\n\n\n\n\n\n

Elogio del sindacato dei “santi minori” dopo il Primo Maggio

Lavoro & Sindacato

Elogio del sindacato dei “santi minori” dopo il Primo Maggio

Il sindacato ha avuto i suoi “santi minori”: militanti, delegati e dirigenti di seconda fila che hanno costruito una civiltà del lavoro. Ma quel ciclo è finito. La sfida, oggi, è capire se la rappresentanza saprà uscire dalla nostalgia e misurarsi con i lavori del presente.

Michele Magno02/05/2026Aggiornato 01/05/20266 min lettura1.313 parole

Il sindacato ha avuto i suoi “santi minori”: militanti, delegati e dirigenti di seconda fila che hanno costruito una civiltà del lavoro. Ma quel ciclo è finito. La sfida, oggi, è capire se la rappresentanza saprà uscire dalla nostalgia e misurarsi con i lavori del presente.


Chiunque abbia incontrato il sindacato confederale nell’epoca del suo massimo potere, vale a dire nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso, sicuramente ha conosciuto un ambiente umano davvero speciale. Non mi riferisco soltanto ai suoi capi o alle straordinarie lotte di massa di quel periodo.

Penso anche a quei dirigenti di seconda fila, a quei delegati o semplici attivisti che, ciascuno con la propria piccola storia fatta di rinunce e di generosità, hanno contribuito a costruire una formidabile esperienza di civilizzazione del lavoro.

Chi scrive ha avuto la fortuna di incontrare il sindacato proprio nella stagione in cui ha prepotentemente rialzato la testa, e non si è dimenticato di questi “santi minori”, per usare una felice definizione coniata da Bruno Manghi in un fortunato volumetto, “Interno sindacale”, 1996.

Per loro si poteva davvero utilizzare quella parola “servizio” che successivamente non di rado ha assunto un significato falso e ipocrita. Una risorsa che certamente non basta a spiegare l’ascesa delle confederazioni verso ruoli impensabili nell’immediato dopoguerra.

Ma forse spiega la loro tenuta organizzativa anche quando si sono manifestati i primi segni di un graduale declino, almeno rispetto ai livelli di prestigio e di consenso raggiunti nell’era della “centralità operaia”.

La nostalgia per questa realtà che fu è comprensibile, ma non aiuta molto. La verità è che è finito il ciclo dei santi minori, come si è estinta la razza di quei leader carismatici che sono stati protagonisti delle svolte strategiche e delle culture storiche del movimento sindacale: cristiana, comunista, socialista e altre ancora.

Perciò ricercare oggi la consistenza etica e ideale del suo “mestiere” ricorrendo a quegli esempi è un esercizio deviante. Anzi, si presta al gioco retorico di chi celebra gli eroi nei giorni di festa per insegnare la furbizia e il cinismo nei giorni feriali.

Al contrario, occorrerebbe celebrare gli eroi — più o meno noti al grande pubblico — nei giorni feriali per educare alla schiettezza delle idee anche nei giorni di festa, quelli in cui il sindacato magnifica i fasti e la nobiltà dei suoi compiti, come nei riti congressuali.

Ora, dovremmo tutti essere d’accordo sul fatto che i cambiamenti strutturali dei processi produttivi richiedono di difendere i salariati con nuove leggi e con nuovi contratti.

Questa resta la giusta risposta alle paure suscitate dalle novità: dalla paura della fabbrica perché abbrutisce l’operaio, alla paura della macchina perché aliena il lavoratore; dalla paura del mercato perché “corrode il suo carattere”, come sostiene Richard Sennett, alla paura dell’intelligenza artificiale perché distrugge posti di lavoro. Al Concertone del Primo Maggio anche la cantante Arisa non ha mancato di informarci sul futuro catastrofico che attende l’umanità.

Una paura, quest’ultima, che contraddice una verità elementare, pervicacemente contestata da tutti i neoluddisti del terzo millennio: ogni rivoluzione tecnologica comporta infatti la nascita di lavori nuovi e, parallelamente, la trasformazione di vecchi lavori, determinandone spesso la marginalità o la scomparsa.

