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La sera del 7 ottobre

Israele

La sera del 7 ottobre

Iscriviti a nostri canali e alla nostra newsletter Tra media e social, scorre il flusso di memoria sul 7 ottobre. Non mancano le oscenità non sorprendenti, come quel pogrom vigliaccamente virgolettato dal Fatto putiniano, o le altrettanto prevedibili insalate ireniste come il titolo di apertura de

Giulio Massa07/10/2024Aggiornato 07/10/20244 min lettura775 parole

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Tra media e social, scorre il flusso di memoria sul 7 ottobre.

Non mancano le oscenità non sorprendenti, come quel pogrom vigliaccamente virgolettato dal Fatto putiniano, o le altrettanto prevedibili insalate ireniste come il titolo di apertura de La Stampa. Un giornale il quale, dopo essere stato per anni in prima fila nella compunta liturgia repubblicana fatta degli stentorei “mai più” del 27 gennaio e dei richiami all’unicità dell’Olocausto, ora non riesce ad isolare la violenza belluina del 7 ottobre dalla melassa equalizzatrice del titolo “Senza pace”.

Per fortuna non mancano memoriali autentici e analisi insofferenti ai caveat ai quali il mainstream subordina, da un anno a questa parte, l’espressione di una pelosa solidarieta’ verso Israele.

Tuttavia, manca ovunque la precisazione che onestà intellettuale imporrebbe a quasi tutti i memores di giornata (laddove quel quasi fa salvo un minoritario, ma per ciò stesso tanto più prezioso, serbatoio di racconto non omologato).

E’una precisazione strettamente cronologica. Occorrerebbe, cioè, avere l’onestà di precisare che quel che si ricorda non è tutta la giornata del 7 ottobre, ma solo la sua prima parte, diciamo fino a sera.

Perché a sera del 7 ottobre, con i milleduecento cadaveri ancora caldi, la solidarietà verso Israele era già frammista alle prediche sulla prudenza nella reazione, al querulo e vacuo benaltrismo su come si sconfigge il terrorismo, alla prescrizione allo stato ebraico di un’esiziale impotenza a fronte della minaccia alla sua sopravvivenza  

A sera del 7 ottobre, mentre già scorrevano le foto dei duecentocinquanta rapiti (infanti compresi), i nostri talk shit apparecchiavano solerti la “contestualizzazione” del massacro, felicemente ignari di precorrere la strada dell’inqualificabile Guterres.

A sera del 7 ottobre, mentre già ci raggiungevano i racconti degli stupri, delle violenze inferte agli ebrei in quanto tali ed  orgogliosamente esibite e rese virali via cellulare, eravamo già perfettamente predisposti per cadere nella trappola di Hamas, per cedere al ricatto paralizzante dei secondini della prigione a cielo aperto di Gaza pronti, dal canto loro, a farsi scudo dei civili, pronti a piazzare due milioni di sacchi di sabbia umani con l’obiettivo di far incorrere Israele nella riprovazione planetaria, pronti a propinarci di lì a poco  come vangelo i numeri delle vittime forniti dal Ministero della salute di un’organizzazione terroristica.

A sera del 7 ottobre, gli stessi che da venti mesi oscenamente intimavano l’imperativo morale della resa ad un paese sovrano e democratico aggredito da Putin, improvvisamente non riuscivano a rivolgere la parola “resa” ai tagliagole penetrati in Israele.

A sera del 7 ottobre, gli stessi che, da quasi due anni, ripetevano che gli aiuti militari all’Ucraina, azzannata e bisognosa di difendersi, erano il perverso alimentatore della guerra disinvoltamente sorvolavano sul supporto bellico della teocrazia iraniana agli islamonazisti che mettevano in gioco la sopravvivenza di Israele.

A sera del 7 ottobre, mentre ancora scorrevano le immagini del pogrom (senza virgolette) jihadista che in ottant’anni maggiormente rievocava i fantasmi della “soluzione finale”, già gettavamo le basi “concettuali” ( si fa per dire) di un prorompente rigurgito di antisemitismo talora rabbiosamente rivendicato “from the river to the sea”, più spesso goffamente celato dai logori e illogici distinguo tra antisemitismo e antisionismo, dalla pigra demonizzazione di Netanyahu o dall’odioso rito radical-chic dell’ “ebreo meritevole”, vale a dire , come spiega perfettamente Iuri Maria Prado, l’ebreo che “in quanto ebreo” è “disponibile, e anzi proclive, a scrivere che Israele usurpa da settantasei anni quella terra, che vi ha impiantato un regime colonial-razzista e che dopo il 7 ottobre ha programmato e attuato un programma di genocidio del popolo palestinese.

Soprattutto, la sera del 7 ottobre 2023, esattamente come ora, esattamente come dal 24 febbraio ’22, eravamo impegnati, dall’accademia, agli studi televisivi, al collettivo Bar dello Sport che è questo paese, a berci spiegazioni di pronta, e spesso rancida, beva aventi un unico obiettivo: aiutarci a rifiutare la Realtà, soddisfare il nostro bisogno di non vedere che, dall’Ucraina ad Israele , “prodotto del colonialismo” ed epitome dell’Occidente in Medio Oriente, l’attacco è appunto all’Occidente, al nostro sistema di valori, al nostro modello istituzionale ed economico e punta a disarticolarci, a farci implodere sfruttando la nostra democratica attitudine a sputarci addosso, il nostro parassitario godere da ottant’anni del dividendo della pace.

Israeliani ed ucraini combattono anche per tutti noi. Sembra che nulla possa darci più fastidio.


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