USA
Come la Casa Bianca sta privatizzando la politica estera americana
Comincia con questo articolo la collaborazione di Gianluca Eramo con InOltre. Esperto di relazioni internazionali, con una profonda conoscenza del Medio Oriente e Nord Africa, nonché degli Stati Uniti, la sua esperienza si estende alla rappresentanza di organizzazioni non-governative a livello internazionale. Dal 2026 collabora con




Comincia con questo articolo la collaborazione di Gianluca Eramo con InOltre. Esperto di relazioni internazionali, con una profonda conoscenza del Medio Oriente e Nord Africa, nonché degli Stati Uniti, la sua esperienza si estende alla rappresentanza di organizzazioni non-governative a livello internazionale. Dal 2026 collabora con la Fondazione Luigi Einaudi. Benvenuto Gianluca.
L’architettura istituzionale statunitense, fondata sui pesi e contrappesi, mostra oggi una crescente centralizzazione del potere esecutivo in materia di guerra. La War Powers Resolution del 1973, nata per limitare l’unilateralismo presidenziale dopo il Vietnam, viene aggirata tra AUMF elastiche, teorie dell’esecutivo unitario e vuoti interpretativi, fino all’attuale crisi legata all’Iran e al “60-day loophole”. Ne risulta una politica estera sempre più sottratta al controllo del Congresso e piegata alla logica interna della competizione politica americana.
L’architettura istituzionale statunitense si fonda su un delicato sistema di pesi e contrappesi che, in materia di politica estera e conflitti armati, ha ormai ceduto il passo a un accentramento strutturale. Al centro della più recente crisi sistemica del sistema americano vi è la War Powers Resolution (WPR) del 1973, concepita per arginare l’unilateralismo esecutivo dopo i traumi della guerra del Vietnam.
Oggi, nel quadro delle operazioni militari statunitensi contro l’Iran, l’amministrazione Trump sta sfruttando un vuoto interpretativo – il cosiddetto 60-day loophole – che rischia di trasformare operazioni militari in guerre permanenti prive di mandato costituzionale popolare. Ma questa dinamica non nasce oggi: è il culmine di una progressiva erosione durata cinquant’anni.
Per comprendere la paralisi odierna è necessario risalire alla genesi stessa del limite temporale. La WPR nacque dalla volontà del Congresso di riaffermare la propria prerogativa costituzionale contro quella che lo storico Arthur Schlesinger Jr. definiva la Presidenza Imperiale di Lyndon Johnson e Richard Nixon. Il testo costituzionale impone al Presidente di ritirare le truppe entro 60 giorni dall’inizio delle ostilità in assenza di un’Autorizzazione all’Uso della Forza Militare (AUMF).
Tuttavia, fin dalla sua promulgazione, la WPR ha portato in sé una tara genetica: fu approvata, nel mezzo di una guerra che stava dissanguando letteralmente e moralmente gli Stati Uniti, superando il veto di Richard Nixon, il quale la definì un’intrusione incostituzionale nelle prerogative del Comandante in Capo. Da quel momento, quasi ogni amministrazione, repubblicana o democratica, ha considerato la risoluzione costituzionalmente dubbia o politicamente aggirabile.
Questo rifiuto istituzionale ha trovato la sua veste dottrinale nella teoria dell’esecutivo unitario, un’interpretazione costituzionale secondo cui il Presidente detiene in via esclusiva tutto il potere esecutivo, specialmente in materia di sicurezza nazionale e politica estera. Sviluppata in ambienti conservatori, questa teoria asserisce che il Congresso non può imporre vincoli operativi o temporali al Comandante in Capo una volta che le truppe sono dispiegatee, nella sua declinazione più radicale punta a una ristrutturazione gerarchica dell’intero Stato federale a favore dell’esecutivo contro gli altri due poteri costituzionali.
