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Mi presento: sono un ebreo tropicale

Ebraica

Mi presento: sono un ebreo tropicale

Dai cripto-ebrei del Nuovo Mondo ai sincretismi afro-brasiliani, una storia di identità sopravvissute sotto maschera, tra Inquisizione, Caraibi, pirati, mercanti, rituali e memorie riemerse. L’ebraismo dei Tropici non chiede purezza: rivendica continuità, trasformazione e ostinazione. Quando invase la Giamaica nel 1643, William Jackson trovò la capitale

Gianni Morelenbaum Gualberto02/05/2026Aggiornato 01/05/202615 min lettura3.104 parole
terza

Dai cripto-ebrei del Nuovo Mondo ai sincretismi afro-brasiliani, una storia di identità sopravvissute sotto maschera, tra Inquisizione, Caraibi, pirati, mercanti, rituali e memorie riemerse. L’ebraismo dei Tropici non chiede purezza: rivendica continuità, trasformazione e ostinazione.


Quando invase la Giamaica nel 1643, William Jackson trovò la capitale dell’isola deserta, fatta eccezione per “alcuni portoghesi di origine ebraica che vennero da noi in cerca di asilo e promisero di mostrarci dove gli spagnoli avevano nascosto il loro oro”.

Più di dieci anni prima che Jacob Barsimon e Solomon Pieterson, raggiunti poco dopo da altri ebrei in fuga dai possedimenti olandesi nel Nordest del Brasile, riconquistato dai portoghesi, si stabilissero a New Amsterdam, la futura New York. Ancora prima, però, si dice che Luis de Torres, nato Yosef ben Levy Ha-Ivri, fosse giunto a Cuba al seguito di Cristoforo Colombo, primo colono europeo nell’isola e senz’altro il primo colono ebreo nelle Americhe.

Sono un ebreo dei Tropici, di Recife, dove viene fondata nel 1639, in rua dos Judeus, via degli Ebrei, Kahal Zur Israel, la prima sinagoga delle Americhe; di madre ebrea, la cui famiglia si era trasferita da Cracovia a Buenos Aires negli ultimi anni dell’Ottocento, e di padre afro-brasiliano purosangue, cioè ibridato fra indios, schiavi africani inviati ai Caraibi e poi giunti in Brasile per traversie commerciali misteriose — il cognome paterno era quello dell’ex proprietario dei suoi antenati, perpetuatosi per generazioni — francesi, portoghesi.

Niente di che, in realtà, se non una biografia abituale fra diasporici ed emigranti. Ma in un contesto peculiare, tant’è che le signore che badavano alla nostra casa e accudivano il sottoscritto da piccolo, tutte provenienti da Bahia e da altre zone del Nordest brasiliano, aree in cui il culto del candomblé e dell’umbanda era assai comune, non fidandosi degli insegnamenti religiosi ebraici, per loro certamente astrusi, decisero — for the greater good, ovviamente — in assenza dei miei genitori, di sottopormi al battesimo rituale di Iemanjá, la Regina del Mare, la madre di potenti Orixá come Exu, Ogum, Xangô, Iansã, Ossaim, Oxóssi, Obá, Oxum, Dada, Olocum, Oloxá, Okô, Okê, Ajê Xalugá, Orum e Oxu.

Al collo avrei dovuto portare una collanina colorata per “proteção”, protezione, cui rinunciarono per evitare che mia madre scoprisse il “misfatto”. Cronache dal sincretismo, insomma, tant’è che per anni ho pronunciato le preghiere senza conoscere una sola parola d’ebraico.

Ma non posso neanche vantarmi di discendere da quei pirati ebrei dei Caraibi che, al servizio di inglesi e olandesi, tormentavano l’impero spagnolo nel Nuovo Mondo. Dimenticate il Mercante di Venezia: noi, suoi cugini del Nuovo Mondo, abbiamo avuto fra di noi avventurieri, esploratori, conquistatori, cowboy e, sì, anche pirati.

Agli ebrei era vietato stabilirsi nel Nuovo Mondo, e vi arrivarono, dunque, travestiti da cristiani. Essi e gli altri coloni erano simili nello spirito, ma mentre gli altri venivano per conquistare, convertire o massacrare i pagani, cercare l’oro o collezionare un gruppo di donne native, gli ebrei arrivavano per sfuggire alle persecuzioni e stabilirsi in una terra al di là dei tentacoli dell’Inquisizione.

