Speciale 25aprile
La Resistenza senza retorica: il 25 aprile che l’Italia deve ancora raccontare
Prima di diventare liturgia politica, la Resistenza fu anche una scelta giovane, patriottica e spesso inconsapevole. La retorica antifascista ha tenuto insieme il dopoguerra italiano, ma ha lasciato in eredità un riflesso permanente: definire la politica più contro qualcuno che per qualcosa. Era il mese di




Prima di diventare liturgia politica, la Resistenza fu anche una scelta giovane, patriottica e spesso inconsapevole. La retorica antifascista ha tenuto insieme il dopoguerra italiano, ma ha lasciato in eredità un riflesso permanente: definire la politica più contro qualcuno che per qualcosa.
Era il mese di giugno del 1944 quando io, mio fratello Carlo e l’amico Roberto Scotti decidemmo di andare sui monti. Io e Roberto eravamo renitenti alla leva, mio fratello, allora diciassettenne, si aggregò.
Avevamo sentito dire che sui monti si riunivano coloro che non aderivano alla Repubblica Sociale Italiana: i cosiddetti partigiani. Uscimmo di casa con i soli indumenti che eravamo soliti indossare, non avevamo viveri, non avevamo soldi e anche le scarpe erano quelle “da passeggio”.
Con queste parole, sul finire degli anni Novanta, mio papà iniziava il librino di memorie intitolato Quaderno di un partigiano, un delizioso racconto, scevro di ogni retorica, che ci restituisce la Resistenza per ciò che realmente è stata: un fenomeno giovanile, ingenuo e politicamente inconsapevole.
Quei giovani, nella stragrande maggioranza dei casi, erano nati e cresciuti durante il fascismo e non avevano coscienza né esperienza democratica: ciò che li spinse a quella scelta fu un genuino sentimento patriottico, giacché rifiutavano l’opzione di dover combattere, al fianco dei soldati nazisti, contro i propri connazionali.
Fu dunque una scelta di libertà personale che, da un punto di vista politico, non fu tanto volta a contrastare il fascismo per ciò che aveva significato fino a quel momento; fu semmai avversa all’occupazione tedesca.
Finita la guerra, nel 1946 fu ufficializzata la ricorrenza del 25 aprile come festa nazionale della Liberazione. Alcuni esponenti politici propendevano per una festa nazionale celebrativa della liberazione dall’occupazione tedesca; altri proponevano una visione più “politica”, una giornata di lotta antifascista.
Alla fine si trovò il compromesso, scegliendo di celebrare la “liberazione dall’occupazione nazifascista”. La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista furono i protagonisti di questa negoziazione sul senso del 25 aprile, che finì per sottrarre la Resistenza a quei giovani in gran parte apolitici, la svuotò della sua freschezza e la infarcì di retorica.
Perché la necessità di quella retorica? A quale progetto politico era funzionale? In quegli anni, la collocazione geopolitica dell’Italia non era così certa e la consistenza del Partito Comunista, all’epoca legato a doppio filo all’Unione Sovietica di Stalin, rappresentava un elemento di potenziale pericolo.
La soluzione che, per ragioni diverse, fu accettata tanto dagli americani quanto dai sovietici consistette in un patto istituzionale fra mondo politico cattolico e mondo politico comunista.
Il patto portò all’elaborazione di una Carta costituzionale frutto di compromessi e concessioni reciproche ed ebbe come collante retorico proprio la mistica della Resistenza, con tanto di colonna sonora, quella Bella ciao, scritta negli anni Cinquanta, che nessun partigiano si era mai neppure sognato di cantare.
Insomma, la retorica della Resistenza ha favorito la stabilità del patto catto-comunista, assicurato al Paese l’uscita pacifica dal conflitto mondiale e favorito qualche decennio di straordinario sviluppo.
Certo, questo ha comportato dei prezzi che in buona parte continuiamo a pagare ancora oggi. In nome dell’antifascismo, infatti, si sono consumate diverse infamie.
Si iniziò con la cacciata dall’Anpi dei partigiani di ispirazione socialista, etichettati come social-fascisti. Si continuò con la ghettizzazione dei profughi istriani, i nostri connazionali che vollero restare in Italia, sottraendosi al regime comunista jugoslavo, anch’essi etichettati come fascisti.
Venne poi il tempo, erano gli anni Settanta, del cosiddetto antifascismo militante, che procurò tante teste spaccate e non pochi morti. D’altronde “uccidere un fascista non è reato”, si diceva, rivendicando quanto la Resistenza fosse stata tradita.
Tesi, quella della Resistenza tradita, che concorse in modo decisivo alla nascita delle stesse Brigate Rosse.
Ancora oggi, in molti ambiti, chi non aderisce a un certo conformismo “antifa” è etichettato come fascista e in tante occasioni, pensiamo ad esempio alle università, gli è impedito di parlare ed esprimere la sua opinione.
Da un punto di vista più squisitamente culturale, la retorica antifascista ha favorito quel “pensiero contro” che tuttora permea la società italiana e continua a caratterizzare le diverse proposte politiche.
La “cultura dell’anti” ha infatti generato un ribellismo di maniera, fondato sulla seduzione del “no”, quello stesso ribellismo che ha generato i Cinque Stelle e formato una generazione di vecchi adolescenti.
L’Italia ha bisogno di un nuovo patto nazionale che ci faccia scavallare la fase storica del patto catto-comunista e affermare un nuovo tempo di stampo liberale, un tempo fondato sul per più che sul contro, sul pro più che sull’anti, sul sì più che sul no.
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Se l’analisi pacata, realistica perché vissuta come tale da chi ha 74 anni vissuti in “terra rossa”, con vicini di porta e quartiere comunisti, ebbene se l’analisi è perfetta, ancor più è la chiusa, che da tanti anni oramai sto predicando invano. Ieri, per la prima volta in vita mia, siamo riusciti a far iniziare le celebrazioni del 25 aprile con l’omaggio ai caduti alleati al vicino cimitero di guerra unitamente alla sua visita rivolta ai cittadini. Sempre ieri, il sindaco per la prima volta ha rivolto il ringraziamento ai caduti alleati: per liberare la Romagna, dove vivo, caddero in 13 mila. Sarà l’inizio di una nuova consapevolezza? Me lo auguro.
Divide ut impera. Col risultato di un Paese spaccato e irriconciliabile. Ma alla fine chi \”impera\”? Cui prodest? Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Concordo spassionatame.
Sarebbe ora di superare la retorica antifascista (che da sola fomenta i rigurgiti nostalgici).
Divide ut impera ha funzionato benissimo col risultato di un Paese spaccato e iiriconciliabile (su tutto).
Però, alla fine, chi “impera? Cui prodest?