Il dibattito delle idee
Se la dittatura del politically correct colpisce anche Jannik Sinner
Il pensiero politicamente corretto e la sua deriva woke come forma di bigottismo progressista: da Stanford 1962 alle aule elementari italiane, passando per Robert Hughes, Jannik Sinner e i campus occidentali, un'analisi del meccanismo che trasforma il merito in sospetto e l'eccellenza in provocazione. Il "politicamente




Il pensiero politicamente corretto e la sua deriva woke come forma di bigottismo progressista: da Stanford 1962 alle aule elementari italiane, passando per Robert Hughes, Jannik Sinner e i campus occidentali, un’analisi del meccanismo che trasforma il merito in sospetto e l’eccellenza in provocazione.
Il “politicamente corretto” – e la sua mutazione terminale, il wokismo – merita di essere chiamato con il suo nome: un bigottismo progressista. Non una nuova sensibilità, non un’evoluzione del pensiero civile, ma una reincarnazione laica del puritanesimo ottocentesco, fondata su un senso di colpa collettivo che non prevede assoluzione.
La genealogia è nota. Nel 1962 Stanford abolì il corso obbligatorio sulla civiltà occidentale, cedendo alle pressioni di chi considerava quel canone un atto di supremazia culturale. Fu il primo di una lunga serie di cedimenti accademici che, nel giro di tre decenni, hanno trasformato un’istanza critica legittima – il ripensamento del canone – in un dogma: l’idea che esista un modo giusto di parlare, scrivere, pensare, e che questo modo coincida sistematicamente con i desiderata del gruppo più rumoroso in quel momento.
Robert Hughes, nel suo La cultura del piagnisteo del 1993, aveva già individuato il meccanismo con lucidità chirurgica. Hughes osservava che la nuova ortodossia non puntava all’uguaglianza delle opportunità ma all’abolizione di ogni criterio di distinzione: per purgare il tennis dai suoi sottintesi elitari, diceva, basterebbe abolire la rete.
Il punto di Hughes era preciso: quando il merito diventa sospetto, la mediocrità si fa militante. E la mediocrità militante non tollera la qualità, perché la qualità, per il solo fatto di esistere, discrimina – cioè distingue, seleziona, separa chi ha lavorato da chi no.
È questo il chiodo fisso segreto dell’ideologia woke: l’insofferenza verso tutto ciò che eccelle. Non è un sottoprodotto, è il motore. La semicoltura – quella che negli Stati Uniti chiamano, con amara precisione, snack culture – non chiede di abbassare le barriere d’accesso al sapere, chiede di abbassare il sapere stesso.
Trent’anni dopo Hughes, quella profezia è cronaca. Negli Stati Uniti, il risentimento accumulato contro questa ortodossia ha trovato uno sfogo elettorale potente: milioni di americani pragmatici hanno votato contro un apparato culturale che li trattava da colpevoli per il solo fatto di non adeguarsi alla neolingua. In Europa e in Italia, con il nostro consueto ritardo, la stessa dinamica si manifesta in forme diverse ma riconoscibili.
Prendiamo il caso di Jannik Sinner, su cui l’articolo di Mauro Mazza apparso ieri su l’Arena offre spunti interessanti. Perché un atleta così visibilmente dedito al lavoro e così poco incline alla retorica attira un’ostilità sproporzionata? La risposta sta proprio nel meccanismo descritto da Hughes.
Sinner non si lamenta, non rivendica quote, non esibisce fragilità. In un sistema culturale che premia la vittima e sospetta del vincitore, l’eccellenza silenziosa diventa una provocazione. Non perché il pubblico la rifiuti – il pubblico, anzi, la adora – ma perché smentisce la narrazione secondo cui il successo è sempre privilegio e mai fatica.
Il problema, però, non si ferma allo sport o alla cultura. Quando il disprezzo per i propri fondamenti diventa abitudine mentale, produce cortocircuiti morali anche in politica. Nei campus occidentali abbiamo visto cortei in cui sedicenti paladini dei diritti civili sfilavano sotto le bandiere di organizzazioni che, nei territori che controllano, quei diritti li negano con la violenza.
