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Dario Carotenuto e il teatrino identitario della Flotilla travestito da coraggio
Un nuovo collaboratore si unisce alla famiglia di InOltre. Scrive sotto pseudonimo e scrive molto bene. Benvenuto Iokanan. Sulla Flotilla, Dario Carotenuto costruisce il mito del silenzio rotto per trasformare un gesto politico già perfettamente allineato al proprio ambiente in una prova di coraggio morale. Ma




Un nuovo collaboratore si unisce alla famiglia di InOltre. Scrive sotto pseudonimo e scrive molto bene. Benvenuto Iokanan.
Sulla Flotilla, Dario Carotenuto costruisce il mito del silenzio rotto per trasformare un gesto politico già perfettamente allineato al proprio ambiente in una prova di coraggio morale. Ma tra mezze penne, dirette e ritorno a casa, la testimonianza rischia di diventare soprattutto packaging dell’ego.
“Ho provato a rompere il silenzio…”
Rubare le caramelle a un bambino è un’attività che perfino la morale più elastica considera vagamente miserabile; eppure nel caso di Dario Carotenuto vale la pena fare un’eccezione, perché il trucco retorico è troppo scoperto per lasciarlo passare: per potersi attribuire il merito eroico di aver rotto il silenzio su Gaza deve prima inventarsi il silenzio stesso, costruirlo da zero come un set Lego montato al contrario, pezzo dopo pezzo, avvitando una semplificazione sopra l’altra finché la realtà non assume quella forma liscia e infantile tipica dei racconti dove esiste un solo protagonista morale e tutti gli altri sono comparse anestetizzate.
Il problema è che questo “silenzio” immaginario somiglia più a entrare in una stanza dove trecento persone stanno fracassando piatti della batteria da ore, fare un fischio con le dita e poi guardarsi attorno aspettando la standing ovation per aver finalmente spezzato la quiete di un monastero trappista.
È il complesso dell’uomo che si presenta davanti a un bancomat, digita il PIN davanti alla telecamera e parla con l’espressione di chi sta rivelando il codice segreto dei Rothschild. La performance non consiste nell’informare; consiste nell’interpretare la parte di chi informa nonostante tutto. È teatro identitario travestito da coraggio.
La nota più ridicola è che non lo ha nemmeno rotto, il silenzio: ci ha solo provato. Non siamo davanti a un eroe tragico – il tragico richiede grandezza – siamo davanti a un eroe farsesco, la cui impresa si esaurisce nel tentativo stesso, senza disturbare minimamente la realtà.
E infatti il rischio reale dell’operazione è sostanzialmente nullo. Questa è la parte che la retorica del “non potevo più tacere” prova disperatamente a occultare: sostenere la linea massimalista del proprio ambiente politico nel 2026 non è un atto di dissidenza, è più o meno l’equivalente ideologico di ordinare un Negroni in un cocktail bar di San Lorenzo e attendere l’applauso per l’anticonformismo.
Nessuno ti cancella, nessuno ti perseguita, nessuno ti trascina via nella notte.
Diventa una specie di turismo cinetico del dolore, il gettone per un’immersione simulata nell’orrore in cui l’esperienza della sofferenza viene ridotta a stimolo sensoriale da parco giochi.
L’utente paga il dazio del viaggio per scendere momentaneamente nell’arena e farsi lambire dal panico; ci si sporge sul baratro quanto basta per farsi spettinare dalla vertigine e collezionare un’angoscia fotogenica, rassicurato a ogni secondo dalla consapevolezza che il dispositivo di protezione individuale è perfettamente funzionante e tarato per riportarlo a casa illeso.
È, in tutto e per tutto, la logica di Atto di forza, il film di Verhoeven in cui l’agenzia Rekall ti vende un finto innesto di memoria a tema geopolitico: paghi la tariffa fissa per l’opzione “Ego Trip”, vivi il brivido simulato della rivoluzione, sconfiggi i cattivi, conquisti la bella e diventi un eroe della resistenza, tutto rigorosamente compreso nel prezzo del biglietto. Con l’unica differenza che, finita la corsa e spenti i visori, Dario si sveglia sulla poltrona esattamente per quello che è: lo stesso prima del biglietto.
