Storia, costume e cultura
Il viaggio di Andrea Minuz nel salotto dell’egemonia culturale italiana
La cultura non si limita a produrre idee: distribuisce prestigio, legittimità, appartenenza. Dal libro di Andrea Minuz a C. S. Lewis, emerge una domanda più ampia: che cosa resta del giudizio quando il vero cede il posto alla reputazione morale e alla conformità emotiva? Ci sono



La cultura non si limita a produrre idee: distribuisce prestigio, legittimità, appartenenza. Dal libro di Andrea Minuz a C. S. Lewis, emerge una domanda più ampia: che cosa resta del giudizio quando il vero cede il posto alla reputazione morale e alla conformità emotiva?
Ci sono libri che, più che avanzare una tesi, riescono a rendere visibile un’atmosfera. “Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana” di Andrea Minuz (Silvio Berlusconi Editore), di recente uscita, appartiene a questa categoria.
Non è soltanto un libro sulla storia intellettuale italiana del secondo Novecento, né semplicemente una polemica contro la lunga predominanza simbolica della sinistra nel nostro spazio culturale. È, più sottilmente, il tentativo di descrivere un clima, una gerarchia tacita e preriflessiva delle reputazioni culturali: un sistema di riflessi, di prestigio, di inibizioni invisibili entro cui, per decenni, la cultura italiana ha imparato a distinguere quasi spontaneamente le idee presentabili da quelle impronunciabili, l’intelligente dal rozzo, il raffinato dal sospetto.
Naturalmente il lato positivo dell’alternativa era appannaggio della sinistra, quello negativo della destra. Del resto, a chi non è mai capitato di sentir dire che “essere di sinistra è difficile, perché chiede di pensare, mentre essere di destra è facile, perché basta seguire le pulsioni elementari”? Un discorso che a me, politicamente non di destra, è sempre sembrato come minimo grossolano, ma tant’è.
Minuz ricostruisce un mondo nel quale certi libri sembravano transitare naturalmente verso il centro del discorso pubblico, mentre altri cadevano in una periferia silenziosa. Non si tratta, nella sua narrazione, di censura in senso stretto. Anzi, uno degli aspetti più interessanti del libro consiste proprio nel mostrare come l’egemonia culturale funzioni raramente attraverso il divieto esplicito.
Più spesso opera mediante il tono, l’allusione, il prestigio sociale, la distribuzione quasi automatica della legittimità simbolica. Così Orwell poteva essere accolto purché ricondotto dentro coordinate rassicuranti (antifascista sì, anticomunista nì), Solgenitsyn risultare fastidiosamente eccentrico, Raymond Aron — che a differenza dell’amico-avversario Sartre non aveva mai minimizzato i crimini dei regimi comunisti — trasformarsi in una figura laterale, quasi impolverata.
L’anticomunismo finiva così per assumere i tratti di una postura come minimo inelegante, sconveniente (soprattutto se si voleva prendere l’ascensore sicuro per la promozione sociale).
Il discorso, però, non si esaurisce qui. Il testo di Minuz non è una denuncia ma, direi, quasi una satira. Non riguarda soltanto la storia della sinistra italiana, e neppure la vecchia questione gramsciana dell’egemonia.
Minuz, infatti, osserva con ironia come oggi appaia quasi caricaturale il sogno speculare di un’“egemonia culturale di destra”. Il sistema che aveva reso possibile una qualche centralizzazione simbolica della cultura si è in gran parte dissolto.
L’universo contemporaneo è troppo frammentato, policentrico, algoritmico perché qualcuno possa realisticamente occupare il posto che un tempo fu delle grandi mediazioni editoriali, universitarie o giornalistiche.
Così l’autore ci presenta un comico esercito di scrittori, registi, sceneggiatori, giornalisti e intellettuali, intenti a fiutare l’aria, ieri come oggi, per piazzare il libro, il film, la canzone e così via. Professare le idee corrette dona un vantaggio competitivo.
Sperando di non forzare troppo la mano, mi pare che a questo punto il libro di Minuz entri in una consonanza profonda con un autore lontanissimo dal suo orizzonte: C. S. Lewis.
