Stile, moda e costume
American Graffiti, cronache impressionistiche di un viaggiatore di lungo corso
Quello che segue è un quadro impressionistico del Paese che, con la presidenza Trump, sta imponendo al mondo intero, e a quello occidentale in particolare, un repentino cambio di paradigma, cui non era preparato. Gli Stati Uniti d’America sono un paese immenso nato da una rivoluzione,



Quello che segue è un quadro impressionistico del Paese che, con la presidenza Trump, sta imponendo al mondo intero, e a quello occidentale in particolare, un repentino cambio di paradigma, cui non era preparato.
Gli Stati Uniti d’America sono un paese immenso nato da una rivoluzione, con alle spalle lo sterminio delle popolazioni autoctone e una guerra civile.
Gli Stati del sud hanno praticato la schiavitù prima e quindi la discriminazione che in alcuni perdura, ma tutto il Paese è sempre stato in bilico tra reazione e progresso: dall’isolazionismo all’interventismo a volte sconsiderato, dalla crisi del ‘29 e il proibizionismo al “New Deal” rooseveltiano, dal maccartismo alla “nuova frontiera” kennediana, dalla “deregulation” di Reagan al “We can” di Obama, primo presidente afroamericano.
Non è mancato nemmeno il radicalismo più intransigente: “L’uomo a una dimensione” di Herbert Marcuse, fu la base ideologica dei movimenti studenteschi che a partire dalle università californiane si propagarono fino all’ Europa dando origine al ‘68, e ai nostri tempi la “woke culture” parto del milieu ultra-progressista di Silicon Valley, causa non ultima della vittoria di Trump.
La minoranza di colore ha dovuto lottare per la pienezza dei diritti civili, in modo politico o eversivo, pagando lo stesso prezzo con l’uccisione dei leader Martin Luther King e Malcom X.
Del resto, l’omicidio politico è un altro primato americano, ben diciassette gli attentati a presidenti e candidati di cui cinque andati a buon fine includendo Bob Kennedy.
L’America è il paese della modernità, dell’auto per tutti, della conquista della luna, del PC, degli smartphone, dei social, ma anche del Vietnam, di Grenada, del Cile, dell’11 settembre, dell’Iraq, fino all’ignominiosa ritirata dall’Afganistan decisa da Biden.
È anche il paese dell’elevatissimo tasso di delinquenza, del maggior consumo di droghe al mondo e secondo per inquinamento dopo la Cina, oltre ad essere l’unico ad aver usato l’arma nucleare.
Dal secondo dopoguerra ha invaso il mondo con i suoi prodotti, le sue mode e la sua cultura, da potenza imperiale quale è stata da allora.
Fino all’emanazione dei primi ordini esecutivi di Trump, l’idea dell’America era consolidata; i romanzi di scrittori come Salinger, Bellow e Roth non riuscivano a scalfire l’entusiasmo acritico di alcuni o confermavano la condanna senza appello di altri.
Ora siamo tutti pervasi da dubbi, anche uno come me che pretende di conoscere gli USA perché il lavoro lo ha portato a frequentarli assiduamente per un trentennio dagli anni ‘70 ai 2000, viaggiando in lungo e in largo l’intero paese, incontrando persone diversissime e contraendo amicizie che perdurano anche ora che ha smesso di lavorare.
Forse, in questo momento così controverso nel rapporto con quel paese, vale la pena mettere a disposizione la mia esperienza dell’American way of life.
Va detto subito che pregiudizi e stereotipi la fanno da padroni nel bene e nel male circa l’idea che hanno dell’America i citati ammiratori acritici e gli odiatori incalliti; il mio intento è di compendiarne in modo succinto gli aspretti peculiari, un invito a riflettere per un giudizio più ponderato, non pretendendo certo di essere esaustivo.