Vicende che iniziano, appunto, con Colombo e l’Età delle Scoperte, quando ebrei in incognito salparono con gli esploratori, marciarono con i Conquistadores e furono tra i primi coloni in ogni colonia del Nuovo Mondo. Una storia antica in parte sconosciuta perché pochi allora si resero conto che tali pionieri erano ebrei.

Gli ebrei iberici si spacciarono per nuovi cristiani provenienti dal Portogallo, l’unico gruppo di coloni cui non era richiesto di dimostrare la propria discendenza cattolica. La maggior parte dei portoghesi che operavano nell’Impero spagnolo erano nuovi cristiani, comunemente chiamati conversos, e molti fra di loro mantenevano la fedeltà al credo dei loro antenati.

Erano i cripto-giudei, i conversos, i “convertiti”, gli anusim, i “costretti”, i nuovi cristiani, i marrani, gli Esperandos, gli Speranzosi, che si aspettavano che il Messia sarebbe presto venuto: tutte definizioni che si riferiscono a uomini e donne che vivevano una drammatica doppia identità, in pubblico come cristiani, ma segretamente, nell’intimità delle loro case, continuando a osservare il giudaismo.

Fino ad allora, qualunque cosa servisse per sopravvivere nel mondo nemico non era inganno, ma forza. Come Esperandos, gli ebrei nel Nuovo Mondo vivevano e prosperavano.

Come scrive Edward Kritzler in “Jewish Pirates of the Caribbean” (Anchor Books, 2008), a meno che non fossero smascherati dall’Inquisizione, i cripto-giudei andavano nella tomba con la loro maschera intatta, anche se nemmeno la morte offriva loro alcuna garanzia, poiché gli eretici deceduti venivano processati in contumacia. Se giudicati colpevoli, i loro corpi venivano riesumati e bruciati, e i loro beni confiscati.

Gli archivi dell’Inquisizione delle Indie Occidentali contengono diversi elenchi di presunti giudaizzanti, in particolare a Cuba. Uno di questi marranos, Hernando de Castro, costruì il primo zuccherificio nei pressi di Santiago ed è considerato il pioniere dell’industria saccarifera dell’isola.

Gli archivi dell’Inquisizione riportano inoltre i dettagli di diversi processi ed esecuzioni di giudaizzanti cubani, come il rogo del 1613 a cui fu condannato il ricco proprietario terriero Francisco Gómez de León.

Il Sant’Uffizio nelle colonie spagnole fu abolito solo nei primi anni del XIX secolo e, fino alla fine della guerra ispano-americana del 1898, furono consentite solo le funzioni religiose cattoliche.

Ciò che i coloni cubani di origine ebraica desideravano era integrarsi con gli spagnoli e “scomparire” a Cuba, cosa che fecero a partire dalla fine dell’Ottocento, con l’arrivo di molti ebrei provenienti dall’Impero russo. D’altronde, nonostante la sua ostilità nei confronti di Israele, manifestata ufficialmente a partire dal 1973, Fidel Castro sosteneva orgogliosamente di essere discendente di cripto-giudei spagnoli.

Gli ebrei nel Nuovo Mondo svolgevano la loro attività come commercianti e armatori, diventando così la prima classe mercantile dell’Impero spagnolo. Fondarono le prime fabbriche di zucchero, furono pionieri nella coltivazione di grano, caffè e tè, e commerciavano zucchero, tabacco, oro e argento con ebrei clandestini nella penisola iberica.

I primi profitti inviati in patria erano il fondamento del sistema mercantile. Tutto ciò che andava e veniva dal Nuovo Mondo doveva passare per Siviglia o Lisbona. Per gran parte del XVI secolo le parti si accontentarono di questo compromesso. Il re aveva bisogno degli ebrei per garantire il suo flusso di cassa, ed essi avevano bisogno di lui per tenere a bada l’Inquisizione.

Tuttavia, una volta stabilita la rete commerciale, gli ebrei divennero sacrificabili.

Alla fine del XVI secolo, i roghi dell’Inquisizione li raggiunsero.

