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USA-Iran: un accordo sarebbe la fine dei sogni dell’opposizione in esilio e un incubo per Putin

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USA-Iran: un accordo sarebbe la fine dei sogni dell’opposizione in esilio e un incubo per Putin

A Islamabad si sono svolti negoziati storici tra Iran e Stati Uniti dopo anni di tensione. Sul tavolo: nucleare, sanzioni, sicurezza nello Stretto di Hormuz e garanzie reciproche. Un’intesa potrebbe riaprire l’Iran al mondo, rafforzare Trump e stabilizzare la regione, ma isolerebbe la Russia e segnerebbe

Bahram Farrokhi17/04/2026Aggiornato 17/04/20267 min lettura1.473 parole

A Islamabad si sono svolti negoziati storici tra Iran e Stati Uniti dopo anni di tensione. Sul tavolo: nucleare, sanzioni, sicurezza nello Stretto di Hormuz e garanzie reciproche. Un’intesa potrebbe riaprire l’Iran al mondo, rafforzare Trump e stabilizzare la regione, ma isolerebbe la Russia e segnerebbe la crisi definitiva dell’opposizione iraniana in esilio.


Dopo il recente conflitto e il cessate il fuoco di due settimane, una nuova dinamica ha iniziato a delinearsi negli equilibri regionali. Il suo epicentro è rappresentato dai negoziati intensivi svoltisi a Islamabad.

Per la prima volta in quarantasette anni, alti rappresentanti della Repubblica Islamica dell’Iran si sono seduti faccia a faccia con esponenti di vertice degli Stati Uniti. A prescindere dall’esito finale, si tratta di un passaggio strategico di grande rilievo.

I colloqui, durati formalmente una sola giornata, sarebbero stati caratterizzati, secondo numerosi segnali e indiscrezioni, da un livello politico elevatissimo e da un’agenda estremamente complessa. Sul fronte americano erano presenti il vicepresidente J.D. Vance e alcuni consiglieri vicini a Donald Trump; sul fronte iraniano, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi hanno guidato la delegazione negoziale.

Sebbene nello spazio mediatico siano circolate ricostruzioni che parlavano di fallimento, diversi elementi indicano che il dialogo sia proseguito attraverso canali riservati e che le delegazioni siano rientrate nelle rispettive capitali con il mandato di approfondire i dossier aperti. Le successive dichiarazioni di Trump sembrano confermare questa lettura: egli ha parlato di “progressi significativi”, pur riconoscendo “ostacoli rilevanti”, lasciando trapelare gradualmente alcune delle richieste avanzate dalle parti.

I nodi centrali del negoziato

Le principali divergenze possono essere sintetizzate in alcuni dossier decisivi:

  • il futuro dell’arricchimento dell’uranio in Iran;
  • il destino di circa 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60% presenti nel Paese;
  • la sicurezza della navigazione e la situazione dello Stretto di Hormuz;
  • garanzie di sicurezza reciproche;
  • revoca delle sanzioni e ricostruzione economica dell’Iran.

Lo Stretto di Hormuz, pur non essendo stato formalmente chiuso, opera in una condizione di traffico limitato e controllato. Il transito marittimo avviene con cautela e capacità ridotte. I mercati energetici globali restano estremamente sensibili a ogni sviluppo nell’area.

Una parte dell’impennata dei prezzi di petrolio e gas deriva non tanto da una reale interruzione dei flussi, quanto da fattori psicologici e da dinamiche speculative dei grandi operatori energetici.

Le richieste di Teheran

Secondo diverse ricostruzioni, la leadership iraniana si concentrerebbe su alcune richieste essenziali:

  • garanzie da parte di Stati Uniti e Israele contro futuri progetti di regime change;
  • sblocco delle attività finanziarie iraniane congelate all’estero;
  • graduale rimozione delle sanzioni economiche e bancarie;
  • partecipazione regionale e internazionale alla ricostruzione delle infrastrutture danneggiate.

Le richieste di Washington e Tel Aviv

Sul versante opposto, Stati Uniti e Israele insistono su alcuni punti chiave:

  • sospensione di lungo periodo dell’arricchimento dell’uranio in Iran;
  • trasferimento all’estero delle scorte di uranio arricchito o loro diluizione sotto piena supervisione internazionale;
  • limitazione delle capacità missilistiche e della deterrenza regionale iraniana;
  • garanzie sulla libertà di navigazione nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz.

Un accordo è possibile?

Se entrambe le parti abbandonassero logiche massimaliste, un’intesa non solo sarebbe possibile, ma concretamente raggiungibile.

L’Iran potrebbe accettare una sospensione temporanea dell’arricchimento per un periodo compreso tra dieci e vent’anni, nonché il trasferimento o la gestione internazionale delle scorte sensibili, ottenendo in cambio concessioni storiche:

  • revoca di gran parte delle sanzioni;
  • ritorno degli investimenti stranieri;
  • normalizzazione politica con Washington;
  • accesso a grandi progetti nei settori energia, trasporti e industria;
  • garanzia di sopravvivenza dell’attuale struttura statuale.

Si può persino ipotizzare che il combustibile per le centrali nucleari civili iraniane venga fornito da un consorzio internazionale, mentre Teheran accederebbe, nel medio periodo, a tecnologie nucleari civili avanzate di provenienza occidentale.

Il dividendo strategico per Washington e Trump

Per gli Stati Uniti, e in particolare per Donald Trump, un simile accordo rappresenterebbe una vittoria geopolitica di primo piano:

  • chiusura relativa di uno dei conflitti più longevi del Medio Oriente;
  • trasformazione della Repubblica Islamica da attore rivoluzionario-ideologico a Stato più prevedibile e istituzionalizzato;
  • apertura del mercato iraniano di oltre novanta milioni di abitanti agli investimenti occidentali;
  • riduzione dei prezzi energetici globali grazie al ritorno del petrolio iraniano;
  • minore necessità di presenza militare massiccia nella regione e maggiore concentrazione strategica sul confronto con la Cina nell’Indo-Pacifico.

Per Trump, inoltre, l’intesa potrebbe costituire un asset politico decisivo in vista delle elezioni di medio termine.

Gli interessi dei Paesi arabi del Golfo

Le monarchie arabe del Golfo, dopo l’ultima guerra, sembrano aver compreso più chiaramente che la sicurezza regionale non può essere garantita esclusivamente attraverso acquisti militari o basi straniere.
Gli Emirati e altri piccoli Stati del Golfo soffrono di una limitata profondità strategica e sono costretti a confrontarsi con una realtà geopolitica ineludibile: l’Iran resta un attore strutturale del sistema regionale.

Partecipare a un eventuale fondo per la ricostruzione iraniana avrebbe per questi Paesi costi relativamente contenuti e benefici strategici rilevanti:

  • riduzione della tensione cronica regionale;
  • stabilizzazione delle rotte energetiche;
  • incremento del commercio interregionale;
  • evoluzione del Golfo verso un blocco economico-securitario più stabile.

Europa, Cina e Russia

L’Europa accoglierebbe con favore qualsiasi riduzione della tensione. Sicurezza energetica, stabilità dei mercati e ritorno delle imprese europee in Iran restano priorità rilevanti per Bruxelles, insieme alla possibilità di riportare maggiore attenzione sul dossier ucraino.

Anche la Cina avrebbe interesse alla normalizzazione: stabilità regionale ed energia a prezzi sostenibili sono elementi essenziali per la traiettoria economica di Pechino.

La Russia, invece, rischia di essere il principale sconfitto strategico. Una riduzione dei prezzi di petrolio e gas, una minore dipendenza occidentale dall’energia russa, il ritorno dell’attenzione internazionale sulla guerra in Ucraina e la perdita di un partner politico importante in Medio Oriente costituirebbero un quadro profondamente sfavorevole per Mosca. In altri termini, uno scenario potenzialmente critico per Putin.

Iran, società e opposizione in esilio

Nel caso di un accordo, il primo vincitore sarebbe l’integrità territoriale dell’Iran stesso. Un Paese esposto al rischio di guerra prolungata, deterioramento infrastrutturale e tensioni centrifughe potrebbe finalmente aprire una fase di ricostruzione.

Per la popolazione interna, una riduzione della pressione economica, un parziale rilancio della crescita, l’ingresso di capitali esteri e un minore ricorso alla securitizzazione giustificata dalla guerra potrebbero ampliare, nel lungo periodo, gli spazi di domanda civile e sociale. La storia dimostra che lo sviluppo economico non basta da solo, ma spesso rappresenta il preludio a progressive aperture politiche.

L’opposizione iraniana all’estero, invece, si troverebbe davanti al momento più difficile della propria storia recente. Una galassia politica che in oltre quattro decenni non è riuscita a costruire convergenza stabile, leadership credibile e un’alternativa pluralista concreta, e che negli ultimi anni ha talvolta puntato sulla pressione esterna o persino sull’opzione militare, perderebbe gran parte del proprio capitale politico.

Se la crisi venisse gestita attraverso il negoziato, il baricentro della politica iraniana tornerebbe inevitabilmente all’interno del Paese.

La società iraniana tenderebbe a privilegiare percorsi graduali, interni e realistici, piuttosto che progetti esiliati o slogan privi di concreta capacità trasformativa.

Il momento della scelta

La decisione ora è nelle mani di chi detiene le leve del potere. Se una visione strategica dovesse prevalere sui calcoli di breve periodo, l’Iran potrebbe uscire dal ciclo di guerra, sanzioni e logoramento.
Se invece dovessero prevalere arroganza, errore di valutazione e rigidità politica, lo scenario opposto appare altrettanto chiaro: bombardamento delle infrastrutture, indebolimento o collasso del potere centrale, espansione dell’insicurezza, attivazione di forze centrifughe e trasformazione dell’Iran in un teatro di competizione tra milizie e potenze esterne.

In un simile tornante storico, il negoziato non è soltanto un esercizio diplomatico: è la scelta tra la ricostruzione di uno Stato e l’inizio di una stagione di dissoluzione.


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3 pensieri su “USA-Iran: un accordo sarebbe la fine dei sogni dell’opposizione in esilio e un incubo per Putin

  1. rolm dice:

    L’Iran per passare da soggetto ostile a uno non dico amico, ma almeno pacifico e collaborante nei confronti delle altre nazioni e soprattutto dei suoi vicini regionali: deve ritirare i suoi propositi di voler distruggere Israele, gli Stati Uniti e il resto dell’Occidente, deve smettere di finanziare milizie terroristiche in giro per il Medio Oriente e il resto del mondo, deve aiutare anzi a smantellare le suddette milizie, deve rinunciare alla bomba atomica e permettere la supervisione delle agenzie internazionali con in cambio ottenere garanzie e finanziamenti americani e occidentali per la ricostruzione di infrastrutture e la ripresa dell’economia.
    La Cina in base a queste condizioni potrebbe e dovrebbe fare la sua parte per rendere ciò possibile, essendo uno dei principali clienti economici e non dell’Iran, e interessata a rendere gli scambi commerciali per i propri affari e con il resto del mondo i più stabili e duraturi possibili.

  2. andrealenti dice:

    Curioso, ma tra le richieste americane, la fine delle esecuzioni sommarie e dei processi farsa a chi protesta non le leggo.

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