Va sottolineato, però, che l’attuale strategia Trumpiana non è un’anomalia, ma l’evoluzione tattica di stratagemmi già collaudati dai suoi predecessori per depotenziare l’orologio dei 60 giorni. L’amministrazione di George W. Bush ha portato la teoria della Presidenza Unitaria al suo apice dopo l’11 settembre: John Yoo e Dick Cheney si assicurarono dal Congresso le AUMF del 2001 e del 2002. Formulati con maglie larghissime, questi documenti sono diventati assegni in bianco permanenti, utilizzati per giustificare ogni tipo di intervento armato dal Medio Oriente al Corno d’Africa decenni dopo la loro approvazione, svuotando di fatto la WPR di qualsiasi funzione limitante.
Se Bush ha aggirato il problema ottenendo mandati illimitati a monte, Barack Obama ha inaugurato l’era delle acrobazie semantiche a valle. Nel 2011, durante l’intervento NATO in Libia, i 60 giorni della WPR scaddero senza un’autorizzazione congressuale. Obama, basandosi su un memorandum del consigliere legale Harold Koh, sostenne che i bombardamenti aerei e l’uso dei droni non costituivano ostilità ai sensi della legge, poiché le forze americane non rischiavano perdite sul campo. Ridefinendo il concetto stesso di guerra, l’Esecutivo si auto-assolveva dai limiti del Legislativo.
È su queste fondamenta che si innesta la crisi attuale. Allo scoccare del termine del 1 maggio 2026 per le operazioni in Iran, la Casa Bianca ha evitato di richiedere l’AUMF. La giustificazione legale stavolta ruota attorno alla nozione di pausa: l’Esecutivo sostiene che un cessate il fuoco temporaneo arresti e azzeri l’orologio dei 60 giorni. È l’applicazione più spregiudicata dell’uso della teoria dell’esecutivo unitario: il Presidente si arroga il diritto non solo di avviare l’azione, ma di manipolarne arbitrariamente la cronometria legale.
Ma se l’Esecutivo forza i limiti, è l’incapacità del Congresso di reagire a consolidare il paradigma. In questo schema, aggirare la War Powers Resolution sull’Iran non serve solo a fare la guerra fuori, ma risponde a un preciso e spietato calcolo politico interno: serve a Trump per non dover negoziare e rendere conto al Congresso.
In un Congresso profondamente diviso, dove una maggioranza risicata costringerebbe la Casa Bianca a estenuanti compromessi non solo con i democratici ma anche con i ribelli repubblicani, forzare il 60-day loophole diventa la via di fuga perfetta. Invece di sottoporre l’intervento militare in Iran a un voto che potrebbe metterlo in minoranza, Trump la sfrutta come strumento per affermare il potere assoluto dell’Esecutivo in patria. La politica estera smette così di avere una logica propria e si trasforma nell’ennesima estensione della guerra istituzionale americana, pensata per marginalizzare le minoranze.
La politica estera americana entra così in una fase di progressiva domesticazione. Le crisi internazionali cessano di essere gestite come questioni strategiche autonome e diventano strumenti della competizione istituzionale interna.
Le conseguenze politiche e strategiche sono profonde. In un Medio Oriente già segnato dall’incompleto collasso dell’asse iraniano, la capacità di un Presidente americano di condurre campagne militari prolungate senza un consenso strutturato invia un segnale di profonda instabilità sistemica. Gli alleati europei e i partner nel Golfo non si interfacciano più con un consenso istituzionale condiviso, ma con una superpotenza le cui operazioni militari dipendono interamente dalle prerogative assolute dell’Esecutivo.
La WPR del 1973, nata per spezzare le catene della Forever War in Vietnam, è stata progressivamente erosa dai veti, svuotata dalle AUMF, aggirata dalla semantica e infine paralizzata da un Congresso disfunzionale. Il risultato finale non è soltanto l’erosione del controllo parlamentare sulla guerra, ma la trasformazione della politica estera americana in un dominio quasi esclusivo del Presidente.
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