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Abrego Garcia, i sacrifici umani e la democrazia totalitaria

Manifestanti con cartello raffigurante Abrego Garcia durante una protesta, simbolo di abuso del potere democratico

USA

Abrego Garcia, i sacrifici umani e la democrazia totalitaria

La differenza tra l’autoritarismo e il totalitarismo non è puramente quantitativa, nel senso che il secondo non è peggiore del primo perché implica un “di più” dello stesso male, bensì perché comporta un male peggiore.  Non è totalitario solo un potere che, a differenza di quello

Manifestanti con cartello raffigurante Abrego Garcia durante una protesta, simbolo di abuso del potere democratico
Carmelo Palma18/04/2025Aggiornato 15/05/20258 min lettura1.589 parole

La differenza tra l’autoritarismo e il totalitarismo non è puramente quantitativa, nel senso che il secondo non è peggiore del primo perché implica un “di più” dello stesso male, bensì perché comporta un male peggiore. 

Non è totalitario solo un potere che, a differenza di quello autoritario, occupa l’intera vita dei sudditi e non ne lascia indenne neppure la parte più personale e privata e la dimensione più intima. È totalitario soprattutto il potere che non si accontenta dell’obbedienza dei comportamenti, ma esige la comunione degli spiriti: il suo suddito ideale vuole essere esattamente ciò che deve essere. 

Perché il potere totalitario conformi la totalità della vita deve diventare la forma stessa della coscienza e della volontà umana e non può limitarsi ad essere un congegno di comandi, a cui i sudditi sono costretti a sottomettersi, ma deve presentarsi come un’epifania, in cui essi possano riconoscersi.

Perché la vita di chiunque possa diventare un mezzo del potere totalitario, questo deve diventare il fine della vita di tutti. Il sistema totalitario perfetto è quello in cui tutti fanno spontaneamente quanto sono obbligati a fare e tutti credono sinceramente ciò che sono obbligati a credere.

Poiché la menzogna è l’alfa e l’omega, il principio e il crisma di ogni potere dispotico, un altro modo per dire la differenza fra il potere autoritario e quello totalitario dunque è questo: nel primo la menzogna deve essere obbedita, nel secondo anche creduta.

L’esperienza del ‘900 ci ha persuasi che non esista alcuna realtà totalitaria al di fuori di regimi dittatoriali e che i regimi democratici – nel senso dei sistemi in cui i cittadini votano per legittimare l’esercizio dei poteri legislativo ed esecutivo – sono immuni dal rischio totalitario.

Troppo spesso dimentichiamo che esistono esperienze totalitarie, come quella nazista, che sono state incubate e si sono affermate, anche con gli strumenti della violenza e dell’intimidazione politica, all’interno del circuito democratico. 

In ogni caso, sbaglieremmo a considerare di per sé “non assoluto” un potere investito di un mandato popolare, come se quella che chiamiamo democrazia non fosse uno specifico sistema di libertà politica fondato sulla divisione e limitazione dei poteri non quella in cui si mette direttamente o indirettamente al voto popolare qualunque decisione, senza limiti diversi da quelli che si riconosce, per interposto rappresentante, il potere sovrano del popolo.

Quella gigantesca controrivoluzione anti-illuminista e anti-liberale che sta chiudendo a tenaglia l’Europa e l’Occidente dimostra che la natura elettiva o non elettiva dei regimi politici è abbastanza indifferente ai fini del perseguimento di obiettivi totalitari, cioè di pervertimento e asservimento delle volontà e delle coscienze con il ricorso a una psicagogia manipolatoria. 

Tutti i rischi, i mezzi e i fini di una democrazia totalitaria sono perfettamente rappresentati negli Stati Uniti dal caso di Kilmar Armando Abrego Garcia, che l’Economist ha icasticamente riassunto con questo titolo: “In its pursuit of a policy, Donald Trump’s government is content to destroy a man” (Nella sua ricerca di una politica, Donald Trump è contento di distruggere un uomo).

La storia sembra tratta da un manuale di distopia politica criminale. Kilmar Armando Abrego Garcia, cittadino salvadoregno, era immigrato irregolarmente negli Stati Uniti, ma nel 2019 un giudice statunitense ne aveva vietato il rimpatrio ritenendo fondato il rischio di persecuzione nel Paese di origine. Da allora viveva regolarmente, con uno status di protezione, negli Stati Uniti, dove si era sposato con un’americana, da cui ha avuto un figlio anch’esso americano, che adesso ha cinque anni. 

Circa un mese fa è stato arrestato e immediatamente rimpatriato in Salvador, dove adesso è detenuto, nell’ambito dell’operazione di “ripulitura” dell’America dai venti milioni di migranti illegali a cui Trump ha accusato Biden di avere facilitato l’ingresso negli Usa. La motivazione dell’arresto e del rimpatrio di Abrego Garcia è stata che fosse parte di una gang criminale e che – come assicurava il vice presidente degli Stati Uniti DJ Vance – per quell’accusa fosse stato condannato. Era tutto falso: non solo non era mai stato condannato, ma neppure mai accusato e processato per alcun crimine. Quando un giudice distrettuale ha ordinato al Governo Federale di agevolare ed effettuare il suo rientro negli Stati Uniti, il ricorso di Trump è arrivato alla Corte Suprema, che ha confermato che la deportazione di Abrego Garcia era stata illegittima – a quel punto dalla Casa Bianca si era ammesso un “errore amministrativo” – e che il Governo avrebbe dovuto assicurarne il ritorno negli Stati Uniti.

La risposta del Governo americano è stata una grassa e ostentata risata, trasmessa in mondovisione durante l’incontro di Trump con il presidente salvadoregno Nayib Bekele, disponibile a fare, previo compenso, il carceriere di Abrego Garcia e dei deportati di qualunque nazionalità su committenza americana.

Lasciamo da parte ora le questioni tecniche, cioè quali conseguenze possa eventualmente avere il rifiuto da parte del Governo federale di ottemperare a un ordine di un giudice distrettuale confermato dalla Corte Suprema. Lasciamo anche da parte le considerazioni sull’equivocità della pronuncia della Corte Suprema, che, pur dandogli ragione, ha previsto che il Tribunale distrettuale, nel disporre obblighi in capo al Governo federale, non ecceda i propri poteri e non violi quelli dell’autorità politica nella conduzione degli affari esteri. Guardiamo alla sostanza politica della vicenda.

Un giudice ordina al Governo di agevolare il ritorno di Abrego Garcia, la Corte Suprema conferma questo ordine e il Governo federale continua a rispondere che non ha nessuna intenzione di far rientrare un immigrato clandestino, membro di una gang criminale. Il problema è che Abrego Garcia non è né un clandestino, né un criminale secondo le leggi degli Stati Uniti, ma lo diventa per decisione politica. 

Si potrebbe dire che in questa inadempienza c’è solo una grave forzatura autoritaria, cioè una violazione del principio della separazione dei poteri, nel momento in cui uno, quello esecutivo, non solo contesta, ma impedisce l’esecuzione della decisione di un altro potere, quello giudiziario. In realtà c’è qualcosa di più e di peggio. 

C’è la sostituzione della verità di fatto (Abrego Garcia non è mai stato processato e condannato negli Stati Uniti e dunque è illegittima la motivazione per cui è stato deportato e incarcerato in un altro Paese) e della verità legale (così hanno deciso i giudici americani) con una verità politica corrispondente alla vulgata per cui gli immigrati latinoamericani che entrano irregolarmente negli Stati Uniti sono tutti dei delinquenti e lo sono proprio perché la maggioranza degli americani che hanno votato per il Presidente degli Stati Uniti pensano che siano dei delinquenti. La legge che la Casa Bianca rispetta è il senso comune, che è esattamente il prodotto politico-mediatico della strategia che ha portato Trump alla Casa Bianca.

Nel diritto penale si chiame teoria del delitto d’autore e ha avuto un grande successo nella Germania nazista. Non sei colpevole perché hai fatto qualcosa di illegale: sei colpevole per il solo fatto di essere quello che sei (un ebreo, uno zingaro, un nemico della patria… oggi, negli Stati Uniti, un immigrato ispanico con tanti tatuaggi e una vita randagia) e quindi sei sicuramente colpevole di un delitto conforme alla natura delittuosa della tua persona. Non sei colpevole perché i giudici hanno trovato la prova che hai fatto qualcosa. Lo sei perché io so, qualunque cosa decidano i giudici, che tu sei un delinquente.

Questo meccanismo, come ogni pregiudizio, non necessariamente razziale, non è un mero riflesso psicologico di sfiducia e di paura, ma una vera teoria del male del mondo. Tutti i totalitarismi lo sono. Ma questa teoria sulla intrinseca delittuosità di una qualche categoria di “diversi” per essere creduta deve anche essere voluta come necessario disvelamento di verità occultate da una ufficialità surrettizia. La propaganda goebbelsiana non insegna a credere, ma a volere credere.

L’innocenza di Abrego Garcia è un prodotto del deep state e quindi è una falsa verità. Quella vera corrisponde al sentimento di quanti hanno imparato che odiare gli Abrego Garcia è un corollario necessario del patriottismo americano e che chi ripudia quest’odio in realtà odia l’America. E chi ripudia quest’odio? I politici democratici o i repubblicani pre-Maga che hanno importato gli immigrati per soppiantare la genia dei nativi; i giudici che si ostinano a non riconoscere che sono tutti dei delinquenti, oltre che degli invasori e che congiurano contro il volere del popolo; perfino la Corte Suprema che si limita ad apporre un bollino formale sulla falsa verità della loro innocenza.

Il fatto che questo meccanismo, che non solo giustifica, ma esige i sacrifici umani come prova dell’intransigenza Maga, coinvolga solo una parte e non tutta la società americana non lo rende meno totalitario, visto che il totalitarismo ha sì un’ambizione totale in senso esterno, quella di sottoporre tutti al proprio dominio, ma prima ancora, in senso interno, deve creare una avanguardia totalitaria, per quanto parziale, come forza propulsiva ed espansiva del proprio potere. Insomma siamo davanti agli inizi di una, sempre meno fredda, nuova guerra civile americana.


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