Ce ne offre un lucido ritratto — celebrato da Marx — il romanzo “I due poeti”, con cui Balzac apre il ciclo delle “Illusioni perdute” (1837-1843): “All’epoca in cui comincia questa storia — scrive — la macchina di Stanhope e i rulli inchiostratori non erano ancora entrati nelle piccole stamperie di provincia”.

Nella tipografia descritta nelle prime pagine del romanzo sopravvivono perciò “Orsi” e “Scimmie”, cioè i torcolieri che si muovono tra le tavolette su cui è disteso l’inchiostro e il torchio, e i compositori, che fanno una “ininterrotta ginnastica […] per prendere i caratteri nei centocinquantadue cassettini in cui sono contenuti”.

Tutte figure professionali e mansioni destinate a scomparire, poiché le loro funzioni sarebbero state svolte da macchine: il torchio a vapore, la rotativa, la linotype.

Ovviamente, non è qui possibile stilare un elenco dei nuovi mestieri legati alla rivoluzione informatica in corso. Mi limito a citare un esempio emblematico: il “Mechanical Turk” di Amazon, che fa riferimento al celebre fantoccio meccanico creato da Wolfgang von Kempelen per Maria Teresa d’Austria (1769); un finto automa in grado di giocare a scacchi, all’interno del quale si celava un campione dal fisico minuscolo che ne manovrava le mosse.

Si tratta di una piattaforma di “crowdworking”, da “crowd”, folla, e “working”, lavoro, in grado di connettere chi offre lavoro con un esercito di consulenti, disponibile giorno e notte, sette giorni su sette.

Non è difficile cogliere in questo portale la persistenza di un taylorismo sui generis: ogni ordine inviato online mobilita i dipendenti impiegati nei magazzini, per un salario medio orario molto basso, in percorsi lunghi chilometri, con assegnazione di compiti parcellizzati, gestiti e monitorati grazie alla Rete e a modelli di business che poggiano su una dura e gerarchica divisione del lavoro.

Ebbene, c’è qualche sindacato che si sogna di affiliare questi lavoratori e immagina come proteggerli? Non pare. Ecco perché il sindacato non può procrastinare la ricerca di una tutela e di una rappresentanza post-novecentesca.

In questo senso, la regolazione dei lavori, il plurale è d’obbligo, deve cominciare dal mercato, ossia prima che il lavoratore trovi un impiego: infatti i sindacati sorsero per difendere gli iscritti che volevano trovarsi e mantenere un impiego.

Adesso si attivano soltanto quando il lavoratore si è già trovato il posto, o sta per perderlo o lo ha perduto, cosicché in Paesi come l’Italia sono più forti tra i pensionati che tra gli attivi.

Qualcuno obietta: come, i sindacati devono tornare a tutelare i lavoratori sul mercato del lavoro prima che nel rapporto di lavoro? Come nell’Ottocento?

Questo ritorno al passato può sembrare paradossale, ma è logico. Perché il secolo della diversificazione somiglia di più a quello dell’eterogeneità, quando il lavoratore veniva tutelato nel complicato passaggio sul mercato del lavoro, dove era più indifeso e insicuro.

Gli scenari futuri della rivoluzione digitale in corso restano problematici, sia chiaro. Il campo della cosiddetta economia della conoscenza può essere occupato sia da zone grigie tra lavoro autonomo e asservimento, sia da condizioni che valorizzano la responsabilità, la competenza, la creatività, la partecipazione della persona che lavora.

La seconda prospettiva richiede progetti e azioni credibili, lontane dall’estetismo spontaneista della cultura del conflitto. Richiede, inoltre, che le organizzazioni dei lavoratori e le stesse forze riformiste — sindacali e politiche — non restino frastornate, divise e incerte di fronte a novità che sembrano minacciarle, ma che non basta esorcizzare o maledire.

Del resto, vedere la storia come un susseguirsi di fregature e di tradimenti, per cui il mondo migliore è sempre quello che non c’è, significa consegnarsi all’irrilevanza politica nel mondo che c’è.

Ogni riferimento alla Cgil di Maurizio Landini non è puramente casuale.


Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!

*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy



Iscriviti al Club InOltre

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene.  È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.

Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.


InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *