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Il soft power iraniano: alla scoperta del potere invisibile del regime

Iran

Il soft power iraniano: alla scoperta del potere invisibile del regime

Università, lingua, religione, welfare, memoria persiana e diplomazia simbolica compongono l’infrastruttura meno visibile dell’influenza iraniana. Teheran non cerca solo di resistere alle sanzioni: prova a sopravvivere come civiltà, trasformando cultura e identità in potere geopolitico. Per comprendere davvero il ruolo dell’Iran nel sistema internazionale contemporaneo, limitarsi

Donatello D'Andrea15/05/2026Aggiornato 15/05/202610 min lettura2.032 parole
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Università, lingua, religione, welfare, memoria persiana e diplomazia simbolica compongono l’infrastruttura meno visibile dell’influenza iraniana. Teheran non cerca solo di resistere alle sanzioni: prova a sopravvivere come civiltà, trasformando cultura e identità in potere geopolitico.


Per comprendere davvero il ruolo dell’Iran nel sistema internazionale contemporaneo, limitarsi alla dimensione militare o nucleare non basta più. La Repubblica Islamica viene spesso raccontata quasi esclusivamente attraverso il prisma delle sanzioni, dei missili balistici, delle milizie regionali o dello scontro con Israele e Stati Uniti.

Eppure, una parte consistente della capacità iraniana di sopravvivere all’isolamento internazionale e di proiettare influenza ben oltre i propri confini passa attraverso una dimensione molto meno visibile ma strategicamente decisiva: il soft power.

L’Iran contemporaneo, infatti, non agisce soltanto come Stato. Agisce anche come civiltà-stato. La Repubblica Islamica è un sistema politico nato nel 1979, ma la Persia rappresenta per Teheran una continuità storica molto più profonda, capace di attraversare imperi, religioni, rivoluzioni e mutamenti geopolitici.

A differenza delle potenze occidentali, il soft power iraniano non si fonda principalmente sull’attrattività economica o sul modello liberale. Teheran costruisce la propria influenza attraverso una combinazione di memoria storica, religione, identità civilizzazionale, welfare, lingua e narrativa della resistenza.

Ed è qui che emerge uno degli elementi più sofisticati della strategia iraniana: la fusione costante tra dimensione culturale, religiosa e geopolitica.

Non si parla abbastanza, inoltre, della capacità iraniana di mobilitare non soltanto la dimensione religiosa della Repubblica Islamica, ma anche la profondità storica e civilizzazionale della Persia.

L’Iran contemporaneo non prova a presentarsi esclusivamente come attore regionale o potenza sciita. Sempre più spesso cerca invece di proporsi come erede di una civiltà millenaria, storicamente connessa alle altre grandi civiltà del mondo.

La Persia come asset geopolitico

La Repubblica Islamica è nata nel 1979, ma la Persia rappresenta nella narrativa iraniana qualcosa di molto più profondo e permanente: una continuità storica che Teheran tenta costantemente di trasformare in strumento di influenza internazionale.

Con la Cina, ad esempio, l’Iran insiste spesso sulla comune dimensione civilizzazionale di due grandi potenze storiche sopravvissute all’Occidente coloniale e all’universalismo liberale occidentale. Con il mondo arabo sciita, invece, Teheran mobilita soprattutto religione, martirio e narrativa della resistenza.

Con l’Italia e Roma, la diplomazia iraniana lavora invece su un terreno fortemente culturale e identitario. Negli ultimi mesi, soprattutto durante le fasi di maggiore tensione con gli Stati Uniti, diverse ambasciate iraniane hanno intensificato operazioni comunicative costruite attorno all’idea di una vicinanza storica e culturale con Roma e con l’Italia.

Attraverso riferimenti alla classicità, alla cultura persiana e alla memoria delle grandi civiltà mediterranee, Teheran prova a costruire una narrazione fondata su simpatia, familiarità e comunanza storica.

Questa narrativa si innesta inoltre su rapporti storicamente solidi anche sul piano economico e commerciale. Nonostante sanzioni e tensioni geopolitiche, Italia e Iran hanno mantenuto nel tempo canali economici relativamente stabili, soprattutto nei settori della meccanica, delle infrastrutture, della chimica e della farmaceutica.

Per anni l’Italia è stata uno dei principali partner commerciali europei dell’Iran, contribuendo a consolidare una percezione reciproca più articolata rispetto a quella esistente tra Teheran e altre capitali occidentali.

Non è un caso, inoltre, che l’Iran tenti spesso di presentarsi agli interlocutori europei anche come grande spazio culturale eurasiatico, valorizzando poesia, filosofia, arte e tradizione persiana.