In Messico, in Colombia e in Perù, dove i mercanti ebrei controllavano il commercio dell’argento, furono chiamati i Santi Inquisitori per ripulire i conti: i maggiorenti ebrei furono bruciati, le loro ricchezze confiscate e i cristiani presero il controllo del favolosamente ricco commercio dell’argento.

Gli ebrei del Nuovo Mondo capirono il messaggio: più che il profitto, la loro sopravvivenza nel secolo a venire avrebbe richiesto un rifugio fuori dalla portata del Grande Inquisitore. Senza la possibilità di assicurarsi una patria da soli, gli ebrei clandestini cospirarono con l’Olanda e l’Inghilterra per impadronirsi di una colonia del Nuovo Mondo.

Fu allora che un pugno di ebrei olandesi, ispirati da un agguerrito rabbino, si assunsero il compito di cambiare le cose. La loro generazione raggiunse la maturità all’inizio del 1600, quando gli ebrei erano banditi in Inghilterra, Francia e gran parte dell’Europa, e nell’Impero spagnolo chiunque fosse sorpreso a “giudaizzare” rischiava di essere bruciato sul rogo.

Solo ad Amsterdam, e nella più piccola Livorno, gli ebrei potevano definirsi tali in tutta sicurezza, e crebbero forti e liberi in una città che divenne nota nella Diaspora come Nuova Gerusalemme. I loro mentori erano i genitori rifugiati che si erano stabiliti lì in fuga dall’Inquisizione, e il loro rabbino, il diplomatico, mercante e pirata Samuel Pallache, Shmuel Palache.

La maggior parte delle circa cinquanta famiglie della comunità erano mercanti d’élite provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, le cui abilità commerciali e connessioni li avevano resi benvenuti in quella che stava rapidamente diventando la capitale commerciale d’Europa.

Il rabbino Palache, un pirata barbaresco conosciuto come il “Rabbino Pirata”, delegato del Sultano sa’diano Zidan Abu Maali, che continuava a catturare navi spagnole anche in tarda età, celebrò le prime funzioni religiose nella sua casa.

Mentre l’obiettivo dei loro genitori era stato vivere liberamente, arricchirsi grazie al commercio con il Nuovo Mondo e farsi ritrarre da Rembrandt e dai suoi coevi, il loro obiettivo finale non era altro che abbattere l’Impero spagnolo. I loro eserciti alleati in questa lotta erano gli olandesi, gli inglesi e, nell’assalto finale e vittorioso, i bucanieri delle Indie Occidentali.

I Caraibi — un consiglio: leggete “Caribbean Jewish Crossings”, a cura di Sarah Phillips Casteel e Heidi Kaufman, University of Virginia Press, 2019 — rispuntano in occasione della Guerra d’Indipendenza americana, in cui si distinsero Francis Salvador, proprietario terriero e rappresentante al Congresso del South Carolina; Mordecai Sheftall di Savannah, Georgia, che raggiunse il grado di colonnello, il più alto grado raggiunto da un ufficiale ebreo nelle forze continentali, e ricoprì la carica di commissario generale; Haym Salomon, un immigrato di origini polacche che ebbe un ruolo fondamentale nel finanziamento della rivoluzione; Gershom Mendes Seixas, capo spirituale della sinagoga Shearith Israel di New York, il cui incrollabile attaccamento ai principî rivoluzionari gli valse il soprannome di “il Rabbino patriota”.

E ci raccontano della minuscola isola di Sint Eustatius e del ristretto gruppo di mercanti ebrei sefarditi che furono al centro di quello che si rivelò un momento cruciale della guerra d’indipendenza americana.

È a Sint Eustatius che avviene il “First Salute”, il 16 novembre 1776, quando il brigantino americano Andrew Doria entrò nel porto dell’isola battendo la bandiera della Grand Union, una delle prime versioni di quella che sarebbe poi diventata la Stars and Stripes. Dopo aver sparato un saluto di 13 colpi, ricevette una raffica di risposta dal governatore olandese, uno scambio storicamente considerato come il primo riconoscimento formale dei nascenti Stati Uniti da parte di una potenza straniera.

Quella provocazione diplomatica rappresentò il culmine di un dramma commerciale e culturale in cui gli ebrei ebbero un ruolo di primo piano.

