. Ne ricordo uno in particolare dove un soldato mi chiese: «Berdiansk è una città così bella. Perché vuoi andartene? È la tua città natale. Perché andartene?». Io ero come paralizzata: sei lì davanti a me armato fino ai denti e mi chiedi perché voglio andarmene?
A Zaporizhzhia prendemmo il treno per Lviv e anche quel viaggio fu pericoloso. Sentivamo le sirene dell’allarme aereo e a un certo punto dal finestrino vidi una casa lì vicino completamente bruciata. Pensai che la mia vita cambiò in quel preciso istante: c’era un “prima” e un “dopo”. Alla fine arrivammo a Lviv e da lì ci recammo a Uzhgorod, non lontano dal confine slovacco, dove ci fermammo a dormire.
Da Uzhgorod entrammo poi in Slovacchia, passando da Košice per arrivare a Bratislava. Eravamo felici di avere acqua calda e un posto dove stare. Potrebbe sembrare una cosa da poco, ma per noi era una benedizione enorme perché quando lasciammo Berdiansk non c’era né riscaldamento né acqua calda. Sono molto grata alle persone di Bratislava che ci hanno aiutato: per me sono come una seconda famiglia. Ci eravamo incontrati in Ucraina durante un “Progetto congiunto di buon governo e cooperazione transfrontaliera” slovacco-ucraino.
Nei primi giorni a Bratislava ero esausta e avevo costantemente mal di testa… Avevo bisogno di adattarmi. All’inizio è stato molto difficile, ma sono molto felice di aver incontrato le persone che ci hanno aiutato a sistemarci e a iniziare una nuova vita in Slovacchia.
Raccontaci di questa nuova vita a Bratislava.
La mia famiglia slovacca mi ha aiutato molto con l’adattamento iniziale. Mi convinsero a tenere un corso di lingua slovacca per altri ucraini, che mi ha aiutato a perfezionare il mio slovacco e allo stesso tempo ad aiutare altri ucraini. In quel periodo studiavo ancora: l’Università di Kharkiv, che avevo dovuto lasciare, offriva corsi online, e così potevo sostenere gli esami anche mentre ero in Slovacchia.
A un certo punto trovai lavoro come barista e la mia famiglia slovacca mi disse che c’era la possibilità di candidarmi per una borsa di studio (che poi ottenni) della Fondazione Konrad Adenauer. La Fondazione è anche tra gli organizzatori della conferenza studentesca dove ci siamo conosciuti e che rappresentò una grande opportunità per raccontare la mia storia. In seguito iniziai anche a lavorare in un’azienda di marketing informatico, sempre grazie alla mia famiglia slovacca. Non so davvero come avrei fatto senza di loro. Dopo un anno decisi di trasferirmi in Germania.
Come mai questa decisione? E come andarono le cose?
Prima di tutto molti slovacchi mi dicevano come in Germania la situazione fosse migliore, con molte più opportunità per crescere, continuare gli studi e trovare lavoro, e che gli stipendi in Germania sono più alti che a Bratislava. Poi mi sono innamorata di un ragazzo tedesco, che mi disse: “Ehi, potresti trasferirti qui”. Ma dovevo trovare anche qualcosa da fare.
È stato allora che ho scoperto il programma di volontariato annuale del Corpo europeo di solidarietà, un programma che permette di fare volontariato per un anno in un Paese UE, lavorando gratis ma ricevendo alloggio, copertura sanitaria e un piccolo contributo per le spese personali. Sul sito web scoprii che a Friburgo c’era un’organizzazione che aiutava l’Ucraina, con questo caffè non-profit dove le persone che non conoscono il tedesco possono lavorare e imparare la lingua, e dove si preparavano gli aiuti umanitari da mandare in Ucraina. Decisi così di fare questo anno di volontariato, dove avrei potuto aiutare il mio Paese e allo stesso tempo anche studiare il tedesco.
Sei ancora in contatto con qualcuno in Ucraina, a Berdiansk, in questo momento?