Da “De America” di Guido Piovene al recente “La fine dell’impero americano” di Alan Friedman, passando per “Le ossessioni americane” di Massimo Teodori, solo per esemplificare, innumerevoli sono i saggi sulla realtà americana, che noi conosciamo per la sua politica estera e quello che esporta in termini di prodotti e cultura, ignorandone l’articolazione complessa e le profonde diversità dei singoli Stati da nord a sud da est a ovest.
Poco o nulla accomuna un operaio del Michigan e un farmer dell’Iowa, men che meno un ispanico della Florida, o un californiano in surf su un’onda del Pacifico.
Gli USA occupano poco più di un terzo del Nordamerica, tra due oceani, con tre ore solari da costa a costa, raggruppando vari fusi orari, ma soprattutto sono una confederazione di Stati sovrani, che hanno una totale autonomia interna e una legislazione molto diversa, basta pensare agli Stati dove vigono sa o meno l’aborto e la pena di morte, oltre al fatto che alcuni hanno un sistema giuridico basato sul common law inglese ed altri una sua evoluzione detta civil law, mentre la Louisiana utilizza una derivazione del codice napoleonico.
A proposito di sovranità, due sono le cose che i cittadini dei singoli Stati odiano e sopportano solo in nome della mitizzata sicurezza nazionale: le tasse federali e l’FBI che indaga sui reati federali altrettanto temuti e invisi, l’unità la ritrovano all’ombra della bandiera a stelle e strisce, ascoltando l’inno nazionale con la mano sul cuore, nella venerazione per chi ha servito sotto le armi, i cosiddetti veteran…e la notte del Superbowl.
Qui appreso il testo del famigerato Secondo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti relativo al possesso di armi, nella sua versione definitiva, vergato a mano dallo scriba William Lambert, discusso al primo Congresso dei tredici Stati fondatori della federazione e ratificata nell’ambito dei dieci emendamenti approvati il 25 settembre 1789 noti come Carta dei Diritti degli Stati Uniti d’America.
Detto testo fu oggetto di vivaci dibattiti riguardanti persino le virgole e le maiuscole ed in seguito causa di controversie dei singoli Stati con il governo federale di Washington, giunte fino alla Corte Suprema: “A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed” la cui traduzione è: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata Milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare Armi non potrà essere violato”.
Questo emendamento è basato in parte sul diritto di detenere in casa e portare con sé armi nel common law inglese e influenzato dalla Carta dei Diritti inglese del 1689.
Insieme al gran numero di Stati che ancora applicano la pena di morte, la detenzione di armi (390 milioni su 330 milioni di cittadini) rappresenta uno dei principali elementi di differenza con la cultura europea.
Oltre alle stragi di cui si ha spesso notizia, questo determina un atteggiamento sempre guardingo e aggressivo delle forze di polizia che sanno di potersi trovare difronte una persona armata, anche solo quando una pattuglia controlla i documenti di un automobilista in autostrada (esperienza vissuta personalmente un paio di volte con grande timore, perché esattamente corrispondente alle scene viste in tanti film, un poliziotto si accosta all’auto e l’altro osserva a distanza con la mano sulla fondina).
Diversi purtroppo i casi frequenti di maltrattamenti e uccisioni di afroamericani e ispanici da parte delle polizie locali, episodi che non comportano quasi mai sanzioni e condanne di chi li ha perpetrati.
Molti stupiscono per questi usi, perché gli americani ci appaiono così simili a noi, sapendo che la maggioranza bianca del “melting pot” americano è costituita da generazioni di immigrati europei, soprattutto tedeschi fuggiti all’epoca della controriforma, inglesi, irlandesi, ispanici e italiani, che convivono, non senza problemi, con gli ex schiavi colored, i nativi pronipoti degli scampati alle stragi commesse dai colonizzatori diretti all’ovest…e sempre più sudamericani, spesso immigrati illegalmente, attualmente soggetti ai rimpatri coatti imposti dalla nuova amministrazione, che tante polemiche sta sollevando per la modalità con cui vengono effettuati.
Per quel che conosco per esperienza diretta, mi chiedo come potrebbe la California rinunciare agli ispanici, clandestini, occupati nelle funzioni più umili, senza che economia e servizi vadano in crisi.
La verità è che le differenze sociali, economiche, etniche e religiose costituiscono ancora un diaframma importante anche nelle città più internazionalizzate come New York e Los Angeles, infatti, in quelle città esistono quartieri e strade dove vivono gruppi sociali omogenei, mentre nelle grandi pianure del “Deep State” la situazione è resa più semplice dall’uniformità della popolazione, anche se uno straniero è subito visto con sospetto (sulla vita nelle piccolo città e nei villaggi coniglio di leggere la meravigliosa “Trilogia della Pianura” di Kent Haruf).
Ho citato la religione perché, pur nel gran numero di fedi praticate, l’America è forse il paese con la più alta percentuale di credenti del secolarizzato mondo occidentale, altro elemento di non trascurabile differenza.
Ma ciò che caratterizza in modo sostanziale il paese dello zio Sam si sintetizza nel detto “Business is business”, il capitalismo ultraliberista, consentito dalle immense risorse del paese, permea di sé quasi tutti i gangli della convivenza civile, in un modo che a noi europei appare sconcertante e che provo a chiarire con alcuni esempi.
“You are fired, pick up your belongings and get out here within half an hour” (Sei licenziato, prendi le tue cose e vattene da qui entro mezz’ora), questa frase è normale perché in generale non esistono particolari protezioni per un dipendente che è pagato a settimana, il massimo è che l’azienda gli mantenga per qualche mese l’assicurazione sanitaria, se prevista dal contratto.
Nonostante questo, gli americani sono contrari a un sistema di assicurazione sanitaria pubblica, preferiscono affidarsi ad istituti privati, anche se molti film (Philadelphia, L’uomo della Pioggia) ci hanno mostrato quali distorsioni e ingiustizie produca quel sistema.
Dopo l’adozione di Medicare e Medicaid, introdotti con fatica da Lindon B. Johnson nell’ambito del programma Great Society, nessun presidente democratico è riuscito a rendere l’assistenza sanitaria erga omnes, si calcola infatti che tutt’ora 80 milioni di americani ne siano privi.
Più generalizzata ed efficiente è la Social Security che sovrintende a sistema pensionistico e disoccupazione, l’ottenimento dell’SSN (Social Security Number) è l’araba fenice dei nuovi immigrati.
Quello che funziona nella società americana, pur nell’invecchiamento delle infrastrutture, è l’interclassismo (il testo di “Piano Man” di Billy Joel è un buon esempio), il solidarismo che surroga la scarsa socialità delle istituzioni federali, l’organizzazione figlia della forte impronta degli immigrati tedeschi, ma ciò che stupisce è la posizione regale del cliente consumatore.
La spietata concorrenza consente dei vantaggi sconosciuti a noi, eccone alcuni esempi:
Se richiedi una nuova utenza telefonica, la ottieni in giornata perché Bell T&T e ITT non si lasciano sfuggire un nuovo abbonato.
La ricerca di un appartamento, un ufficio o un negozio è un problema che un broker risolve nel giro di ore, invece è immediato l’acquisto di un’auto presso un dealer, staccano la tua targa personale dalla vecchia auto, la avvitano alla nuova, firmi il passaggio di proprietà gratuito, paghi con la carta di credito e te ne vai.
Ma attenzione a trasgredire le norme vigenti, poche e chiare, chi lo fa è civilmente morto, non ha più credito e non può più imprendere, le sanzioni sono molto rapide, se ad esempio non paghi l’affitto il landlord (il padrone di casa) chiama i Marshall (polizia dello sceriffo) i quali intervengono a stretto giro apponendo i sigilli all’appartamento con le tue cose dentro, solo il pagamento consente di rientrare in casa.
