Il dibattito delle idee
I veri “fascisti rossi”: tra sudditanza psicologica e devozione per l’autoritarismo
L’espressione “fascisti rossi” dice spesso più di chi la usa che di chi vorrebbe colpire. Dietro l’etichetta si nasconde una sudditanza concettuale: misurare ogni totalitarismo sul fascismo, invece di riconoscere il comunismo e il putinismo per ciò che sono. Nel lessico della polemica politica italiana ed



L’espressione “fascisti rossi” dice spesso più di chi la usa che di chi vorrebbe colpire. Dietro l’etichetta si nasconde una sudditanza concettuale: misurare ogni totalitarismo sul fascismo, invece di riconoscere il comunismo e il putinismo per ciò che sono.
Nel lessico della polemica politica italiana ed europea, poche espressioni vengono usate con tanta disinvoltura e con altrettanta imprecisione quanto “fascisti rossi”. L’etichetta, con cui si intende solitamente bollare i comunisti come moralmente equivalenti ai fascisti, è in realtà un esempio straordinario di come il linguaggio possa tradire una forma di sudditanza ideologica nei confronti di ciò che si pretende di combattere.
Perché usare il termine “fascista” per descrivere un comunista, anziché chiamarlo semplicemente con il suo nome? Perché ritenere che il peggio che si possa dire di un leninista sia che assomigli a un fascista, invece di riconoscere il leninismo per quello che storicamente è stato: un sistema di terrore di massa, di campi di concentramento, di stermini di classe, di eliminazione sistematica degli avversari politici, con la propria specifica e autosufficiente carica di orrore?
La risposta, a ben guardare, è addirittura imbarazzante: chi usa quell’espressione in senso critico nei confronti dei comunisti sta implicitamente ammettendo che il fascismo rimane, nella sua scala morale interiore, il metro ultimo del male politico. Il comunismo sarebbe cattivo nella misura in cui assomiglia al fascismo, non in quanto tale.
È la vittoria postuma di una cornice ideologica, quella che pone il fascismo al vertice assoluto dell’orrore storico e ogni altro crimine come sua variante, che è essa stessa, storicamente, una costruzione della sinistra leninista e stalinista.
Il Comintern, nei suoi documenti degli anni Venti e Trenta, fu il primo a usare il termine “fascismo” come insulto universale contro qualsiasi avversario, dai socialdemocratici ai liberali, dai conservatori ai nazionalisti moderati. Oggi quella stessa cornice viene adottata, il più delle volte inconsapevolmente, anche da chi si professa avversario della sinistra radicale.
Esiste tuttavia un contesto preciso in cui l’espressione “fascisti rossi” non è metaforica, ma letteralmente descrittiva. Ed è esattamente il contesto opposto a quello in cui viene comunemente usata.
Nei decenni successivi alla Rivoluzione d’ottobre, una parte non trascurabile della destra europea, nazionalista, corporativista, antidemocratica, guardò all’esperimento sovietico con autentica fascinazione. Non per simpatie ideologiche in senso stretto, ma per ragioni strutturali.
L’Unione Sovietica sembrava incarnare ciò che molti settori della destra sognavano: uno Stato forte, capace di spezzare i ceti intermedi borghesi, di mobilitare le masse attorno a un mito collettivo, di sfidare le democrazie liberali di matrice anglosassone, che erano il vero nemico percepito.
Questa attrazione non fu marginale. Il nazional-bolscevismo tedesco degli anni Venti, alcune correnti del fascismo italiano che guardavano a Mosca come a un alleato naturale contro Londra e Washington, la stretta collaborazione militare tra la Reichswehr e l’Armata Rossa negli anni di Weimar, i patti tra Hitler e Stalin: tutto ciò non fu un incidente della storia o una pura tattica contingente.
Fu l’espressione di un’affinità sistemica tra i due totalitarismi che, pur combattendosi a morte, condividevano il nemico comune: la democrazia liberale, il parlamentarismo, il capitalismo borghese, l’individualismo occidentale.
