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Il modo (sbagliato) con cui in Italia si parla di intelligenza artificiale

Essere Digitali

Il modo (sbagliato) con cui in Italia si parla di intelligenza artificiale

Da giorni in Italia si parla dell'intervista di Veltroni a Claude sul Corriere, un'operazione che rischia di offuscare il grande tema dell'IA. Quando altrove se ne discute in termini di geopolitica e di infrastruttura energetica. Quando esce una norma UNI sui 12 profili professionali dell'IA, non

Franz Russo05/05/2026Aggiornato 04/05/20264 min lettura705 parole
Anteprima

Da giorni in Italia si parla dell’intervista di Veltroni a Claude sul Corriere, un’operazione che rischia di offuscare il grande tema dell’IA. Quando altrove se ne discute in termini di geopolitica e di infrastruttura energetica.


Quando esce una norma UNI sui 12 profili professionali dell’IA, non se ne accorge quasi nessuno. Quando si discute di nuovi data center per via degli elevati consumi energetici della IA, restiamo a guardare cosa succede altrove. Quando si parla del fatto che i modelli vengono aggiornati in continuazione senza che l’utente sappia mai cosa è cambiato davvero, il dibattito resta confinato a qualche blog, sito o newsletter di settore. Quando si pone la domanda di chi possiede questi sistemi, secondo quali criteri li addestra, con quale supervisione li rilascia, le risposte arrivano da blog e riviste di nicchia e quasi mai dai grandi quotidiani.

L’intervista alla IA che ha occupato lo spazio del dibattito

Poi sul Corriere esce un’intervista di Veltroni a Claude, il modello di Anthropic, con domande su identità, anima, desiderio, morte. E da giorni non si parla d’altro.

È questa la misura del modo di affrontare il tema della IA. È spesso molto legato all’emozione piuttosto che alla voglia di sapere.

La sycophancy, ovvero perché il modello risponde così bene

Molti sono sorpresi del fatto che il modello risponda benissimo, semplicemente perché è addestrato a farlo.

La tendenza dei modelli linguistici a compiacere, se non adulare, l’interlocutore ha un nome, sycophancy, è documentata anche da un paper di Anthropic del 2023, ed è uno dei comportamenti più studiati al momento. In pratica, un sistema costruito per restituire frasi plausibili e coerenti con la domanda ricevuta produrrà sempre, di fronte a una domanda evocativa, una risposta evocativa. Non c’è dentro un soggetto che desidera vedere il mare, ma c’è una funzione di completamento che, sollecitata da una domanda sul desiderio, produce un output che abbia quella forma.

La cornice culturale che tiene fuori le domande giuste

Ma non è questo il punto vero. Il punto vero è un altro.

Il discorso pubblico italiano sull’IA funziona, come dicevo prima, per emozioni, funziona se costruito all’interno di una cornice culturale rassicurante. L’AI come occasione letteraria, l’IA come pretesto umanistico, l’AI come specchio in cui l’intellettuale italiano si riconosce. Le domande che chiederebbero competenza tecnica, conoscenza di paper, comprensione dei modelli, restano fuori.

Non perché manchino le persone capaci di porle, anzi, mancano perché non trovano la cornice giusta per arrivare al grande pubblico o al pubblico generalista. E intanto il resto del mondo si muove e va avanti sulla IA.

Mentre altrove l’IA è già una questione politica

In Italia invece da giorni discutiamo di un’intervista in cui un modello linguistico dichiara di temere di non avere ricordi e di voler vedere il mare. Le due cose non si escludono. Ma il rapporto tra lo spazio dedicato all’una e lo spazio dedicato all’altra racconta esattamente qual è il livello del dibattito nel nostro paese sulla IA.

Racconta che siamo ancora nella fase in cui l’IA viene letta come fenomeno culturale o come curiosità antropologica, mentre altrove è già diventata, e da tempo, una questione di geopolitica industriale, di sovranità computazionale, di regolazione del lavoro, di infrastruttura energetica.


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