Stile, moda e costume
Renzo Piano, l’architetto che costruisce luce
Renzo Piano ha trasformato l’architettura in una forma di civiltà: edifici leggeri, spazi pubblici, luce, misura e responsabilità. Dal Pompidou al Ponte San Giorgio, il suo stile dimostra che la modernità può essere tecnica senza diventare brutale. A proposito di stile, oggi desidero scrivere di un




Renzo Piano ha trasformato l’architettura in una forma di civiltà: edifici leggeri, spazi pubblici, luce, misura e responsabilità. Dal Pompidou al Ponte San Giorgio, il suo stile dimostra che la modernità può essere tecnica senza diventare brutale.
A proposito di stile, oggi desidero scrivere di un grande italiano.
Il celebre detto “Nemo propheta in patria” non riguarda certo Renzo Piano, architetto di fama mondiale, che non costruisce semplicemente edifici: costruisce luce, aria, comportamento umano.
In un’epoca di architetture urlate, spettacolari e spesso autoreferenziali, lui continua a essere il maestro dell’eleganza silenziosa.
Nato a Genova nel 1937 in una famiglia di costruttori, ama ricordare di avere imparato il mestiere più nei cantieri che nelle università. È un dettaglio fondamentale per capire il personaggio: anche dopo il successo mondiale, non ha mai voluto apparire come un artista distante dalla materia.
Non a caso il suo studio si chiama “Renzo Piano Building Workshop”: non atelier, non laboratorio creativo, ma workshop, officina, bottega.
Ed è proprio questa dimensione artigianale che lo distingue da molti altri protagonisti dell’architettura contemporanea.
Quando, nel 1971, insieme a Richard Rogers, vinse il concorso per il Centre Georges Pompidou di Parigi, gran parte della critica rimase scandalizzata. Tubature, scale mobili e impianti tecnici venivano esposti all’esterno dell’edificio come se fossero parte della facciata.
Qualcuno lo paragonò addirittura a una raffineria petrolifera. Oggi, invece, il Pompidou è uno degli edifici più amati e visitati del mondo. Piano, con la sua ironia ligure, lo definì: “Una macchina urbana gioiosa”.
A differenza di molti protagonisti dell’architettura contemporanea, Renzo Piano non ha mai coltivato il mito dell’architetto-star eccentrico e teatrale. Nessun narcisismo da artista maledetto, nessuna estetica aggressiva.
Anzi, ha sempre dichiarato di detestare il termine “archistar”, preferendo definirsi semplicemente “builder”, costruttore.
La sua architettura, anche quando gigantesca, cerca leggerezza. I suoi edifici sembrano quasi galleggiare: vetro, trasparenze, luce filtrata, strutture sospese, equilibrio.
Uno dei suoi temi più importanti è proprio la luce. Piano sostiene spesso che l’architettura debba “accogliere” e non opprimere. Una sua frase celebre riassume perfettamente questa filosofia: “L’architettura è l’arte del riparo”. Una definizione semplice ma profondissima.
Tra le sue opere più famose bisogna ricordare: il Centre Pompidou di Parigi, The Shard di Londra, l’Auditorium Parco della Musica di Roma, il Whitney Museum di New York, l’aeroporto di Kansai in Giappone, il Centro Culturale Stavros Niarchos ad Atene, la California Academy of Sciences, il New York Times Building al 620 di Eighth Avenue.
Ma forse l’opera più emotivamente importante per gli italiani resta il Ponte San Giorgio di Genova, costruito dopo la tragedia del Ponte Morandi.
Genovese profondamente legato alla sua città, Piano offrì gratuitamente il progetto come gesto civile prima ancora che professionale. Disse che il nuovo ponte doveva essere “semplice, sobrio e onesto”.
Il risultato è una struttura elegante e discreta che richiama la forma di una nave, omaggio naturale alla tradizione marittima di Genova.
Un altro aspetto interessante della sua personalità è il rapporto quasi fisico con il disegno. Nonostante la tecnologia digitale, continua a schizzare idee a mano libera, ama i modelli, gli strumenti, il lavoro manuale.
Per lui l’architettura resta un equilibrio tra scienza e intuizione, tra tecnica e arte.
Infatti, in molte interviste ha paragonato gli edifici alle navi o addirittura alle macchine volanti: oggetti che devono unire necessità tecnica e bellezza.
Alla sua veneranda età, continua a lavorare su grandi progetti internazionali legati soprattutto alla sostenibilità, alla qualità urbana e agli spazi pubblici.
Tra questi: la trasformazione della centrale elettrica GES-2 di Mosca in centro culturale, progetti di riqualificazione urbana a Parigi, edifici sempre più orientati al risparmio energetico e all’integrazione ambientale.
Nel 2013 Giorgio Napolitano lo nominò senatore a vita, riconoscendone non solo il prestigio internazionale, ma anche il valore culturale e civile.
Forse il segreto di Renzo Piano sta proprio qui: essere riuscito a diventare uno degli architetti più famosi del pianeta senza perdere sobrietà, misura e umanità.
In un mondo che spesso confonde modernità e brutalità, Piano continua invece a dimostrare che acciaio e vetro possono essere delicati, che la tecnologia può avere grazia e che l’eleganza, prima ancora che estetica, è una forma di civiltà.
Forse la sua passione per la vela ispira la sua creatività, mentre il vento che spinge la sua barca gli accarezza il volto tra cielo e mare.

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