Questo non significa che la solidarietà verso i civili palestinesi sia illegittima – lo è, e doverosamente. Significa che chi non distingue tra una popolazione che soffre e un’organizzazione che predica la distruzione di Israele non sta facendo politica: sta celebrando un rito di autopunizione, in cui l’importante è stare dalla parte opposta all’Occidente, qualunque essa sia.
L’ultima frontiera di questa logica è la scuola primaria. Il progetto “Storie Spaziali per Bambini del Futuro”, recentemente presentato in Parlamento con il sostegno del Movimento 5 Stelle e della deputata Stefania Ascari, si propone dichiaratamente di “decostruire” gli stereotipi di genere fin dalla prima infanzia. L’intenzione, sulla carta, è presentata come educativa.
Ma il lessico del progetto – “mascolinità empatica”, “decostruzione dei ruoli” – tradisce un presupposto ideologico preciso: che la natura maschile del bambino sia un problema da correggere, non un dato da educare. C’è una differenza enorme tra insegnare a un bambino il rispetto e insegnargli che ciò che è costituisce una colpa originaria. La prima è educazione; la seconda è indottrinamento, per quanto ammantato di buone intenzioni.
È qui che il cerchio si chiude. Dal campus universitario alla scuola elementare, dalla critica letteraria allo sport, il filo conduttore è lo stesso: la sistematica delegittimazione di ogni forma di eccellenza, distinzione e identità che non si pieghi al catechismo vittimista.
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Condivido pienamente la sua analisi. Sinner disturba proprio perché non chiede scusa di essere il migliore. In un mondo che ha trasformato il merito in una sorta di peccato originale, la sua silenziosa dedizione diventa un atto di resistenza culturale. Come suggeriva Robert Hughes, e come lei ha ben evidenziato, se il problema è la rete, allora aboliamola. Il risultato sarebbe un tennis (e una società) mediocre per tutti. A differenza del calciatore che emerge dal fango delle periferie, al quale si perdona spesso ogni sregolatezza in nome di un riscatto quasi biblico, a Sinner non viene condonata la “colpa” di essere un orologio svizzero in un’epoca che preferisce il caos e celebra solo la “fame”. Per Sinner l’eccellenza è un dovere metodico, una forma alta di disciplina e rispetto verso il proprio talento: proprio ciò che più offende chi ha fatto della vittimizzazione e della mediocrità militante la propria bandiera.
Analisi impeccabile. Dal titolo, per un attimo, ho temuto che anche Sinner fosse diventato woke??
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Ahah grazie Nadia.
Ahiahiahiahiahi! Ma si rende conto che il solo essere sfiorata dal pensiero di una simile possibilità nei confronti del nostro Jannik rappresenta già un crimine?!
(PS: ma sarà poco figo? E lo ha visto in smoking alla cerimonia di Madrid? Uno non se lo vedrebbe in smoking, e invece è strafigo anche così!)
Sono anni e anni che, lavorando in un ambiente molto “woke”, noto uno straordinario parallelismo fra quello che un tempo, da ragazzo, conoscevo come “bigottismo religioso” e quello che, da anni, chiamo “bigottismo laico” (esattamente lo stesso concetto del tuo “bigottismo progressista”). E la cosa curiosa, l’eterogenesi dei fini, è che il bigottismo laico mi viene oggi quotidianamente propalato, col dito alzato e costante rischio di incorrere in uno “stigma” se non concordo, proprio da coloro che da sempre, per me, hanno rappresentato l’emblema della “lotta” al bigottismo religioso.
Dunque (e di qui la grande delusione) il fine di quella “lotta” non era combattere il bigottismo in sé (in quanto eccesso, che nella religione a me pare banalizzi la vera religiosità), ma solo sostituirlo. Estremizzando: il fine era sostituire una religione sacra con una religione laica. Mi viene in mente un sacerdote che conoscevo, grande cultore di filosofia, il quale mi insegnava che il marxismo è solo un messianismo laico, che sostituisce il messia biblico con un messia “terreno”: Gesù con il proletariato; la resurrezione con la rivoluzione; ecc.