Ma esiste qualcosa di assolutamente contrario a certe severità incuranti del sociale, come il principio “satisfied or refunded” (soddisfatti o rimborsati) che è un dogma, ometto I tanti episodi personali che mi hanno visto profittare di tale principio, salvo uno eclatante: la sostituzione immediate senza battere ciglio di un blazer acquistato in misura sbagliata per uno dei miei figli da Brooks Brothers a New York alcuni mesi prima, avendo anche dimenticato lo scontrino in Italia.
A proposito di libertà personali, chi è stato in USA avrà notato che negli alberghi non bisogna lasciare la chiave al concierge uscendo, questo perché la propria camera è inviolabile (salvo le pulizie) penetrabile solo con un mandato, così come il rilascio delle generalità all’arrivo in hotel esibendo un documento è una prassi introdotta solo dopo l’11 settembre, prima era sufficiente una firma su un modulo e far registrare una carta di credito.
La libertà di stampa è un altro dogma costituzionalmente garantito, che nemmeno Trump riuscirà a scalfire, malgrado i tentativi già in atto, media progressisti e liberal, con New York Times e CNN in testa, stanno martellando dal suo insediamento, nell’assordante silenzio dei disorientati democratici.
Robert De Niro, salito sul palco dei Tony Awards nel 2018, esordì dicendo:”Fuck Trump!” Impossibile in Italia dove il vilipendio al Presidente della Repubblica è un reato (art. 278 CP).
Altra sostanziale divaricazione è l’assenza di odio sociale riferito al successo e alla ricchezza che ne consegue, nel paese delle opportunità vige anzi il contrario, apprezzamento e ammirazione, anche se il potere che, non da oggi, ma da sempre, esercitano I tycoon miliardari è un limite non da poco della democrazia a stelle e strisce.
Vanderbilt, Du Pont, Carnegie, Frick, Morgan, Ford, Rockefeller non sono stati poi così diversi da Musk in termini di fiancheggiamento e condizionamento del potere politico, solo il filantropismo detraibile fiscalmente e le leggi antitrust hanno mitigato la stortura.
È l’etica protestante, di cui dà conto Max Weber, alla base di questa inclinazione ampiamente condivisa e tuttora presente nella società, di cui do un esempio basato su una personale esperienza degli anni ‘90.
Mi dovevo recare ad un appuntamento di lavoro presso uno stabilimento tessile a Clemson in South Carolina, da New York in aereo raggiunsi Greenville e da lì la destinazione con un’auto a nolo.
Al cancello una bionda portinaia in divisa mi salutò sorridente e, consegnandomi un badge, mi indicò dove parcheggiare l’auto, l’incontro con dei dirigenti durò un paio d’ore, seguito da un lunch alla mensa aziendale.
Nel pomeriggio all’uscita riconsegnai il badge alla portinaia, la quale, lasciandomi di stucco, mi diede una lezione d’America esclamando: “Goodbye sir, have a safe trip back, I hope you had a good meeting” (arrivederci signore, buon ritorno, spero abbia avuto una soddisfacente riunione).
Per lei l’impresa non era un nemico, il buon esito del mio incontro interessava anche lei, umile portinaia.
Quella è l’America che ho conosciuto, che ora sembra incline ad imboccare un nuovo stile di vita e un modo diverso di guardare il mondo, pericoloso per sé e per gli altri,Trump prima o poi passerà, ma i suoi cittadini eleggendolo, hanno dimostrato di aver perso lo spirito che tra mille contraddizioni ne ha fatto per quasi un secolo un secolo la guida del mondo occidentale; spero abbiano un momento di resipiscenza e siano in grado di contrastare in modo legale, ma efficace, i danni che sta facendo l’equivoco tycoon con i suoi improvvidi accoliti.
P.S.
Sempre a proposito di stile.
Mi duole dover rimarcare la grave mancanza di stile dell’Italia, del suo governo e dei cittadini che in questi frangenti difficili hanno assunto la solita posizione ambigua e furbesca, immemori dei disastri che ciò ha storicamente comportato.
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