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Il pacifismo a intermittenza dell’International Solidarity Movement

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Il pacifismo a intermittenza dell’International Solidarity Movement

Dietro la retorica della non violenza dell’International Solidarity Movement emergono dichiarazioni, collaborazioni e prese di posizione che raccontano un pacifismo selettivo: severissimo contro Israele, molto più indulgente verso la lotta armata palestinese e verso figure legate al terrorismo. In un precedente articolo, abbiamo illustrato come la

Nathan Greppi05/05/2026Aggiornato 04/05/20265 min lettura975 parole

Dietro la retorica della non violenza dell’International Solidarity Movement emergono dichiarazioni, collaborazioni e prese di posizione che raccontano un pacifismo selettivo: severissimo contro Israele, molto più indulgente verso la lotta armata palestinese e verso figure legate al terrorismo.


In un precedente articolo, abbiamo illustrato come la figura di Vittorio Arrigoni, attivista filopalestinese ucciso a Gaza nel 2011 da jihadisti salafiti, presentasse molte ombre dietro all’immagine del pacifista che ne è stata veicolata dopo la morte. Tuttavia, meno conosciuti sono i lati oscuri che si celano dietro all’organizzazione di cui faceva parte, l’ISM (International Solidarity Movement).

Fondato nel 2001, l’ISM dice di essere un movimento pacifista e non violento, i cui volontari spesso ostacolano le attività dell’esercito israeliano nei territori palestinesi come parte di una forma di “resistenza”. Tuttavia, se si scava a fondo nelle loro azioni e parole, emerge un quadro ben più fosco.

Pur presentandosi come fautori della non violenza, nel 2002 i fondatori dell’ISM, i coniugi americani Huwaida Arraf e Adam Shapiro, scrissero un’editoriale sul sito “The Palestine Chronicle” nel quale dichiararono: “La resistenza palestinese deve assumere una varietà di caratteristiche — sia non violente che violente.

Ma soprattutto, deve sviluppare una strategia che coinvolga entrambi gli aspetti. Nessun altro movimento non violento di successo è riuscito a raggiungere il proprio obiettivo senza che ce ne fosse uno violento simultaneo”.

In un’intervista rilasciata nel luglio 2003 al giornale giordano “The Star”, Shapiro dichiarò che, pur non essendo favorevole agli attentati suicidi, giustificava la “lotta armata palestinese contro Israele” fintanto che i bersagli erano i soldati israeliani o gli abitanti degli insediamenti.

Sempre nel 2003, l’impostazione “gandhiana” del movimento venne smentita anche da Saif Abu Keshek, coordinatore dell’ISM a Nablus, il quale a febbraio disse in un’intervista online per il sito della loro sezione di Londra che “sicuramente vi è un sostegno alla resistenza armata. È uno dei diritti dei palestinesi per reagire contro l’occupazione”.

Nel febbraio 2006 la Arraf, avvocatessa di origini palestinesi, ammise in una lettera pubblicata sul “Washington Post” che il suo movimento collaborava con Hamas, la Jihad Islamica palestinese e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Per giustificarsi, sostenne di voler “offrire esempi concreti dei modi in cui questi gruppi ingaggiano una resistenza non violenta”.

Come riportato dal sito “HonestReporting” nel 2021, quando la Arraf si è candidata senza successo per un seggio nel Congresso USA, l’ISM ha una lunga storia di connivenza con i terroristi.

Nel 2002, mentre infuriava la Seconda Intifada, durante la quale diversi attentatori suicidi palestinesi fecero strage di civili israeliani, l’ISM inviò diversi attivisti a proteggere dei terroristi della Brigata Martiri di Al-Aqsa che si nascondevano all’interno della Chiesa della Natività a Betlemme. La stessa Arraf organizzò personalmente una missione per portare cibo e acqua ai terroristi asserragliatisi all’interno della chiesa.

Il 30 aprile 2003, un bar sul lungomare di Tel Aviv, il “Mike’s Place”, venne colpito da due cittadini britannici di religione musulmana in un attentato terroristico che fece tre morti e 50 feriti. I kamikaze, che operavano sotto la guida di Hamas e delle Brigate Martiri di Al-Aqsa, erano arrivati in Israele dalla Giordania e, pochi giorni prima dell’attacco, avevano visitato l’ufficio dell’ISM a Gaza.

Circa un mese prima, il 27 marzo 2003, nell’ufficio dell’ISM a Jenin venne arrestato dall’IDF Shadi Sukiya, membro della Jihad Islamica che aveva pianificato diversi attentati suicidi. Alcuni attivisti avevano cercato di nasconderlo e di impedirne l’arresto.

Prima della vicenda di Arrigoni, l’ISM aveva già acquisito una certa fama dopo che un’altra loro attivista, l’americana Rachel Corrie, morì a Rafah il 16 marzo 2003 schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano, difronte al quale si era messa per impedire la distruzione di un edificio utilizzato come postazione dai terroristi.

Dopo che i genitori dell’attivista sporsero denuncia, venne avviata un’inchiesta da parte della magistratura israeliana. Questa si concluse solo nell’agosto 2012, quando il Tribunale di Haifa decretò che l’IDF non era responsabile della morte della Corrie, in quanto il conducente del bulldozer non l’aveva vista mentre si piazzava proprio sotto di esso.

Oltre che con le azioni sul campo, l’ISM ha difeso i terroristi anche con dichiarazioni pubbliche. Nel gennaio 2017, hanno pubblicato su Facebook un comunicato per chiedere la liberazione di Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Da notare che Sa’adat venne incarcerato dopo che la sua organizzazione rivendicò l’omicidio del Ministro del Turismo israeliano Rehavam Ze’evi, avvenuta il 17 ottobre 2001.

Nel dicembre 2016, l’International Solidarity Movement ha pubblicato anche delle dichiarazioni su Facebook e Twitter in difesa della terrorista Rasmea Odeh, incarcerata in Israele per aver pianificato nel 1969 un attentato dinamitardo a Gerusalemme nel quale persero la vita due studenti universitari.


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2 pensieri su “Il pacifismo a intermittenza dell’International Solidarity Movement

  1. Dr. Ephraim Nissan dice:

    Il caso di un’attivista occidentale ferita rivelo` come si tratti di un’organizzazione che cerca di provocare incidenti a qualche donna che portano e mettono in una posizione pericolosissima, per sfruttare il suo passaporto occidentale onde far protestare il rispettivo Paese. Ogni volta, la donna veniva manipolata da un manipolatore maschio che non si esponeva.

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