Speciale 25aprile
C’erano cattolici, comunisti, liberali, monarchici e un unico scopo: riconquistare la libertà
Il 25 aprile dovrebbe essere memoria comune della libertà riconquistata, non terreno di appartenenza esclusiva o di rimozione polemica. La Resistenza fu una convergenza imperfetta di storie, culture e scelte diverse, unite dal rifiuto del nazifascismo e dalla nascita della democrazia italiana. 25 aprile 1945: l’Italia




Il 25 aprile dovrebbe essere memoria comune della libertà riconquistata, non terreno di appartenenza esclusiva o di rimozione polemica. La Resistenza fu una convergenza imperfetta di storie, culture e scelte diverse, unite dal rifiuto del nazifascismo e dalla nascita della democrazia italiana.
25 aprile 1945: l’Italia è finalmente libera dall’occupazione nazifascista. Da quella data nascerà la Repubblica e si costruirà la Costituzione.
Dovrebbe essere, senza esitazioni, la festa di tutti.
Eppure, ogni anno assistiamo a una tensione che si ripropone puntuale: tra chi rivendica la Resistenza come appartenenza politica di parte e chi, per quello stesso motivo, finisce con lo squalificare in toto la memoria della Liberazione.
Lo strumento migliore per capire il quadro da cui emerse questa divisione è senza dubbio il saggio dello storico Claudio Pavone, “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza”: accanto alla guerra patriottica di liberazione contro l’occupante nazista si intrecciarono una guerra civile e una dimensione sociale e politica più ampia, la terza categoria del trittico esposto nel libro: la guerra di classe.
Ma il dato storico incontestabile, il fatto su cui bisognerebbe ritrovarsi tutti, in quanto italiani, rimane chiaro: il 25 aprile 1945 l’Italia è libera dall’occupazione nazifascista.
E la verità storica della Resistenza è che in essa confluirono persone molto diverse: comunisti, cattolici, liberali, monarchici, militari, così come uomini e donne senza una precisa appartenenza politica.
Non fu un blocco omogeneo: fu una convergenza. Per capire veramente la complessità del fenomeno serve inevitabilmente allargare l’orizzonte e riconoscere alcuni aspetti che restano troppo trascurati.
Una categoria troppo spesso dimenticata o minimizzata è quella degli “Internati Militari Italiani”: quei circa 600mila militari italiani che, dopo l’8 settembre 1943, rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di arruolarsi con le SS, accettando consapevolmente la deportazione nei lager nazisti.
La denominazione “Internati Militari Italiani” aveva uno scopo ben preciso: negare a quei nostri compatrioti lo status di prigionieri di guerra e le relative tutele.
Quegli uomini, quei ragazzi, non combatterono nelle brigate partigiane, ma la loro scelta fu chiara: rifiutarono esplicitamente di continuare a combattere per il nazifascismo. La pagarono con la prigionia, il lavoro forzato, spesso con la vita.
La loro storia è stata ben raccontata da Mario Avagliano e Marco Palmieri nel libro “I militari italiani nei lager nazisti: una resistenza senz’armi (1943-1945)”.
È storicamente disonesto ridurre quella scelta a un comodo “cambiamento di casacca”: fu una scelta di chiara opposizione a quel fascismo che molti di loro, fino a quel punto, avevano appoggiato o passivamente subito.
Una correzione di rotta non scontata ma onorevole e, in ultima istanza, patriottica.
E ricordiamo anche Teresio Olivelli, partigiano cattolico delle Fiamme Verdi, morto nel lager di Hersbruck nel gennaio 1945 dopo aver preso le difese di un giovane prigioniero che un kapò stava picchiando. Olivelli sarà poi beatificato dalla Chiesa cattolica il 3 febbraio 2018.
Ferruccio Parri è sicuramente un nome più conosciuto: vicecomandante dei Corpi Volontari della Libertà, di ispirazione liberal-socialista, sarebbe poi diventato uno dei padri della nostra Repubblica.
E che dire di Salvo D’Acquisto, vicebrigadiere dei Carabinieri, ucciso dai nazisti il 23 settembre 1943 per essersi autoaccusato di un attentato mai avvenuto, salvando così da sicura fucilazione 22 civili innocenti.
Storie diverse, motivazioni diverse; tutte unite da un fortissimo patriottismo e da un altrettanto forte desiderio di libertà.
