\n\n\n\n\n\n

E se Giorgia Meloni non sapesse perdere?

Politica italiana

E se Giorgia Meloni non sapesse perdere?

Dopo il referendum, Giorgia Meloni sembra avere smarrito la presa sull’agenda politica: tra cedimenti interni, riposizionamenti internazionali e rincorsa al mainstream, la premier rischia di lasciare all’opposizione non solo le parole d’ordine, ma anche il terreno della scelta politica. Il sondaggio pubblicato ieri dal Corriere della

Giulio Massa02/05/2026Aggiornato 02/05/20268 min lettura1.695 parole

Dopo il referendum, Giorgia Meloni sembra avere smarrito la presa sull’agenda politica: tra cedimenti interni, riposizionamenti internazionali e rincorsa al mainstream, la premier rischia di lasciare all’opposizione non solo le parole d’ordine, ma anche il terreno della scelta politica.


Il sondaggio pubblicato ieri dal Corriere della Sera, e realizzato da Ipsos Doxa di Nando Pagnoncelli, sconta certo la volatilità e l’aleatorietà proprie di ogni rilevazione demoscopica. Tuttavia, leggere che il cdx (Vannacci generosamente incluso) è dietro al Campo Largo riattiva un interrogativo che da tempo fa capolino.

E se Giorgia Meloni non sapesse perdere? Trascorsi quaranta giorni dall’esito referendario, la gestione di quel risultato sembra poter autorizzare qualche dubbio in proposito.

A scanso di equivoci, l’eventuale non saper perdere non ha qui nulla a che vedere con la non accettazione della volontà popolare che tanto vorrebbero poterle addebitare gli antifascisti in servizio permanente effettivo.

Quelli che pensano, o fanno mostra di pensare, di aver davvero salvato la Costituzione e la democrazia impedendo che, in questo sventurato Paese, chi entra nelle spire di un processo penale si ritrovi un giudice e un pubblico ministero tra loro colleghi.

Per costoro sarebbe stato un invito a nozze se Meloni avesse in qualsiasi modo mostrato insofferenza per la vittoria del No e delle vestali dell’intangibilità (selettiva) della Costituzione più bella del mondo.

Scenario invero fantapolitico per chiunque abbia osservato sine ira et studio l’azione di governo da autunno ’22 ad oggi.

No, i dubbi circa il saper perdere della premier non riguardano in alcun modo la sua affidabilità democratica. Concernono piuttosto la sua capacità di gestire la sconfitta.

Come scrivemmo immediatamente all’indomani del referendum, quel voto ha rappresentato, per Meloni, il primo vero rovescio politico, la prima, autentica crisi nella relazione con l’opinione pubblica. Era interessante, quindi, capire come avrebbe reagito, anche in vista delle future sfide elettorali, indubbiamente complicate da quello stesso risultato.

Ecco, il mix delle reazioni poste in atto sul piano della politica interna e, soprattutto, dello scenario internazionale (nel frattempo complicatosi in maniera infernale, va ammesso) rimanda un’immagine di debolezza e di subordinazione al mainstream che non conoscevamo nella leader di FdI.

Qualunque giudizio si possa nutrire su Giorgia Meloni e la sua azione di governo, è innegabile che la premier ci aveva fino ad ora abituati ad una salda presa sull’agenda politica. Nelle ultime settimane, invece, si ha troppo spesso l’impressione che Meloni rincorra lo sfoglio di un’agenda altrui, in Italia come all’estero.

L’immediato inchino alle procure e al moralismo giustizialista con le purghe governative a ventiquattr’ore dal voto referendario. L’affrettata e acritica adesione alla versione vittimistica del cardinale Pizzaballa sulla questione delle celebrazioni pasquali a Gerusalemme.

Il manieristico ed ostentato “momento Sigonella” messo in scena negando l’atterraggio ad un bombardiere americano. L’emotiva sospensione del rinnovo automatico del memorandum militare Italia-Israele (dichiaratamente disposta in conseguenza della “situazione attuale”, rectius per non lasciare alle opposizioni il monopolio della condanna della guerra al regime degli ayatollah).

Il riflesso condizionato della Farnesina alla convocazione dell’ambasciatore israeliano per ogni episodio che coinvolga “Inutilifil”, fallimentare spedizione di peacekeeping nel pieno di una guerra che quella stessa spedizione non ha saputo evitare.

Senza dire del decreto sul lavoro che avrebbero potuto dettare Cgil e opposizioni o della pulsione a fare nuovo deficit (ma non per la difesa, beninteso) che fa tanto PUSP (partito unico della spesa pubblica).

Fino, per concludere, alla condanna di Israele e all’imbarazzante agitazione diplomatica azionate a difesa, di fatto, dell’ipocrita e farlocco ideologismo pseudoumanitario rappresentato dalla Flotilla.

È questo, sommariamente, il catalogo di prese di posizione che lasciano francamente perplessi. Come ha scritto Claudio Cerasa, pare quasi che Meloni abbia paradossalmente fatto proprio un mantra, un tic della sinistra riformista (laddove esistente): “nessun nemico a sinistra”.

Su tutto, però, domina l’affrancamento di Meloni da Trump e dal trumpismo e le modalità e l’occasione prescelte per questo “parricidio”.

Beninteso, nell’ambito dell’auspicata, definitiva svolta di Meloni e del suo partito verso una destra conservatrice e liberale di stampo classico (ammesso e non concesso che il dna originario di FdI possa davvero sopportare una così ardita manipolazione genetica), il superamento della radicata infatuazione per il mondo Maga appare un presupposto indispensabile ed urgente.

Lo stesso dicasi per una severa postura verso un’Amministrazione che mostra, dai dazi alla Groenlandia fino (e più di tutto) all’osceno abbandono dell’Ucraina, di non sentire più il vincolo atlantico come alleanza di destino.

