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Platone, Roma e Futurismo: il Manifesto della Repubblica Tecnologica e a chi stiamo affidando la nostra Difesa

Difesa & Tecnologia

Platone, Roma e Futurismo: il Manifesto della Repubblica Tecnologica e a chi stiamo affidando la nostra Difesa

Il 18 aprile Alex Karp ha pubblicato su X il manifesto della "Repubblica Tecnologica": 22 punti estratti dal suo libro scritto con Nicholas Zamiska che delineano una visione tecno-nazionalista dell'Occidente. I riferimenti sono precisi: Platone, che affida il governo a chi sa; Roma, con la sua

Alessandra Libutti21/04/2026Aggiornato 20/04/20266 min lettura1.289 parole

Il 18 aprile Alex Karp ha pubblicato su X il manifesto della “Repubblica Tecnologica”: 22 punti estratti dal suo libro scritto con Nicholas Zamiska che delineano una visione tecno-nazionalista dell’Occidente. I riferimenti sono precisi: Platone, che affida il governo a chi sa; Roma, con la sua logica imperiale; il Futurismo, con il suo impulso a demolire il presente. Non è una provocazione intellettuale. Palantir è già dentro i sistemi di difesa, le amministrazioni pubbliche, la sanità. L’infrastruttura esiste. Il progetto anche.


Uno degli equivoci più ricorrenti, quando si parla di Peter Thiel e Alex Karp, artefici di Palantir Technologies, la compagnia specializzata in piattaforme di analisi dei dati e intelligenza artificiale utilizzate da agenzie governative, forze armate e servizi di sicurezza in tutto il mondo, consiste nel ricondurli automaticamente alla categoria degli “imprenditori”, assumendo che ne condividano lo scopo ultimo, ovvero investire, far crescere le proprie aziende, generare profitto.

Si tratta di una lettura fuorviante. Perché, se l’imprenditore tradizionale può cercare nel profitto un fine e nel potere un alleato funzionale allo sviluppo del proprio business, nel loro caso il rapporto è rovesciato. Thiel e Karp – entrambi formati in ambito filosofico – non utilizzano il potere economico o politico come leva accessoria, ma come orizzonte progettuale per raggiungere una nuova idea di Stato. In parole più semplici: per Palantir il profitto non è il fine ma il mezzo – e l’espansione della compagnia non è mirata al profitto in sé, ma a stabilire una presenza all’interno dell’apparato degli Stati per dissolverli, trasformandoli dall’interno in nuove entità corporative.

Palantir nasce proprio da questa impostazione: non come semplice impresa orientata al mercato, ma come strumento operativo di una visione tecnocratica del mondo. Quindi, appunto, il profitto non è il fine, bensì la condizione di possibilità. Nel paradigma imprenditoriale, il guadagno è l’obiettivo, in quello tecnocratico, è il mezzo attraverso cui un’idea di ordine, controllo e governo può essere realizzata.

Né Thiel né Karp hanno mai fatto mistero di tutto questo. Entrambi hanno dichiarato apertamente, decine di volte, davanti alle platee delle grandi conferenze, ai microfoni televisivi, nelle pagine dei loro saggi, di ritenere la democrazia liberale incompatibile con il progresso tecnologico, e di aver costruito Palantir proprio per andare oltre. È una posizione sistematica, ribadita con coerenza. Eppure queste dichiarazioni vengono regolarmente messe da parte come se fossero solo una strategia di marketing.

Il problema è che, nel frattempo, Palantir cresce. I suoi prodotti di analisi dei dati, di intelligence, di supporto alle decisioni operative sono diventati, anno dopo anno, componenti sempre meno sostituibili dei sistemi di difesa, delle amministrazioni pubbliche, della sanità. Infrastrutture invisibili, ma essenziali. E poco si è fatto per creare, in ambito europeo, un’alternativa tecnologica che non abbia come base una strategia dichiaratamente eversiva.

Perché è proprio questa la traiettoria che Thiel e Karp hanno in mente: non conquistare un mercato, ma diventare indispensabili agli Stati. Perché chi controlla l’infrastruttura non ha bisogno di fare nulla per minare direttamente l’ordine attuale: entra nella logica con cui lo Stato governa, decide e agisce, e la riscrive dall’interno.

Con la pubblicazione del manifesto per la “Repubblica Tecnologica” (22 punti estratti dal libro The Technological Republic di Alexander Karp e Nicholas Zamiska, diffuso su X il 18 aprile) Karp ha voluto togliere ogni residuo di ambiguità. Il testo delinea una visione tecno-nazionalista dell’Occidente, senza perifrasi. Non è né una provocazione né marketing ma una dichiarazione d’intenti. Non si stanno infiltrando per vie traverse. Lo dicono ad alta voce, con tanto di manifesto. Il problema, quindi, non è che lo nascondano, ma che il pubblico e i governi continuino a non crederci.

Ma che cos’è esattamente questa Repubblica tecnocratica? 