Figure come Hafez, Ferdowsi o Rumi vengono frequentemente richiamate dalla diplomazia culturale iraniana come simboli di una civiltà raffinata e storicamente aperta allo scambio con altre culture.

La Persia viene così trasformata in linguaggio diplomatico e in strumento di legittimazione internazionale. L’obiettivo non è soltanto migliorare l’immagine del regime iraniano, ma collocare l’Iran dentro una dimensione più ampia: quella delle grandi civiltà storiche capaci di parlare un linguaggio universale fatto di cultura, memoria e continuità.

Questo tipo di comunicazione emerge soprattutto nei momenti di crisi. Durante le fasi di massima pressione occidentale, Teheran tende infatti ad aumentare la produzione di contenuti simbolici e culturali rivolti soprattutto all’opinione pubblica europea.

È una strategia che punta a umanizzare l’Iran e a inserirlo dentro un immaginario storico più ampio e rassicurante.

La Repubblica Islamica sembra aver compreso qualcosa che l’Europa contemporanea fatica spesso a riconoscere: nel XXI secolo la profondità storica resta un moltiplicatore di potenza. Memoria, civiltà, simboli e identità storica continuano a essere infrastrutture geopolitiche capaci di produrre consenso, empatia e influenza internazionale.

Università, lingua persiana e know-how: l’infrastruttura del soft power iraniano

Dopo la rivoluzione del 1979, l’Iran ha progressivamente costruito una rete culturale e accademica regionale estremamente articolata. Università, centri culturali, fondazioni religiose, scuole e istituti linguistici sono diventati strumenti centrali della proiezione iraniana.

Non semplice propaganda, ma una vera infrastruttura di influenza culturale e simbolica.

L’Università Islamica Azad rappresenta uno degli esempi più significativi di questa strategia. Fondata nel 1982 per volontà di Khomeini, oggi dispone di centinaia di sedi diffuse tra Iran, Medio Oriente e Asia centrale.

Azad non svolge soltanto una funzione educativa: contribuisce alla formazione delle élite, alla costruzione di reti professionali e al radicamento culturale dell’influenza iraniana ben oltre i confini nazionali.

Il soft power universitario iraniano, inoltre, non si limita alla dimensione religiosa o ideologica. Teheran prova da anni a presentarsi anche come polo di competenza tecnica, ingegneristica e scientifica.

In un contesto segnato da sanzioni e isolamento internazionale, la Repubblica Islamica ha costruito una forte narrativa di autosufficienza tecnologica e resilienza scientifica. La valorizzazione del know-how nei settori dell’ingegneria, dell’aerospazio, dell’energia e delle tecnologie dual-use diventa così parte integrante della narrativa nazionale.

La capacità iraniana di sviluppare droni, missili e sistemi tecnologici nonostante le sanzioni viene spesso trasformata in elemento simbolico della “resistenza” iraniana. Scienza e tecnica diventano così prova della capacità della civiltà iraniana di sopravvivere alla pressione occidentale.

Allo stesso modo, la diffusione del farsi costituisce uno strumento strategico centrale della diplomazia pubblica iraniana. Attraverso corsi di lingua, programmi di scambio e fondazioni culturali, Teheran esporta non soltanto lingua, ma anche visione del mondo e influenza simbolica.

Le fondazioni iraniane svolgono poi una funzione ancora più sofisticata. Welfare, istruzione, assistenza sociale e attività religiose si intrecciano spesso con obiettivi geopolitici e strategici.

In Libano, Iraq e Siria, numerose organizzazioni legate all’Iran hanno costruito reti sociali capaci di affiancare o sostituire lo Stato centrale, aumentando così il radicamento dell’influenza iraniana. Il confine tra soft power, welfare e sicurezza resta volutamente ambiguo.

L’Iran ha compreso molto presto che il potere contemporaneo non passa soltanto attraverso la forza militare, ma anche attraverso la capacità di formare classi dirigenti, costruire ecosistemi culturali e produrre dipendenza educativa, tecnologica e simbolica.

Il Vaticano, il cristianesimo e la diplomazia simbolica iraniana

La recente consegna di un’onorificenza pontificia all’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede potrebbe rappresentare molto più di una semplice formalità diplomatica legata al protocollo.

In un contesto segnato dalle tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti, il gesto assume inevitabilmente anche una dimensione simbolica e geopolitica. Non perché segnali una convergenza politica tra Vaticano e Repubblica Islamica, ma perché mostra ancora una volta la capacità iraniana di inserirsi dentro spazi simbolici globali estremamente rilevanti. E sfruttarli a livello di immagine.