Ottieni interviste, repost, panel, ospitate, capitale simbolico e soprattutto l’unica valuta che oggi conta davvero nel sottobosco dell’opinionismo permanente: la certificazione pubblica della propria purezza morale.
Ed è qui che la faccenda diventa quasi involontariamente comica, perché la spedizione umanitaria smette di parlare di aiuti e inizia a parlare, come tutte le operazioni mediatiche contemporanee, dell’ansia sociale delle persone coinvolte.
L’ansia da prestazione politica si deforma in fobia puramente borghese: lo spazio logistico sulla barca umanitaria è rigidamente contingentato, il carico andrebbe razionalizzato, ma subentra il panico viscerale di fare la figura dei miserabili, di presentarsi davanti alla Storia con la pasta della Lidl.
Si scatena così un ballottaggio surreale. È allora che il “corpo a corpo” con la tragedia si trasforma in una specie di casting estetico che ci trascina dritti verso il climax della pasta, il momento in cui si decide che nella stiva dell’etica non si imbarcano aiuti ma posizionamenti di mercato, e che al posto della cruda assistenza debba starci la pasta Scotto – le mezze penne integrali del compagno di viaggio, rigorosamente biologiche e radical-chic – svelando l’arma del delitto nascosta dentro il pacco di pennette: l’obbligo tassativo di salvare l’estetica di classe.
Perché il punto, alla fine, è di una semplicità idraulica: o ci stavano gli aiuti umanitari, o ci stava l’ego.
Quando l’estetica del gesto diventa più importante dell’efficacia del gesto stesso, la politica si riduce a packaging morale. Il pacco di pasta smette di essere cibo e diventa scenografia. Non stai più aiutando qualcuno; stai curando la regia della tua autobiografia etica.
E così arriviamo al “non bastano più le parole”, che dovrebbe suonare come una dicitura estrema ma in realtà produce l’effetto opposto, perché se davvero le parole non bastassero il passo successivo sarebbe lasciare lì il proprio corpo, restare come presenza permanente, accettare il costo reale di quella convinzione.
Invece il corpo torna comodamente indietro insieme ai trolley, ai selfie e ai collegamenti televisivi, portandosi dietro come unico souvenir tossico un mattoncino di Lego – cavo, colorato, dolorosissimo da calpestare al buio e del tutto inutile fuori dal suo sistema di incastri.
Un Ego prefabbricato da riassemblare nei talk show romani nella forma emotiva corretta, nato solo per incastrarsi perfettamente in se stesso e non servire a nient’altro.
Perché alla fine, tra Gaza, le dirette e le mezze penne identitarie, il problema delle spedizioni morali è che, costruite per testimoniare la propria coscienza, finiscono quasi sempre per evacuare soprattutto quella.
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Concordo sull’analisi. Quanto all’autore, Iokanaan scrive bene ma gli piacciono un po’ troppo le sinestesie: ed a perderci è la scorrevolezza della lettura (o, forse, è un mio limite).
Il fatto è che nonostante la smaccata evidenza del fatto che si tratta di una mastodontica pagliacciata, nella mia città ogni santo giorno la (famigerata) Scuola di pace, il comitato per la pace subito, il PD, il candidato sindaco del PD, AVS, il M5S e un paio di altre organizzazioni pubblicano un articolo (no, non tutti insieme: uno per ciascuno) su ognuna delle due testate locali online per lodare gli eroi che finalmente rompono il silenzio su genocidio e carestia, per condannare l’arrembaggio illegale di Israele, per condannare l’arresto illegale, e adesso, da tre giorni, per denunciare le violenze fisiche, sessuali e psicologiche cui sono stati sottoposti i nostri eroi. E quando intervengo (e menomale che sono in pensione, perché certi giorni per intervenire su tutti mi vanno via i pomeriggi interi), mi si scatena contro il finimondo. Perché la gente queste corazzate Kotiomkin pazzesche se le beve tutte come acqua di fonte.
Magistrale. P.S. è vero, scrive molto molto bene.