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Trump e Leone, l’ideologia Maga contro la Chiesa

Il dibattito delle idee

Trump e Leone, l’ideologia Maga contro la Chiesa

Un confronto che va oltre la polemica contingente: il rapporto tra Chiesa e politica si rivela meno lineare di quanto appaia, tra tentazioni di normatività morale, ritorno pubblico del religioso e derive messianiche del potere. Sullo sfondo, la frattura tra universalismo cattolico e nazionalismo identitario. Premetto

Carmelo Palma18/04/2026Aggiornato 17/04/20265 min lettura907 parole
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Un confronto che va oltre la polemica contingente: il rapporto tra Chiesa e politica si rivela meno lineare di quanto appaia, tra tentazioni di normatività morale, ritorno pubblico del religioso e derive messianiche del potere. Sullo sfondo, la frattura tra universalismo cattolico e nazionalismo identitario.


Premetto di essere assai meno versato di Alfonso Lanzieri nell’interpretazione dei rapporti tra religione e politica nel mondo cristiano contemporaneo e molto meno (anzi, per nulla) interno ai travagli e alle speranze della Chiesa universale davanti alla piega sinistramente anti-universalistica di quella particolare religiosità che costituisce il corollario spirituale dell’ideologia Maga.

Dunque ho letto con grande interesse l’articolo di Lanzieri sul conflitto apertosi tra Donald Trump e Leone XIV, nonché – sintesi mia – sulla confusione tra messianismo politico e messianicità religiosa e sulla minaccia che oggi rappresenta per il cattolicesimo americano l’espansione della cosiddetta Religious Right e della sua specifica teologia politica post-liberale.

Condivido quanto ha scritto Lanzieri sui rischi, manifesti nel trumpismo, della sacralizzazione del potere politico – fenomeno del resto comune a qualunque potere investito di una missione escatologica, non solo in senso religioso – ma sono molto meno convinto di lui che questo fenomeno non abbia alcuna parentela con il “ritorno della religione nello spazio pubblico”, per come negli ultimi decenni è stato concretamente realizzato (e anche teorizzato) dalla Chiesa in lotta con la secolarizzazione occidentale.

È abbastanza evidente che, dopo la caduta del comunismo, il principale terreno di impegno e di testimonianza politica della “Chiesa ufficiale” (le virgolette sono obbligate, ma forse anche superflue) è stato quello della crociata anti-relativistica, che ha fatto coincidere l’intera antropologia cristiana con le questioni dell’etica sessuale, riproduttiva e familiare e dell’etica medica (il fine vita, l’eutanasia, l’autodeterminazione terapeutica…).

I valori non negoziabili, professati con più veemenza e urgenza dalla Chiesa occidentale, sono stati anche immediatamente affermati come principi fondamentali della vita pubblica, proprio perché rivendicati come diritti naturali.

Il piano dello scontro (e di auspicato incontro) con la politica non è stato quindi quello della libertà, cioè del disallineamento della pedagogia religiosa rispetto ai canoni della pedagogia civile mainstream (abortista, omosessualista, eutanasica ecc. ecc.), bensì quello della normatività, cioè della legge e, alla fin fine, dell’esercizio del potere pubblico a tutela di quello che la ragione religiosa riconosceva come un presupposto imprescindibile della vita civile.

Del resto, se le verità di fede e quelle di ragione coincidono – cosa che il cattolicissimo e razionalissimo Dario Antiseri considerava una vera bestemmia – perché la “verità” non deve diventare “legge”? In questa operazione la sponda di un cristianesimo politico tanto obbediente quanto esigente – si pensi alle nomine di Trump alla Corte Suprema e alla sua postura da grottesco defensor fidei – è stata determinante. Ora arriva il conto.

Non penso sia del tutto vero che la Chiesa negli ultimi decenni abbia protetto, come scrive Lanzieri, “lo spazio del dissenso con il potere vigente”. Piuttosto ritengo che abbia cercato di propiziarne ed estorcerne il consenso, con il risultato di un inedito e, per certi versi, post-moderno connubio tra il trono e l’altare.

Trump, chissà se sinceramente o no, è convinto di avere offerto protezione a un cristianesimo minacciato dall’esterno e dall’interno, e ne pretende la legittimazione. Un’opzione che, dopo il pontificato di Francesco e dopo la vera e propria rivoluzione demografica che ha investito il corpo materiale della Chiesa (ormai per gran parte costituito da una somma di minoranze politico-religiose disseminate fuori dai confini del vecchio mondo euro-americano), non è solo improbabile, ma incongrua.

Alla fine – ammettiamolo – Donald Trump è un Simone Pillon che ce l’ha fatta, ma la Chiesa, come dimostra un prete assai poco “comunista”, come l’attuale Pontefice, non ha più né la voglia né l’interesse di coprire ideologicamente un cristianesimo etno-nazionalista e pistolero e di legittimare teologicamente il ridotto reazionario delle Lepanto prossime venture.

Lanzieri ha pienamente ragione a rivendicare che la Chiesa custodisce il più grande tesoro della tradizione occidentale, cioè la “distinzione tra potere e verità”, e nello scontro tra Trump e Leone XIV emerge pienamente la tensione profonda tra la grammatica originaria del cristianesimo e le forme contemporanee di religione politica.

Ma sinceramente credo che la Chiesa degli ultimi decenni – e non solo quella statunitense – non sia del tutto innocente rispetto all’emergere di un potere politico che si pretende giudice del bene e del male e delle verità ultime dell’uomo.


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