Ernst Niekisch, teorico del nazional-bolscevismo, sosteneva apertamente che la Germania dovesse allearsi con la Russia sovietica contro l’Occidente “romano-cattolico e liberale”. Oswald Mosley, fondatore della British Union of Fascists, ammirava tanto Mussolini quanto alcune realizzazioni economiche sovietiche.
Drieu la Rochelle, intellettuale fascista francese, oscillò per tutta la vita tra il fascismo e il comunismo, riconoscendone la comune radice antiborghese. Questi erano veri “fascisti rossi”: non i comunisti, ma i reazionari che li invidiavano e li corteggiavano.
Quello che rende questa vicenda non soltanto un esercizio di storia del pensiero politico, ma un’analisi urgente in chiave di attualità, è la sua riemersione, in forme aggiornate, nel panorama politico europeo contemporaneo.
Il regime di Vladimir Putin ha costruito, nel corso di vent’anni, una delle più sofisticate e deliberate sintesi della storia tra nazionalismo di destra e nostalgia comunista. Non è una contraddizione: è un progetto.
La simbologia dell’epoca sovietica, gli inni, le statue di Stalin, le parate militari con falce e martello e stelle rosse in bella vista, i richiami alla “Grande Guerra Patriottica” come mito fondante, convive con la retorica della Russia eterna, ortodossa, eurasiatica, terzo polo tra l’Occidente decadente e l’Asia confuciana.
Il KGB di Andropov e la Terza Roma di Berdjaev, il socialismo di Stato e il populismo nazionalista, l’espansionismo imperiale zarista e la nostalgia dell’URSS: tutto questo viene mescolato con una disinvoltura che lascerebbe sbigottiti se non fosse così coerente nei suoi scopi pratici.
La filosofia ufficiale di questa fusione ha un nome e un volto: quelli di Aleksandr Dugin. La sua dottrina, l’Eurasismo o la Quarta Teoria Politica, è esplicitamente una sintesi post-fascista e post-comunista, costruita proprio sull’odio per il liberalismo e la democrazia parlamentare.
Dugin non si vergogna di dirlo: il suo progetto è unire ciò che nel Novecento fu diviso, superare la dicotomia destra-sinistra in nome dell’opposizione comune all’Occidente. È il nazional-bolscevismo del XXI secolo.
Questo è, in senso letterale, “fascismo rosso”: una dottrina che fonde esplicitamente elementi della tradizione fascista e di quella comunista in funzione antioccidentale e antidemocratica.
Tutto ciò risulta particolarmente inquietante, vista l’accoglienza che questa realtà ha ottenuto in ampia parte della destra europea e americana. Da Marine Le Pen a Orbán, da certi settori dell’AfD tedesca a frange del conservatorismo statunitense più vicine al trumpismo, da ambienti tradizionalisti cattolici a teorici “sovranisti” di varia ispirazione, l’ammirazione per Putin, o quanto meno il rifiuto di una netta condanna, si è diffusa in una misura che avrebbe dovuto suscitare molto più scandalo di quanto in realtà ne abbia provocato.
Le ragioni addotte variano: Putin difende i valori tradizionali contro il progressismo LGBT, Putin resiste alla globalizzazione liberale, Putin è un baluardo contro l’Islam radicale, Putin tutela la sovranità nazionale contro le élite cosmopolite. Ognuna di queste narrazioni è, nei fatti, falsa o gravemente distorta.
Ma la loro combinazione produce un effetto ideologico potente: legittima l’ammirazione per un regime che fonde esplicitamente nazionalismo e nostalgia sovietica.
Ancora più paradossale è il caso della cosiddetta destra “liberale” o “liberalconservatrice”. In alcuni ambienti che si richiamano ai valori del mercato, dell’anticomunismo, della tradizione atlantica, è comparsa, quasi di soppiatto, una narrativa che minimizza la natura del putinismo, che ne fa una semplice variante del nazionalismo, che lo contrappone favorevolmente all’“Occidente woke”, come se la scelta fosse tra Putin e i programmi scolastici sulle teorie del genere.