Il primo riferimento è inevitabile: la Repubblica di Platone. Come nella visione platonica, la Repubblica Tecnologica si fonda sull’idea che il governo spetti a chi possiede una conoscenza superiore. In questo caso non ai filosofi-re del IV secolo a.C., ma agli ingegneri e ai data scientist della Silicon Valley. La struttura è la stessa: un’élite selezionata per competenza guida lo Stato, una classe guerriera la protegge, la democrazia viene scartata come fonte di caos e mediocrità. Nel manifesto, i funzionari pubblici inefficienti vengono criticati, il pluralismo definito vuoto, le culture “regressive” contrapposte a quelle “progressive”, dove progressivo significa tecnologicamente avanzato. Al posto della dialettica filosofica come strumento di accesso alla verità, i dati e l’intelligenza artificiale. La Forma del Bene è un algoritmo.

Il secondo riferimento è Roma. Praxis Nation, l’altro progetto tecnocratico di Thiel, lo spiega apertamente: Roma è “il simbolo del popolo dell’Occidente”, lo spirito che ha costruito cattedrali, ha diviso l’atomo, ha conquistato l’ignoto. In un mondo post-lavoro svuotato di homo economicus, questo spirito non si estingue: si reincarna nell’esplorazione, nella creazione, nella conquista. La Repubblica Tecnologica riprende di Roma non la forma istituzionale repubblicana, ma l’immagine imperiale: ordine imposto al caos, confini estesi, strutture pensate per durare millenni. Un Impero Romano digitale, con comunità feudali separate, governate da un’intelligenza onnisciente, costruita dalle mani umane ma investita di attributi divini.

Il terzo riferimento è il Futurismo. Nel 1909, Marinetti pubblicò sul Figaro un manifesto che dichiarava guerra alla tradizione e celebrava la macchina, la velocità, la guerra come “sola igiene del mondo”. Il manifesto per la Repubblica Tecnologica ha la stessa struttura retorica – punti netti, tono apodittico, nessuna concessione al dubbio – e la stessa logica di fondo: il futuro appartiene a chi ha il coraggio di imporlo. Dove il Futurismo esaltava la velocità del motore, la Repubblica Tecnologica esalta quella dell’algoritmo. Dove Marinetti bruciava i musei, Karp rottama le istituzioni liberal-democratiche. La violenza è diventata tecnica, ma l’impulso è lo stesso: non riformare l’ordine esistente, ma sostituirlo.

Messi insieme, i tre modelli producono una tecnocrazia con vocazione imperiale e con un’estetica della rottura. Platone fornisce la giustificazione filosofica della gerarchia (chi sa, governa); Roma, la logica dell’espansione e il mito della durata; il Futurismo, l’impulso all’innovazione e alla tabula rasa: l’idea che per costruire il futuro, il presente non vada riformato ma demolito, e che chi esita sia già dalla parte sbagliata della storia. Palantir è lo strumento con cui questa visione smette di essere teoria: contratti militari, sistemi di sorveglianza, infrastrutture per la gestione dei dati nei governi occidentali.

Il punto, allora, non è stabilire se alcune critiche all’ordine liberale siano condivisibili, né convincersi che una singola compagnia non possa davvero alterare gli equilibri del potere, che i governi manterranno sempre il controllo o che le utopie di solito falliscano. Può anche essere vero. Il punto è capire cosa vogliono Thiel e Karp e decidere consapevolmente se continuare a consegnargli le chiavi per tentare di farlo.


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2 pensieri su “Platone, Roma e Futurismo: il Manifesto della Repubblica Tecnologica e a chi stiamo affidando la nostra Difesa

  1. rolm dice:

    Il progresso tecnologico non può essere in contrasto con la democrazia liberale, nasce e si sviluppa per servire i bisogni di ogni individuo. Nei limiti del possibile.
    Chiaramente l’intento degli autori del progetto tecnocratico in questione è il dominio di ogni settore e attività, e il controllo e la sottomissione delle vite di tutti gli individui.
    Tranne la loro, quelle di coloro che dovrebbero detenere il potere e i loro membri più fedeli.
    Cosa è se non un manifesto per la dittatura?
    In una democrazia seria queste persone dovrebbero rispondere ed essere responsabili di ciò che divulgano, ovvero nei luoghi preposti a fare rispettare la legge.
    E’ questo uno dei problemi delle nostre democrazie attuali, ma la soluzione non è certamente la loro sostituzione con qualcosa di terrificante e opprimente.

  2. claus skord dice:

    La situazione è molto più complessa di come sembra. I presupposti sono che l’evoluzione ha selezionato una popolazione di umani con cervelli con logica mentale conservatrice e solo una minoranza di cervelli con logica mentale progressista, come li definisco io. Il pianeta è cresciuto a immagine e somiglianza dei conservatori. I progressisti sono in minoranza maggioritaria tra gli scienziati e altre élite. Abbiamo visto come funziona il mondo con i conservatori al comando. Forse , per non attendere una estinzione di massa che potrebbe cambiare il mondo, i progressisti stanno iniziando a intervenire per cambiarlo, approfittando dei progressi tecnologici in atto. Guardo con interesse , da progressista, quanto sta accadendo. Il futuro non è con una società dominata dai cervelli conservatori.

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