Quanto all’ultima parte del tuo articolo, nel piccolo di una realtà di provincia, ho già constatato diversi tentativi della politica (più o meno locale) di proporre alle scuole, fra i “progetti” scolastici extracurricolari, iniziative nelle quali si insegnano varie “cose buone e giuste”, il cui significato ultimo sottotraccia, chiaro agli adulti ma filtrato verso i bambini (la dico in soldoni, per non dilungarmi oltre). è che “sentirsi maschio” o “sentirsi femmina” è di per sé sbagliato. Che la cosa giusta è non sentirsi affatto. Il risultato è un numero, impensabile fino a pochi anni fa, di casi di vero e proprio disorientamento sessuale, che talvolta sfocia nel disagio, specie in adolescenza.
Invece di lasciare che ognuno si senta come è, maschio o femmina, salvo educare tutti al rispetto di un maschio che si sente femmina (o del contrario), si preferisce inculcare l’idea che sentirsi l’uno o l’altro è un errore.
Così, il numero crescente di casi di omosessualità di adolescenti, lungi dall’essere il frutto di un ambiente più educato al rispetto, nel quale il/la ragazzo/a si sente libero di essere come è senza essere giudicato o bullizzato, è la conseguenza di un autentico “spaesamento” dell’identità sessuale, altrettanto artificioso e forzato di quanto sarebbe la costrizione ad essere ciò che non si è.
Grazie mille per il tuo contributo. Perfetto.
Siamo tanto diventati incapaci di esprimere un pensiero critico che sostituiamo ideologie a ideologie, dogmi a dogmi. Distruggiamo per non ricostruire nulla, una pars destruens priva di qualsiasi pars costruens che conferma una visione bigotta e circolare, senza alcuna possibilità di scelta, libertà, possibilità di ulteriori sviluppi. La dittatura del dogma.
C’è un equivoco qui. Ed è molto diffuso.
Laddove la religione predica un’uguaglianza che deve esprimere esclusivamente dignità uguale per tutti, ciò di cui parla Alessandro così efficacemente è l’appiattimento ipocrita, bugiardo e crudele inventato dal comunismo sovietico.
Che non a caso puniva e umiliava con ferocia scienziati, insegnanti severi e capaci, imprenditori creativi.
Tutti uguali per i compagni.
Salvo inventarsi la crudeltà rapace, perfida: il primus inter pares, la “classe dirigente” e “le masse”; il siamo tutti uguali, ma io di più.
Cultura poi diffusa e fatta propria da un certo sindacato, che si autodefiniva di sinistra, salvo – appunto – agire come i peggiori funzionari sovietici, fascisti per definizione.
Quelli che, pur essendo uguali, guadagnano tantissimo senza far niente; che sono esentati dalle regole di tutti gli altri, le masse di nuovo.
Questo in Italia ha ucciso il merito, ha mortificato ogni eccellenza.
Ha riempito la struttura pubblica, già clientelare come poche, di gente scadente.
Privilegiati razzisti privi di qualunque talento se non la tessera di partito o sindacale.
Con somma mortificazione di colleghi più seri, più istruiti, più onesti e meno scaltri e opportunisti.
Tutto ciò, a sua volta, ha fatto precipitare l’efficienza dello Stato, dell’istruzione: di ogni apparato.
Appiattendo tutto e tutti e costringendo così i nostri migliori giovani, le persone più desiderose di impegnarsi, costruire e migliorare ad andarsene.
Andare dove non solo il merito è un valore potente della nazione, ma dove persino le aziende ti invitano a voler partecipare a corsi migliorativi pagati da loro.
Perché una persona in gamba, capace, seria, pronta a scommettere su sé stessa è un investimento, una risorsa che produce valore e rende fieri.
Qualche anno fa un visto un video di una bambina di 9 anni, con padre americano e madre italiana e che viveva negli Stati Uniti,, che aveva chiesto di essere portata in Italia perché non ne poteva più del clima a scuola. Ha raccontato tra l’altro che non appena in classe è iniziata la propaganda woke, immediatamente uno si è dichiarato fluido, poi uno dietro l’altro sono seguiti tutti gli altri tranne un bambino, che affermava di sentirsi maschio e basta, e da quel momento ha cominciato a venire pesantemente bullizzato in quanto diverso e unico della classe a esserlo.
Totalmente d’accordo. Posso immaginare che i più estremisti possano pensare di curare la mascolinità dei futuri uomini curando i bambini maschi con gli estrogeni così da modificarne la natura e renderli più simili alle femmine.