Questa è la forma più sottile e forse più pericolosa della stessa sindrome: l’incapacità di riconoscere il putinismo per quello che è, ovvero una dittatura che usa una retorica reazionaria per legittimarsi, ma che non ha mai rotto con le strutture di potere, i metodi e, in parte, persino i simboli del regime sovietico.
Ma c’è una ragione più profonda per cui questa attrazione si riproduce, generazione dopo generazione, tra settori della destra e il dispotismo di sinistra o, come nel caso russo, di sinistra riverniciata da destra.
La ragione è che certi valori di fondo, lo Stato forte, la comunità organica contrapposta all’individuo astratto, il primato del collettivo sulla società civile, il disprezzo per il parlamentarismo e la mediazione democratica, la politica come guerra e non come negoziato, trascendono la dicotomia destra-sinistra nella sua accezione tradizionale.
Sono valori che accomunano il nazionalismo autoritario e il comunismo leninista. Il fascismo storico li prese, in parte, proprio dalla sinistra sovversiva di inizio Novecento: Mussolini, come noto, era stato un militante socialista, e i “fasci” erano nati come movimenti parapolitici che mimavano le forme organizzative del movimento operaio.
Quando la destra contemporanea ammira Putin, non sta soltanto sbagliando un calcolo geopolitico: sta ripetendo un errore strutturale, lo stesso degli anni Venti e Trenta. Sta confondendo la comunanza di nemici, in questo caso l’europeismo burocratico, le cosiddette élite globaliste, il progressismo culturale, con una comunanza di valori.
Ma i valori del putinismo sono fondamentalmente incompatibili non solo con qualsiasi liberalismo genuino, ma anche con ogni forma di conservatorismo che si richiami alla rule of law, alla divisione dei poteri, alla libertà di stampa, all’autonomia della società civile.
Il problema non è soltanto intellettuale. Ha conseguenze politiche concrete. Se la destra europea non riesce a vedere nel putinismo quello che è, una forma inedita ma riconoscibile di neo-totalitarismo ibrido, non potrà mai elaborare una risposta efficace.
Non potrà difendere coerentemente la democrazia liberale, perché non riconosce nella sua versione russo-eurasiatica una minaccia specifica. Finirà per fare il gioco di chi vuole demolire le istituzioni democratiche occidentali, convinta di stare resistendo al “globalismo”.
E se la sinistra democratica, dall’altra parte, non riesce a chiamare il leninismo con il suo nome senza la clausola “ma il fascismo è stato peggio”, non potrà mai diventare una forza credibile a difesa della democrazia. Perché quella clausola è già una concessione alla cornice ideologica totalitaria: significa ammettere che il metro del male politico è stabilito da una parte sola.
I veri “fascisti rossi”, nell’unico senso appropriato dell’espressione, sono coloro che fondono, deliberatamente o meno, i tratti del nazionalismo autoritario con la nostalgia del potere assoluto statale di matrice sovietica.
Ieri erano i nazional-bolscevichi di Weimar e i “fasci” filomoscoviti del Ventennio. Oggi sono i teorici eurasiatici del Cremlino, i loro ammiratori occidentali e chiunque, per tornaconto, per ingenuità o per sudditanza ideologica, non riesca a vederli e a definirli per ciò che sono.
Chiamare le cose con il loro nome è il primo atto di resistenza intellettuale. È anche il più difficile, perché richiede di smettere di pensare attraverso le categorie che il nemico ci ha interessatamente prestato.
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Certa destra conservatrice è più propensa ad essere pro-impresa piuttosto che pro-mercato, per questo vedono bene Putin e il suo sistema di oligarchi dove conti e hai successo se fai parte della stretta cerchia delle scelte del capo in carica.
Molti confondono che possano essere la stessa cosa.