La mia famiglia è ancora a Berdiansk e comunichiamo tramite l’app Telegram. È molto difficile a causa della connessione scadente. Siamo convinti che i russi letteralmente ascoltino ciò che diciamo. Ho notato che ogni volta che iniziamo a parlare della situazione, la connessione peggiora o si interrompe. Vorrei davvero parlare tranquillamente con la mia famiglia, ma è molto difficile.
Com’è la situazione in Germania, e a Friburgo in particolare, per quanto riguarda il sostegno all’Ucraina?
Qui abbiamo una forte comunità ucraino-tedesca, vedo molto sostegno per il mio Paese. Non mi piace però che così tante persone ancora dicano che “dobbiamo tenere le armi per noi tedeschi”, piuttosto che inviarle in Ucraina. Alcuni tedeschi si spaventano quando parliamo della guerra e della realtà di come anche l’Europa sia in pericolo. Molte persone non vogliono crederci. Non capiscono che l’Ucraina sta combattendo in questo momento anche per l’Europa e per il suo futuro.
Ti sei mai trovata in una situazione in cui hai dovuto discutere con qualcuno che sosteneva qualche punto della propaganda russa? Come affronti quel tipo di discussione?
Cerco di essere “creativa”. Dire “tu hai torto e io ho ragione” non porta da nessuna parte. Io provo a far parlare i fatti e a spiegare alle persone come la Russia sia un grande pericolo. Non cerco conflitti e accetto che abbiano il loro punto di vista, ma cerco anche di raccontare storie personali e mostrare la realtà, ad esempio mostrando loro foto o messaggi dei miei amici che sono ancora in Ucraina e dico: “Guardate, ecco come si vive lì in questo momento”.
Molte persone poi dimenticano gli accordi di Budapest del 1994, in cui la Russia dichiarò che avrebbe rispettato l’indipendenza dell’Ucraina se quest’ultima avesse rinunciato alle armi nucleari. Questo è un ottimo esempio del perché non possiamo più fidarci della Russia o negoziare con loro. Usare questi esempi, cercare di raccontare i fatti, cercare di aiutare le persone a pensare in modo più critico… Questo è ciò che faccio quando incontro quel tipo di persone.
Cosa pensi debba fare l’Europa a questo punto, e vedi qualche possibilità che la Russia possa cambiare?
Vorrei che l’Europa prendesse più seriamente la situazione in Ucraina, soprattutto riguardo all’invio di armi. Naturalmente vorrei che i russi si ritirassero, ma purtroppo non è molto realistico. A volte mi ritrovo semplicemente a desiderare che Putin muoia presto.
Come vedi tu i russi come popolo? Pensi che ci sia qualche speranza di fargli cambiare idea su Putin e sul sistema in cui vivono?
Anche i civili hanno un ruolo in questa guerra, perché dopotutto il presidente lo hanno scelto loro. Per me, gli unici russi “buoni” sono quelli che dichiarano chiaramente di essere contro il regime in Russia e lo dimostrano pubblicamente attraverso i media, o facendo donazioni all’esercito ucraino.
Qui però incontro anche russi che dicono: “Non capisco l’ucraino. Possiamo parlare in russo?”. E mi chiedo perché così tanti ucraini capiscano perfettamente il russo, mentre la maggior parte dei russi non capisce l’ucraino. Per me è una sorta di riflesso colonialista, perché la lingua ucraina è stata costantemente repressa dai russi, che quindi ormai danno per scontato che noi con loro parleremo in russo. A volte mi sembra semplicemente che ascoltino la propaganda russa e che, in fondo, gli piaccia ciò che sentono. Io cerco sempre di spiegare il mio punto di vista, di riportare fonti e statistiche. Ma molti di loro continuano semplicemente a credere ciecamente alla propaganda russa.

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Raffaele vorrei che tu, al mio posto, stringessi Kateryna in un grande abbraccio, per lei e per tutto il popolo ucraino