Sottolineare tutte queste storie non significa ignorare le ombre che anche la Resistenza conobbe, come ogni esperienza storica di pari portata. Ci furono errori; ci furono violenze, vendette.
Riconoscerlo è un dovere, se vogliamo avere un rapporto maturo con la Storia. Ma fermarsi a quelle tristi pagine, con lo scopo più o meno esplicito di delegittimare l’intero movimento resistenziale, finisce con il mettere in ombra l’aspetto realmente fondamentale: quello sforzo e quell’impegno portarono un contributo determinante alla Liberazione.
Il 25 aprile non è, insomma, il punto di arrivo ideologico di una parte politicamente identificabile contro un’altra. È il punto d’incontro, in tutta la sua italianissima imperfezione, tra sensibilità personali e politiche diverse che, nel momento decisivo, hanno scelto, insieme, la libertà.
Un bellissimo libro da leggere sulla Resistenza intesa come patrimonio comune è “Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della Resistenza” di Aldo Cazzullo, che scrive: “In questi 30 anni in Italia si è combattuta una guerra della memoria. E questa guerra noi antifascisti l’abbiamo perduta. Nettamente e clamorosamente.”
Non credo però che Cazzullo intenda questa sconfitta come definitiva, altrimenti probabilmente quel libro non lo avrebbe mai scritto. L’antifascismo non ha ancora perso, ma serve cambiare strategia.
Quello che, secondo me, manca al nostro Paese è un’iniziativa culturale importante che aiuti a restituire alla Resistenza e al 25 aprile quella dimensione unitaria da troppo tempo smarrita.
Negli ultimi anni non sono mancate iniziative importanti: musei, percorsi didattici, archivi digitali. Ma tutto questo rimane irrimediabilmente parziale e frammentario: manca uno sforzo culturale più sistematico, capace di parlare davvero a tutto il Paese.
Un movimento che, partendo dalla ricerca, ricostruisca criticamente il fenomeno del nazifascismo, raccontando tutte le forme della Resistenza come storia corale verso il comune obiettivo della libertà e della democrazia.
Senza ometterne i dettagli più oscuri, ma sottolineandone il risultato finale: quella libera democrazia in cui abbiamo la fortuna di vivere oggi, pur con tutte le sue imperfezioni.
Non si tratta di riscrivere la storia, ma di restituirla nella sua interezza, perché quella della Liberazione diventi una memoria condivisa: non qualcosa di costruito artificialmente, ma l’esito naturale di un sincero lavoro per amore della Patria e della sua Storia, da parte di tutti.
Questa universalità del racconto non è qualcosa da inventare di sana pianta: è già scritta nella storia e nelle parole di chi l’ha potuta sperimentare.
C’è la preghiera composta da Teresio Olivelli, vero e proprio grido di libertà dei partigiani di ispirazione cristiana:
Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione,
che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dominanti,
a noi oppressi da un giogo crudele,
dà la forza della ribellione.
Nella tortura serra le nostre labbra.
Spezzaci, non lasciarci piegare.
Se cadremo fa’ che il nostro sangue
si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri morti
a crescere al mondo giustizia e carità.
Ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.
Ci sono le parole del partigiano socialista, e più avanti Presidente della Repubblica, Sandro Pertini a Radio Milano Libera, proprio in quel 25 aprile 1945:
“Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame.”
Ma forse nessuno meglio di Ferruccio Parri ha raccontato l’essenza della Resistenza e della Liberazione:
“C’erano i comunisti, i liberali, i cattolici, i monarchici. Nessuna parentela fra loro. Il denominatore comune era la riconquista della libertà.”
Parole nate in contesti diversi, da persone diversissime. Parole che raccontano un obiettivo comune perseguito da sensibilità differenti.
Questo è il 25 aprile: questa consapevolezza che, pur partendo da posizioni diverse, è possibile riconoscersi parte della stessa Storia.
Quella che ottantuno anni fa ha reso possibile vivere in un Paese imperfetto ma, comunque, libero.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Condividi








Purtroppo ancora oggi c’è chi ha interesse a sminuire una certa parte della Storia per portare avanti solo la propria retorica politica, manipolando il passato e impedendo così un cambiamento sano del Paese nel futuro.