Alla vigilia della Rivoluzione americana, Sint Eustatius, conosciuta come la “Roccia d’Oro”, era diventata uno dei porti franchi più trafficati del mondo atlantico. Zucchero, tessuti, rum e, soprattutto, armi e polvere da sparo transitavano dai suoi moli.

I mercanti ebrei sefarditi avevano costruito vaste reti familiari e commerciali che si estendevano da Amsterdam ai Caraibi. Si trattava di persone che comprendevano allo stesso tempo cosa significasse essere apolidi, vulnerabili e avere delle opportunità: sfruttarono quelle reti non solo per sopravvivere, ma anche per partecipare a quello che riconoscevano come un momento rivoluzionario.

I mercanti ebrei di Sint Eustatius furono determinanti nel rifornire le colonie americane del materiale necessario per sostenere la loro guerra contro la Gran Bretagna, un’impresa rischiosa che alla fine avrebbe provocato la rappresaglia britannica. Nel 1781, le forze inglesi guidate dal celebrato ammiraglio George Rodney conquistarono l’isola, prendendo di mira la popolazione ebraica per saccheggiarla e deportarla.

Sin da allora i Tropici hanno rappresentato un crocevia in cui l’ebraismo ha dovuto misurarsi non solo con l’antisemitismo diffuso dal colonialismo europeo, ma soprattutto con una società di origine fortemente africana in un contesto difficilmente comparabile con altri del passato. E forse ci dice qualcosa il pavimento cosparso di sabbia della Sinagoga Mikvé Israel-Emanuel, seconda sinagoga del Nuovo Mondo, edificata nel 1651 a Willemstad, Curaçao.

D’altronde, ai primi dell’Ottocento, nell’allora Guyana olandese, oggi Suriname, circa la metà della comunità ebraica aveva almeno un antenato africano, il che la rendeva forse la comunità ebraica più polietnica dell’epoca.

In questo vasto frammento della Diaspora l’approdo, più che il porto d’origine, diventa particolarmente significativo: una tappa che a volte era puramente di transito ma che misteriosamente si trasformava in un processo di stanzialità, come narrava Louis Moreau Gottschalk, celebre pianista e compositore di New Orleans, un aristocratico della Louisiana, amico di Liszt e Chopin, allevato all’ebraismo dal padre, un ebreo di origini inglesi che si era trasferito negli Stati Uniti, dove aveva sposato una celebre bellezza creola:

“Quando mi sono stancato di vedere sempre lo stesso orizzonte, ho attraversato un braccio di mare e sono approdato su un’isola vicina… A volte idolo di un «pueblo» ignorante, al quale ho suonato alcune delle loro semplici ballate, mi sono fermato per cinque, sei o otto mesi tra loro, rimandando la mia partenza di giorno in giorno, e ho infine deciso seriamente di non andare oltre; oppure trattenuto in un villaggio dove il pianoforte era ancora sconosciuto, dai legami di un affetto con cui le mie dita non avevano nulla a che fare (O affetti rari e benedetti!) Ho dimenticato il mondo e ho vissuto solo per due grandi occhi neri, che si velavano di lacrime ogni volta che parlavo di ricominciare il mio vagabondare, di vivere di nuovo come cantano gli uccelli, come si schiude il fiore, come scorre il ruscello, dimentico del passato, incurante del futuro…

Ricominciai a vivere secondo le usanze di quei paesi primitivi, che, se non sono propriamente virtuose, sono in compenso terribilmente affascinanti. Rividi quelle bellissime «Trigueñas», con le labbra rosse e il seno bruno, ignare del male, che peccavano con franchezza, senza temere l’amarezza del rimorso.

Tutto questo è terribilmente immorale, lo so; ma la vita nelle savane dei tropici, in mezzo a una razza semicivilizzata e voluttuosa, non può essere quella di un cockney londinese, di un ozioso parigino o di un presbiteriano americano. Nel profondo della mia coscienza sentivo talvolta una voce che mi richiamava a ciò che ero, a ciò che avrei dovuto essere, e mi ordinava imperiosamente di tornare a una vita sana e attiva.

