Lavoro & Sindacato
A cent’anni dalla nascita: i diari segreti di Bruno Trentin Parte II
Nei diari degli anni finali alla guida della Cgil, Bruno Trentin attraversa guerra, crisi della Prima Repubblica, crollo del riformismo e trasformazioni del lavoro. Ne emerge un intellettuale politico inquieto e libero, capace ancora oggi di parlare al presente più di molti suoi presunti eredi. Qui



Nei diari degli anni finali alla guida della Cgil, Bruno Trentin attraversa guerra, crisi della Prima Repubblica, crollo del riformismo e trasformazioni del lavoro. Ne emerge un intellettuale politico inquieto e libero, capace ancora oggi di parlare al presente più di molti suoi presunti eredi.
Al centro del diario 1991 ci sono tre questioni cruciali: l’intervento militare in Iraq, che giustifica pur non condividendo la tesi della “guerra giusta”, sostenuta da personalità a lui molto vicine quali Vittorio Foa, Norberto Bobbio e Antonio Giolitti; il tramonto dell’esperienza riformatrice di Gorbacev, che lo getta in uno stato di profondo sconforto; la costruzione di un’Europa sociale, dove sposa il Piano Delors.
Tutti spunti che verranno ripresi e precisati nella sua relazione al XII congresso della Cgil (Rimini, ottobre 1991), il quale scioglie le componenti di partito. Nell’insieme, “una grossa battaglia vinta [contro] l’armata Brancaleone di Bertinotti e [contro la metamorfosi] della lotta politica in un conflitto tribale […]. Ma certamente la guerra continua e conoscerà molte altre prove”.
Sarà profeta in patria. Nel 1992, sotto i colpi dei referendum di Mariotto Segni e dei giudici di Tangentopoli, cala il sipario sulla Prima Repubblica. Dopo gli assassini di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino (23 maggio e 19 luglio 1992), il sindacato organizza una grande manifestazione unitaria a Palermo, la più imponente nella storia del Mezzogiorno. Ma non basta a sanare i contrasti con la Cisl di Sergio D’Antoni.
Un dissidio che esplode a luglio, quando il governo Amato chiede ai leader sindacali il loro assenso all’abolizione della scala mobile e al blocco della contrattazione aziendale. Sono giorni di trattative convulse e di incontri interminabili a Palazzo Chigi. Finché, il 31 luglio, Trentin firma l’accordo.
Il perché lo chiarisce in una specie di promemoria: “Tutto si è compiuto in questo giorno e nella notte. Giovedì, per ventiquattro ore un negoziato estenuante e insidioso con il governo che fa praticamente da portavoce e da mediatore della Confindustria. Assalito a colpi di insulti da Abete [Luigi, presidente di Confindustria] e dai suoi tirapiedi, Amato si aggrappa disperatamente a loro per trovare una via d’uscita che salvi la sua immagine e il negoziato nel quale si è avventurato, fidandosi dell’arrendevolezza del sindacato e del corrispondente bisogno d’immagine dei burocrati della Cisl e della Uil. Il fronte sindacale si sgretola rapidamente […]”.
“Mi sono trovato assediato: al di là delle intenzioni e del peso effettivo della minaccia di crisi di governo che Amato ha evocato, era certo che un fallimento del suo tentativo avrebbe avuto, a quel punto, degli effetti incalcolabili sulla situazione finanziaria del paese e sul piano internazionale. La divisione fra i sindacati e nella Cgil avrebbe dato un colpo finale al potere contrattuale del sindacato come soggetto politico. Salvare la Cgil e le possibilità future di una iniziativa unitaria del sindacato; impedire che fosse imputata ad una parte della Cgil la responsabilità di un ulteriore aggravamento della crisi economica, per emarginarla sul piano politico, mi imponevano di firmare l’accordo […]”.
Infaticabile nelle letture ma sempre più stanco di una Cgil perennemente rissosa, quando Ingrao abbandona il Pds in concomitanza con il varo del governo Ciampi, Trentin ha una reazione gelida: “Mi sembra di rivivere la fuga verso l’estremismo parolaio di alcuni austro-marxisti come Adler di fronte […] alla tragedia incombente degli anni Venti”.
