Unione Europea
Mario Draghi e l’UE: applaudito, premiato ma nei fatti inascoltato
Il discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana non porta nuove ricette, ma cambia tono: meno diplomazia, più urgenza. L’Europa viene descritta come sola davanti a un mondo meno amico, costretta a scegliere tra integrazione reale e irrilevanza strategica. Ieri ad Aquisgrana Mario Draghi ha ricevuto il




Il discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana non porta nuove ricette, ma cambia tono: meno diplomazia, più urgenza. L’Europa viene descritta come sola davanti a un mondo meno amico, costretta a scegliere tra integrazione reale e irrilevanza strategica.
Ieri ad Aquisgrana Mario Draghi ha ricevuto il Premio Carlo Magno e ha pronunciato un altro discorso destinato a essere molto applaudito, molto citato e, con ogni probabilità, scarsamente attuato.
Il discorso di ieri non aggiunge molto, sul piano delle proposte, al rapporto sulla competitività europea che porta il suo nome, presentato oltre un anno fa e rimasto in larga parte nel cassetto. Ma questa volta è cambiato il registro. La cortesia istituzionale resta, ma una certa prudenza diplomatica sembra sia finita.
Il punto di partenza è netto: il mondo in cui il progetto europeo è cresciuto non esiste più. Per settant’anni l’Europa ha potuto costruire pace, benessere e integrazione dentro un ordine internazionale che, in fondo, lavorava per lei: libero scambio, cornice atlantica, sicurezza garantita dagli Stati Uniti.
Quel mondo si è incrinato. Washington non è più il garante prevedibile di un tempo. Pechino non offre un’alternativa, ma un’altra forma di pressione: surplus industriali che schiacciano la base produttiva europea e sostegno politico, economico e strategico alla Russia. La frase con cui Draghi riassume questo passaggio è destinata a restare: «Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme».
Non è una formula a effetto. È il cuore del problema. Finché l’Europa poteva contare su un ombrello esterno — militare, commerciale, finanziario — la sua frammentazione interna era un lusso costoso, ma ancora sostenibile. Oggi non lo è più.
Le vulnerabilità indicate da Draghi non sono nuove per chi ha letto il suo rapporto. Ma ripeterle oggi, dentro un quadro internazionale molto più duro, significa sottrarle alla categoria dei dossier tecnici e portarle sul terreno della sopravvivenza politica.
La prima è la dipendenza dalla domanda esterna: per anni le imprese europee hanno cercato fuori dall’Unione quella crescita che il mercato interno non riusciva a garantire. La seconda è la dipendenza strategica: metà del capitale investito dai fondi europei finisce negli Stati Uniti, il 60 per cento del gas naturale liquefatto arriva dall’America, e perfino la transizione verde resta agganciata alle catene di approvvigionamento cinesi. La terza è il ritardo tecnologico, il più difficile da colmare: dal 2019 il divario di produttività oraria con gli Stati Uniti si è allargato di nove punti percentuali.
Non sono incidenti di percorso. Sono il prodotto di scelte rinviate, compromessi al ribasso, mercati lasciati incompiuti. O, più semplicemente, di non-scelte accumulate per anni. Draghi lo dice con una chiarezza insolita per il linguaggio europeo: l’Unione non è riuscita a costruire un mercato interno abbastanza profondo da sostenere la propria crescita.
È qui che il discorso di Aquisgrana cambia passo. La linea europea verso Washington — aspettare, negoziare, evitare lo scontro, confidare nel compromesso — non ha funzionato. I dazi di Trump restano a livelli che non si vedevano da un secolo, mentre gli Stati Uniti trovano una tregua commerciale con la Cina. E l’Europa, ancora una volta, osserva.
Draghi dice chiaramente che questo schema deve finire. L’Ue deve rispondere in modo più assertivo e riportare il rapporto con gli Stati Uniti su basi più equilibrate. Non propone una rottura, ma un cambio di postura. Una difesa europea più autonoma, sostiene, non indebolirebbe la Nato: la renderebbe più simmetrica, e renderebbe più equilibrati anche i rapporti commerciali e tecnologici con Washington.
È un passaggio importante, perché rovescia l’argomento usato per anni da molti governi europei contro l’integrazione militare: l’idea che più autonomia europea significhi automaticamente meno protezione americana. Draghi sostiene l’opposto. Un’Europa più forte non sarebbe un problema per l’alleanza atlantica. Sarebbe, semmai, il modo per salvarla dalla sua crescente asimmetria..
La formula scelta è volutamente sobria: “federalismo pragmatico”. Non gli Stati Uniti d’Europa come bandiera ideologica, non una grande architettura da disegnare in astratto, ma la costruzione graduale di capacità comuni dove le sfide lo impongono: difesa, mercato dei capitali, energia, tecnologia.
Il criterio non è dottrinario. È quasi brutale nella sua semplicità: si integra dove non integrare costa troppo.
Sullo sfondo c’è un problema di scala. Il fabbisogno di investimenti aggiuntivi che l’Europa dichiara di dover sostenere — transizione energetica, difesa, industria digitale, welfare — è salito a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno. Nessuno Stato membro può reggere da solo un’urgenza di queste dimensioni. La crescita, dice Draghi, è la precondizione di tutto il resto. Ma la crescita, aggiunge, non arriva senza integrazione.
Il Premio Carlo Magno è stato consegnato anche con un messaggio politico piuttosto esplicito: spingere perché il rapporto Draghi smetta di essere un testo citato con deferenza e cominci a diventare un programma di governo europeo. Christine Lagarde lo aveva chiesto già nell’ottobre 2025. La Commissione Von der Leyen lo ha fatto proprio formalmente. I governi nazionali, invece, hanno preferito prendere tempo. Come spesso accade a Bruxelles, l’applauso arriva puntuale e scrosciante, l’attuazione resta ferma al palo.
Il discorso di Aquisgrana è anche questo: un sollecito, quasi un avvertimento. Draghi sa che il tempo si sta consumando. Lo dice ricordando la sequenza di shock che dal 2020 ha colpito l’Europa, uno dopo l’altro, restringendo ogni volta lo spazio dell’esitazione.
La domanda che lascia aperta è la più semplice e la più difficile: la politica europea è ancora capace di muoversi alla velocità richiesta dalla storia? Finora la risposta è stata no.
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