Ma avevo permesso a me stesso di diventare, per via del languore — del “far niente” — moralmente intorpidito, al punto che l’idea di comparire nuovamente davanti a un pubblico raffinato mi sembrava sinceramente assurda. A che pro? mi dicevo. E poi è troppo tardi; e continuavo a vivere, a dormire, a svegliarmi, a percorrere a cavallo le savane, ad ascoltare le femmine di pappagallo civettare sugli alberi di guava all’alba, il frinire dei grilli nei campi di canna da zucchero al calar della notte, a fumare il mio sigaro, a dondolarmi sull’amaca… insomma, a godere di tutti quei piaceri oltre i quali il «Guajiro» vede solo la morte o, peggio ancora, la febbrile agitazione della società del nord.

Ecco il segreto dell’atrofia delle colonie spagnole… I moralisti, lo so bene, condannano tutto questo; e hanno ragione. Ma la poesia è spesso antagonista della virtù.”

Gottschalk finì i suoi giorni in Brasile, come compositore alla corte dell’Imperatore Dom Pedro II, e in Brasile finì i suoi giorni Stefan Zweig che, prima di suicidarsi con la moglie a Petrópolis, Rio de Janeiro, indirizzò il 22 febbraio 1942 una lettera ai brasiliani:

“Ogni giorno ho imparato ad amare sempre di più questo Paese, e non avrei chiesto di ricostruire la mia vita in nessun altro luogo dopo che il mondo della mia lingua era sprofondato e mi era andato perduto e la mia patria spirituale, l’Europa, si era autodistrutta.”

E se le vicende degli ebrei nelle Americhe possono affascinare e non possono certo esaurirsi in queste poche righe, le storie che narrano dell’ebraismo sono un tuffo profondo nel campo, per molti ambiguo e incomprensibile, di sincretismi complessi e ramificati, oggetto di due notevoli opere cinematografiche: il documentario “A Estrela Oculta do Sertão” (2005), di Elaine Eiger e Luize Valente (https://www.youtube.com/watch?v=gM53ECPiMkg&t=110s), e il film-documentario “Saravá Shalom” di Alex Minkin, presentato nel 2026 (https://www.youtube.com/watch?v=K9e3_BVstxA), che affronta il giudaismo sincretico brasiliano.

Ché in Brasile le memorie sefardite delle conversioni forzate ai tempi dell’Inquisizione si intrecciano con le vicende dello schiavismo e del colonialismo, dando vita a forme di ritualizzazione e di pratiche spirituali in cui lo studio della Kabbalah si affianca strettamente alle tradizioni afro-native e addirittura allo spiritismo kardecista.

Emerge una realtà, non facilmente accettata dall’ebraismo “ufficiale”, di un ebraismo inquieto, in costante trasformazione, che esplora territori per certi versi inesplorati ma studiati con spirito indiscutibilmente ebraico.

Le melodie di Sefarad, la cantillazione sinagogale, il canto melismatico dialogano con le pulsazioni ritmiche e le reiterazioni dei canti del candomblé e dell’umbanda, attraverso i cui rituali i discendenti dei cripto-ebrei cercano di ricostruire la propria identità ebraica originaria dialogando con le anime degli antenati contattati tramite gli Orixá.

Come ha scritto il giornalista Carlos Mourão:

“Quello che un tempo era un segno di fede segreta, perseguitato dai roghi dell’Inquisizione, riappare nei templi afro-brasiliani come simbolo di forza. La stella a sei punte, incisa sul tessuto di una congá o illuminata nel disegno invisibile di una danza, porta con sé una storia che non svanisce, ma si trasforma.

Il documentario non cerca di spiegare questa fusione: la incarna. Il film indugia nella trance e nei silenzi carichi di significato. Mostra il tentativo di un dialogo tra yorubá ed ebraico senza bisogno di traduzione. In questo spazio il trauma non viene superato ma accolto, e le tradizioni si incontrano.”

“Saravá Shalom” celebra l’“impurità” delle origini dell’ebraismo brasiliano attraverso le divinità e gli spiriti che affiorano dalle tradizioni afro-brasiliane: uno spazio extraterritoriale, una no man’s land nella quale riflettere sull’impatto delle diaspore e su come culture diverse possano fondersi in un unico “eruv” spirituale. Che tutto ciò sia kosher o meno, non ha importanza. Non per gli ebrei dei Tropici.


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