Teheran ha compreso da tempo che il Vaticano non rappresenta soltanto una realtà religiosa, ma anche uno dei pochi attori globali capaci di produrre legittimazione morale trasversale.

Per questo motivo la Repubblica Islamica tenta spesso di dialogare con la Santa Sede su un terreno profondamente simbolico: quello della spiritualità, della critica al materialismo contemporaneo e dell’idea di una politica internazionale non interamente subordinata alla logica della forza.

Non è casuale che il linguaggio iraniano rivolto agli ambienti cattolici insista frequentemente su categorie come la difesa della tradizione, la centralità della comunità, la spiritualità e la critica a una modernità occidentale percepita come individualista e priva di radicamento morale.

Sono temi che, pur partendo da presupposti profondamente differenti, permettono a Teheran di inserirsi dentro fratture culturali già presenti in parte del mondo occidentale.

In questo senso, il rapporto con il Vaticano assume un valore particolare anche dentro le tensioni contemporanee tra la Santa Sede e una parte della leadership politica americana, soprattutto sul tema della guerra e dell’uso della forza.

Leone XIV ha più volte insistito su prudenza diplomatica, mediazione e universalismo morale, mentre Donald Trump continua a incarnare una postura politica molto più assertiva e conflittuale. Teheran osserva attentamente questa frattura simbolica, tentando di inserirsi dentro uno spazio comunicativo che oppone dialogo e spiritualità alla logica dello scontro permanente.

L’Iran comprende infatti che il Vaticano possiede qualcosa che molte potenze contemporanee stanno progressivamente perdendo: la capacità di parlare ancora un linguaggio universalistico e metapolitico.

Inserirsi, anche marginalmente, dentro questo spazio consente alla Repubblica Islamica di smontare parzialmente la rappresentazione occidentale che la riduce esclusivamente a minaccia militare o nucleare.

La diplomazia iraniana tende inoltre a presentare la Repubblica Islamica come una civiltà “resistente” alla secolarizzazione radicale contemporanea. In questa narrativa, l’Iran non sarebbe soltanto una potenza anti-occidentale, ma anche una società che avrebbe preservato spiritualità, identità religiosa e senso comunitario contro il nichilismo moderno.

Naturalmente, tutto questo non elimina le profonde contraddizioni della Repubblica Islamica. La repressione interna, le limitazioni delle libertà religiose e il ruolo regionale delle milizie filo-iraniane continuano a rappresentare elementi centrali della politica di Teheran.

Ma proprio questa ambivalenza rende il soft power iraniano particolarmente interessante da analizzare.

Il rapporto con il Vaticano diventa così parte di una più ampia strategia di soft power civilizzazionale, attraverso cui Teheran tenta di inserirsi nei grandi dibattiti globali non soltanto come attore di crisi, ma anche come soggetto culturale, spirituale e storico capace di dialogare con altre grandi tradizioni del mondo.

Sopravvivere attraverso la civiltà

Il soft power iraniano non può essere compreso separando cultura e geopolitica. L’Iran utilizza università, lingua, religione, welfare, memoria storica e narrativa anti-egemonica come strumenti di sopravvivenza strategica.

In un contesto di isolamento internazionale e pressione regionale costante, Teheran ha progressivamente costruito un modello di influenza fondato sulla resilienza e sulla profondità civilizzazionale.

La vera particolarità del caso iraniano, tuttavia, risiede probabilmente altrove. La Repubblica Islamica si approccia infatti al soft power come farebbe una potenza teologica: non ragionando soltanto in termini di vantaggi immediati, ma di permanenza storica.

L’obiettivo non è semplicemente superare una crisi o resistere a una sanzione, ma attraversare le trasformazioni dell’ordine internazionale continuando a esistere come civiltà riconoscibile e influente.

Per questo motivo Teheran investe contemporaneamente nella religione, nella memoria persiana, nella formazione delle élite e nella narrativa della resistenza.

La Repubblica Islamica sembra muoversi secondo una logica di lunga durata, quasi imperiale, in cui la profondità storica diventa una forma di deterrenza culturale e identitaria.

Nel XXI secolo il potere non passa soltanto attraverso eserciti o superiorità tecnologica. Passa anche attraverso la capacità di trasformare identità, simboli, religione e memoria storica in infrastrutture di influenza globale.

La Repubblica Islamica dell’Iran resta una potenza controversa e profondamente divisiva. Ma ridurla esclusivamente a regime isolato significherebbe ignorare uno degli aspetti più sofisticati della sua strategia internazionale: la capacità di utilizzare civiltà persiana, religione e comunicazione non soltanto come strumenti di proiezione geopolitica, ma come strumenti di continuità storica.


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