Nel saggio “Uomini senza petto”, che risale agli anni Quaranta, il grande scrittore inglese individua un processo apparentemente innocuo ma, ai suoi occhi, devastante: la riduzione dei giudizi di valore a semplici reazioni soggettive.
Quando diciamo che una montagna è sublime o che un gesto è vile — osserva ironicamente Lewis analizzando certi manuali scolastici moderni — non staremmo più dicendo nulla sul mondo, ma soltanto qualcosa sui nostri stati emotivi. Sembra una sottigliezza pedagogica. In realtà, secondo Lewis, è l’inizio di una mutazione spirituale enorme.
Perché nel momento in cui il rapporto con il valore oggettivo viene spezzato, la cultura non smette affatto di formare gli esseri umani. Semplicemente cambia natura. Non educa più al riconoscimento del vero, del giusto, del nobile, per quanto difficoltoso possa essere, ma plasma sensibilità, organizza riflessi, costruisce reazioni condizionate.
Lewis chiama “uomini senza petto” gli individui prodotti da questo processo: creature nelle quali l’intelligenza e l’istinto sopravvivono, ma viene meno quel centro interiore capace di accordare l’anima a un ordine del reale. È difficile non vedere quanto questa intuizione illumini anche fenomeni molto contemporanei.
Oggi la cultura si occupa meno di formare delle idee che di modellare sensibilità appropriate. Il successo si misura quando certe posizioni cessano perfino di apparire discutibili e diventano, quasi fisiologicamente, volgari e impresentabili. Indicibili.
La propaganda novecentesca chiedeva adesione ideologica; il conformismo culturale tardo-moderno domanda soprattutto conformità emotiva. Non prescrive soltanto ciò che bisogna pensare, ma quale postura morale, quale tonalità psicologica, quale stile interiore debba accompagnare il pensiero legittimo.
Nessuna civiltà può limitarsi a “non educare”. Nel momento stesso in cui dissolve un ordine dei valori, ne instaura tacitamente un altro, che però non può giustificare sé stesso con un riferimento ad altro da sé.
Chi insegna a guardare ogni giudizio morale come semplice proiezione soggettiva sta già formando un’anima: la sta abituando a considerare il vero come maschera psicologica, il bene come convenzione emotiva, il sublime come secrezione sentimentale. La decostruzione non sospende la pedagogia: la rende invisibile a sé stessa.
Ed è qui che la questione si allarga oltre il caso italiano evocato da Minuz. Che cosa accade a una civiltà quando continua a educare dopo aver smesso di credere nell’esistenza di un criterio di verità che la trascenda?
Che forma assume una cultura quando perde ogni aggancio al reale e sopravvive quasi esclusivamente come amministrazione del prestigio morale? Il rischio è che la cultura si trasformi progressivamente in una sofisticata tecnologia della reputazione.
Le idee non vengono più vagliate per il loro grado di verità, ma per il tipo umano che autorizzano socialmente a incarnare. Diventano segnali identitari, marcatori estetici, strumenti di collocazione simbolica in una lotta soreliana in cui la questione di sapere se una tesi è vera, secondo un’oggettività possibile agli umani, ha perduto interesse.
Ci si chiede esclusivamente cosa si può fare con essa. Neanche le scienze naturali, che potrebbero sembrare al riparo da questi esiti, sono tenute fuori: basta ricordare che “cos’è una donna?” è una delle domande che ha animato il dibattito politico degli ultimi anni.
È probabilmente questo uno dei motivi per cui le società contemporanee, pur proclamandosi ossessivamente pluraliste, producono talvolta un conformismo sorprendentemente rigido.
Non perché esista un centro occulto che dirige le opinioni, ma perché il bisogno di appartenenza morale si distribuisce ormai dentro l’intero spazio comunicativo, sempre più pulviscolare.
E forse il punto più problematico è proprio questo: una cultura che non crede più nella possibilità del vero continua nondimeno a stabilire ciò che è dicibile, rispettabile, umano. Solo che lo fa senza più dichiarare i propri criteri.
Li disperde nelle sensibilità, negli automatismi, nelle convenienze, generando una pura guerra tra volontà di potenza delle diverse tribù, tanto aggressiva quanto ridicola.

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