Intanto, gli attacchi depressivi si susseguono, e assiste con un senso di impotenza all’ascesa di Berlusconi. Decide allora di lasciare anzitempo la segreteria della Cgil, da cui si accomiata nel giugno 1994. Si apre così una nuova fase della sua vita: “Sono tornato ieri [a San Candido] dopo la parentesi un po’ faticosa di un viaggio in Corsica con Marie [Padovani]. […] Ho ripreso a leggere — devo dire con molto interesse e ricavandone alcuni stimoli importanti — il libro di Corrado Malandrino ‘Socialismo e Libertà’ (Franco Angeli, 1990), sulla letteratura socialista ispirata al Federalismo dall’inizio del secolo ad oggi. Ho appena finito il capitolo su papà [Silvio] che mi sembra acuto ed equilibrato. Per svago ho ripreso il mio Philip Dick, raccolta di novelle e un romanzo (‘Puttering about in a small land’) […]. Ma sopra ogni cosa, sono felice di essere tornato qui” (8 agosto 1994).
I diari, impreziositi da una bella prefazione del curatore, sono stati dati alle stampe senza correzioni e cancellature. “È stata una scelta di rispetto per Bruno”, sottolinea Marcelle Padovani in una nota introduttiva. È stata anche una scelta coraggiosa, va aggiunto. Perché ci svela anche gli aspetti più passionali e più intimi, le fragilità e perfino le ubbìe di una delle figure più carismatiche del sindacato novecentesco.
Può darsi che oggi Trentin sarebbe disposto a mitigare i giudizi più ruvidi che costellano i suoi testi. Essi però, in fin dei conti, sono la croce di quella stessa delizia che le sue pagine migliori procurano al lettore, vale a dire la radicale originalità, il rigore critico, la formazione non scolastica e non improntata ad alcuna ortodossia. Doti che gli consentono di non temere mai la contaminazione con culture diverse.
Del resto, considerare tra i punti di riferimento etici e teorici del suo pensiero Simone Weil o il personalismo cristiano di Emmanuel Mounier e Jacques Maritain, padroneggiare Michel Foucault o non giurare sui classici del socialismo e del marxismo, erano (e restano) atteggiamenti non usuali per un sindacalista, che attestano una estrema libertà intellettuale.
Infine, una domanda: i diari di Trentin sono irrimediabilmente datati, sono solo una testimonianza pur autorevole di un settennio ormai sepolto dalla storia? La risposta è sì se si analizzano le singole soluzioni in cui si articola il suo progetto di “liberazione del lavoro”. Ma la credibilità di un progetto non si misura soltanto sui particolari o sui dettagli, bensì sulla sua anima, sul suo significato generale.
La risposta, allora, è no se si pensa alla sua idea del sapere come vero motore dell’innovazione, del lavoro competente e informato come l’unica ricchezza sovrana delle nazioni nell’era della globalizzazione, del primato dell’eguaglianza delle opportunità sull’eguaglianza dei risultati (in termini di distribuzione del reddito).
Il progetto di cui parla l’allievo prediletto di Giuseppe Di Vittorio, al fondo, è una sorta di utopia laica. Non promette la felicità a tutti. Vuole dare a ciascuno i mezzi per realizzare al meglio le proprie aspirazioni personali. Questo ciascuno non è soltanto ricco o povero, ma è anche debole o forte, e lo è soprattutto se “sa” o “non sa”.
Per questo i grillini a loro insaputa e i sedicenti epigoni del sindacato dei diritti trentiniano (che in realtà sono i suoi becchini), dovrebbero imparare a memoria quei passaggi dei diari in cui viene fatto a pezzi il reddito di cittadinanza (alias liberazione “dal” lavoro), e quelli sulla necessità di governare la flessibilità del lavoro mediante tutele non imperniate su una ottusa difesa del posto fisso.
Trentin morì il 23 agosto 2007, in un maledetto incidente avvenuto su quelle strade dolomitiche che spesso gli restituivano la gioia di vivere. Non c’era modo migliore di celebrarlo che rendere pubblici questi inediti quanto singolari frammenti autobiografici.
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