Il punto, però, è se sia stata scelta l’occasione giusta e più coerente per marcare le distanze.

Quel che viene lecito domandarsi è se la premier, tanto criticata in casa nostra per aver finora cercato di svolgere uno scomodissimo ruolo di pontiera tra l’Amministrazione Usa e l’Europa, non abbia individuato il momento meno adatto per abbandonare questa ambizione.

Quanto ci sarebbe bisogno, infatti, di un leader europeo che in questa fase desse corpo alla suggestione esposta da quel mattacchione visionario di Boris Johnson il 12 aprile scorso: “Avevamo una opportunità di fare un patto con Trump. Potevamo dirgli: ‘Sei nei casini, non è colpa nostra, ma possiamo aiutarti a uscire dal pasticcio, diplomaticamente e con le limitate risorse militari che abbiamo, e riaprire lo Stretto, ma in cambio vogliamo più impegno sull’Ucraina’. È stato un errore non farlo. La nostra posizione è stata invece: ‘Questa non è la nostra guerra, l’America è uno Stato canaglia, non vogliamo averci niente a che fare’”.

Una suggestione che comincia a scavarsi faticosamente un minimo spazio anche nel nostro dibattito pubblico. In uno con l’incrinarsi della narrazione sull’Iran che “ha già vinto la guerra”, laddove è oggettivamente evidente che il blocco dei porti iraniani imposto da Trump (che non è il raddoppio della chiusura di Hormuz sciattamente raccontato qui da noi) sta facendo collassare economicamente il regime di Teheran.

Ancora sul Corriere della Sera di ieri, questo far capolino della Realtà spiccava nell’editoriale di Giampiero Massolo: “Davvero gli ayatollah credono di poter conservare a lungo il loro potere mentre l’Iran rischia la distruzione? E gli europei per quanto tempo ancora pensano di potersi estraniare da un conflitto che coinvolge la loro stabilità economica, energetica e sociale?”.

Farsi carico di imporre questa riflessione era una sfida che avrebbe esaltato la pontiera. Peccato che Meloni abbia lasciato il ponte proprio nel momento cruciale.

Spaventata dall’esito referendario, condizionata dal PUP (il partito unico pacifista, trasversale a tutto l’arco parlamentare e ben rappresentato anche in cruciali caselle governative) e intimorita da sondaggi che immediatamente (dopo pochi giorni di conflitto) misuravano la consueta, spiccata war fatigue degli italiani per le guerre altrui, la premier si è adeguata alla posizione prevalente.

È ben vero che questo atteggiamento le è valso la medaglia rappresentata dallo spregevole attacco dei propagandisti di Stato russi, medaglia di cui andiamo tutti orgogliosi insieme a lei.

Ma ha comportato anche la caduta di ogni argine alla narrazione dominante nel Paese. Vale a dire una ormai nauseabonda miscellanea di antiamericanismo viscerale, assoluzione implicita dei tagliagole di Teheran, pacifismo radicale e disincarnato e, last but not least, abituale e sempre più violenta criminalizzazione della guerra di Israele contro chi da anni teorizza e persegue fattivamente la sua distruzione.

In tutto ciò, però, Meloni ha avuto quantomeno un passaggio felicissimo. È stato quando, in Parlamento, ha affermato: “Rispetto al rapporto tra l’Italia, l’Europa e gli Usa mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara all’onorevole Schlein, che noi siamo testardamente unitari. E se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti che stanno insieme da molto tempo. Siamo testardamente occidentali”.

Da inascoltati (e forse persino inascoltabili) consiglieri, ci verrebbe da raccomandare a Giorgia Meloni di non temere di essere conseguente, su tutti i teatri di guerra, a queste parole, di non perdere mai di vista come Ucraina e resistenza all’islamofascismo sciita, dotato di ambizioni nucleari, siano le due frontiere dove oggi l’Occidente si difende e dove può ritrovarsi o perdersi definitivamente.

La sconfitta referendaria ha probabilmente scosso la fiducia della premier nel suo rapporto con l’opinione pubblica. Sicuramente è circondata da persone che le sanno spiegare come recuperarlo.

Quali che siano questi suggerimenti, tendiamo però ad escludere che sia una mossa elettoralmente efficace quella consistente nel fare scelte, di politica interna ed internazionale, che consentono di continuo all’opposizione di maramaldeggiare al grido: “E ci voleva tanto?”, “Perché solo ora?” oppure “Ora si faccia di più!”.

In realtà, come conferma anche il sondaggio di Pagnoncelli, sono ancora molti quelli che guardano con disagio (eufemismo) ad un Paese guidato, soprattutto nell’attuale congiuntura internazionale, dagli azionisti di maggioranza del campo largo.

Un disagio non paragonabile, tuttavia, a quello provocato negli elettori dal dubbio di potersi trovare di fronte ad una scelta in cui la differenza tra gli schieramenti la fanno solo i colori delle maglie e le retoriche narrative, ma non le scelte politiche.

Sembra che il compito di scongiurare questo scenario gravi oggi in buona parte su Giorgia Meloni.


Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!

*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy



Iscriviti al Club InOltre

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene.  È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.

Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.


InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay

Un pensiero su “E se Giorgia Meloni non sapesse perdere?

  1. thoroughlypirate162d21c226 dice:

    Sì, anche io ho l’impressione che abbia perso fiducia nel suo fiuto politico. Personalmente mi auguro che il momento di sbandamento e riflessione non degeneri nella guerra da corsa, al grido tanto caro ad un ex pdc dopo un’altra clamorosa sconfitta in un referendum: muoia Sansone con tutti i filistei. Le prossime settimane saranno cruciali per capire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *