Regno Unito
Andrew Tate e la mascolinità tossica che piace a Elon Musk e all’estrema destra
Per cercare di capire perché Andrew Tate, il campione della mascolinità tossica, sia stato rilasciato dalle autorità rumene dietro pressioni della Casa Bianca, bisogna fare un passo indietro all’estate scorsa quando sono esplosi i tumulti dell'estrema destra nelle città britanniche. Ma vediamo prima chi è Andrew


Per cercare di capire perché Andrew Tate, il campione della mascolinità tossica, sia stato rilasciato dalle autorità rumene dietro pressioni della Casa Bianca, bisogna fare un passo indietro all’estate scorsa quando sono esplosi i tumulti dell’estrema destra nelle città britanniche.
Ma vediamo prima chi è Andrew Tate.
Ex kickboxer diventato guru online, Andrew Tate ha costruito un impero mediatico vendendo corsi di auto-miglioramento e diffondendo un’ideologia basata su dominazione, misoginia e culto della personalità. Si presenta come l’ultimo vero uomo alpha, insegnando ai giovani uomini a disprezzare la debolezza, ridurre le donne a oggetti e accumulare potere attraverso ricchezza e aggressività. I suoi contenuti sono un mix tossico di materialismo sfrenato, suprematismo maschile e teoria del complotto, condito da foto di jet privati, sigari cubani e frasi motivazionali da gangster wannabe. Tate è insomma il tipo che posta candidamente video in cui afferma che le donne vanno prese per il collo e a pugni.
Alcuni anni fa si trasferì in Romania dichiarando che lì avrebbe potuto essere libero di fare quello che voleva, solo per scoprire che le cose non stavano esattamente così, dopo essere arrestato insieme al fratello, con l’accusa di traffico umano, sfruttamento della prostituzione, stupro e associazione a delinquere.
Tate e Musk hanno stretto un’alleanza mediatica nell’estate del 2023, dopo che il proprietario di Tesla, aveva acquistato Twitter e riammesso Tate sulla piattaforma. Andrew Tate era stato infatti bannato per incitamento all’odio, e contenuti non solo misogini ma in cui invitava gli uomini ad usare violenza fisica contro le donne (ad oggi è ancora bannato da tutti gli altri social media). I due si sono scambiati endorsement e messaggi sulla “lotta alla censura” e alla “cospirazione femminista”.
Ma la vera svolta è arrivata quando Tate è diventato un simbolo della guerra culturale trumpiana. Negli Stati Uniti, la destra radicale ha iniziato a dipingerlo come una vittima del deep state e del femminismo progressista, trasformandolo in un martire della battaglia contro il woke. Se lo attaccano, è perché dice la verità. Ogni accusa nei suoi confronti è un’invenzione del deep state.
Quindi, cosa è successo dietro le quinte per arrivare alla liberazione? Cominciamo ad unire gli eventi.
Eccoci, allora, all’estate scorsa quando assistiamo ad un’esplosione di violenza nelle strade britanniche, con proteste che sono degenerate in vere e proprie rivolte, alimentate dalla disinformazione sui social media. Al centro di questa tempesta c’è un nome: Andrew Tate.
Quando il 29 luglio, a Southport, ha luogo un orrendo attacco ad un gruppo di bambine ad una scuola di ginnastica, in cui perdono la vita tre di loro, un post su LinkedIn—poi rimosso—afferma che l’assalitore è un immigrato clandestino appena giunto in UK su un barcone. In realtà, il giovane è nato nel Regno Unito, è cittadino britannico e il padre è un profugo fuggito al genocidio del Ruanda (di etnia Tutsi) a cui è stato concesso asilo negli anni ’90.
Nelle ore successive, ad appiccare il fuoco in rete è proprio Andrew Tate che, con il suo account da 10 milioni di follower, diffonde la falsa notizia.

I tweet di Tate vengono poi nuovamente rimbalzati da Elon Musk raggiungendo milioni di utenti, che a loro volta propagano il fake, spingendo molti a scendere in strada, capeggiati dal noto fomentatore Tommy Robinson, attivista anti-islamizzazione e fondatore dell’English Defence League.

La sera del 30 luglio, Southport diviene il primo epicentro del caos: centinaia di manifestanti prendono d’assalto il centro cittadino, scatenando scontri con la polizia. Il caos si estende rapidamente ad altre città del Regno Unito e all’Irlanda del Nord, con atti di violenza come bombe molotov lanciate contro i centri di accoglienza. La gravità della situazione spinge il governo laburista (insediato da sole tre settimane) a intervenire con misure draconiane, anche in risposta ai tweet di Musk che incitano alla guerra civile. Seguono centinaia di arresti e condanne anche per chi si è reso responsabile di incitamento all’odio e alla violenza online.

Da allora, Elon Musk prende ad attaccare direttamente Starmer definendo il suo governo come uno “Stato di polizia,” continuando poi a rimbalzare false notizie. Ad un certo punto, per esempio, Musk contribuisce a diffondere la falsa notizia in cui si sostiene che Starmer sta costruendo campi di detenzione nelle Falkland.

L’interferenza di Elon Musk nella politica britannica attraverso operazioni destabilizzanti e diffusione di notizie false viene evidenziata dalla stampa.

Ma le guerriglie urbane dell’estate non sono state il solo tentativo di destabilizzazione nel Regno Unito perpetrato da Musk, con protagonisti Andrew Tate e Tommy Robinson. Arriviamo a gennaio. Tate, sotto processo in Romania vuole lasciare il Paese, mentre Robinson, in carcere in UK ambisce ad essere scarcerato. Ad entrambi serve attenzione mediatica. E Musk proprio in quei giorni si fa avanti per sovvenzionare il partito di estrema destra Reform Uk.
Così, Tommy Robinson riporta al centro dell’attenzione pubblica la questione delle “grooming gangs”, gruppi coinvolti in attività criminali, inclusi stupri di gruppo, con membri prevalentemente di origine pakistana. Robinson ha spesso utilizzato questo tema per fomentare sentimenti anti-immigrazione e rafforzare la sua immagine pubblica, sfruttando la scarsa conoscenza del pubblico su una questione complessa e di lunga data.
Questa problematica è stata affrontata dai governi conservatori degli ultimi anni e anche il recente governo laburista ha varato programmi per prevenire e combattere il fenomeno. Ma naturalmente chi fa propaganda conta sempre sull’ignoranza del pubblico.
Rimando due miei pezzi sul tema:
Elon Musk coglie la palla al balzo e allestisce il circo mediatico, arrivando anche a suggerire la rimozione di Starmer e a condurre sondaggi online sulla possibilità di un’ “invasione” del Regno Unito. Poi, nella sua euforia di onnipotenza, suggerisce di rimuovere Nigel Farage dalla guida di Reform Uk e sostituirlo con Tommy Robinson perché, si sa, chi non vorrebbe un magnate sudafricano a gestire la politica britannica?


Anche Andrew Tate salta sul carro come difensore dell’integrità britannica. In fondo, ad essere sotto processo per lo stupro di una minorenne si è nella posizione ideale per puntare il dito contro degli stupratori di minorenni. Ma per Musk Tate non è uno stupratore, è un eroe, una povera vittima del sistema. Perché, a quanto pare, per i nostri (ma guai a dire che sono suprematisti) lo stupro e la pedofilia non sono cose da condannare in sé, ma solo in base all’etnia di chi li perpetra.
Ed ora, arriva la ciliegina sulla torta: Andrew Tate fonda il suo partito BRUV (Britain Restoring Underlying Values) e annuncia che sarà il prossimo Primo Ministro britannico. Non che abbia una sola chance al mondo, ma non è quello il punto. Si tratta di fare rumore e spingere i giovani maschi bianchi a destra. Infatti: Bruv, in slang significa: “fratello”.

In conclusione, Tate è diventato un asset di propaganda utile. Un influencer da usare come un’arma. Non è difficile immaginare Musk spingere per il rilascio di Tate, usando la sua influenza per far leva sui canali diplomatici. Il motivo? Tate incarna perfettamente la narrazione di un Occidente corrotto che tenta di silenziare gli uomini forti.

Per una volta siamo anche tentati di credere a Donald Trump quando dice di non avere saputo nulla della sua liberazione. E forse il fatto che Tate sia atterrato negli Stati Uniti proprio il giorno della visita di Keir Starmer è stato tutt’altro che casuale.
Da mesi, Musk ha trasformato Keir Starmer in un bersaglio privilegiato, attaccandolo ripetutamente su X con insinuazioni, teorie del complotto e tentativi di delegittimazione. Musk non si è limitato alle parole: ha attivamente sostenuto figure legate all’estrema destra britannica, comprese quelle con precedenti penali o collegamenti con la criminalità organizzata. Ha linciato moralmente membri del suo gabinetto, descrivendo, per esempio, la ministra Jess Phillips come un’apologeta dello stupro e del genocidio, portato a minacce di morte nei suoi confronti.

Andrew Tate è chiaramente un tassello di una strategia. Musk non sta solo appoggiando la destra britannica, ma vuole spingere il Regno Unito verso una deriva radicale e destabilizzante, promuovendo figure che non trovano spazio neppure tra l’estrema e destra di Reform UK, ampiamente respinti come impresentabili da Nigel Farage.
Se l’ostilità di Musk verso Starmer è stata costante e aggressiva, l’atteggiamento di Trump nei suoi confronti ha preso invece una piega sorprendentemente diversa. Nonostante Trump e Starmer si trovino su posizioni ideologiche opposte, il presidente americano ha accolto il primo ministro britannico con una cordialità che è andata ben oltre ogni aspettativa.
Nei giorni precedenti alla sua visita, Starmer aveva preso le distanze dagli atteggiamenti trumpiani su Russia e Ucraina, pubblicando un articolo sul giornale di destra The Sun che in modo sottile ribatteva e contraddiceva ciascuna delle affermazioni di Trump, eppure, il loro incontro ha avuto toni concilianti, ben lontani dall’ostilità che Trump ha riservato ai leader europei.
Il cambiamento di tono di Trump è stato evidente sin dai primi momenti. Dopo settimane di attacchi contro Volodymyr Zelensky, arrivando persino a definirlo un “dittatore”, Trump ha clamorosamente negato di aver mai usato quell’espressione, ridimensionando le sue critiche al presidente ucraino. Questo segnale di distensione è stato interpretato come una vittoria per Starmer, che ha costantemente ribadito la necessità di un supporto continuo all’Ucraina e ha trovato un Trump meno incline al confronto diretto su questo punto.
La sorpresa è arrivata sul fronte economico. Per la prima volta, Trump ha aperto alla possibilità di un accordo commerciale tra Stati Uniti e Regno Unito, un obiettivo inseguito invano dai governi britannici conservatori negli ultimi anni. Boris Johnson e Rishi Sunak avevano tentato ripetutamente di ottenere un trattato di libero scambio con gli USA, senza mai riuscirci. Starmer, invece, è riuscito a farlo entrare almeno nell’agenda dei negoziati, un segnale di svolta nelle relazioni tra i due Paesi.
Il vero colpo di scena è poi arrivato sulla questione delle Isole Chagos. Starmer ha recentemente annunciato l’intenzione di restituire il territorio all’isola Mauritius, una decisione che in patria è stata attaccata duramente dalla destra britannica. Kemi Badenoch e Nigel Farage hanno condotto una campagna martellante contro il premier, accusandolo di mancanza di patriottismo e di voler cedere una risorsa strategica cruciale, dove si trova la base militare anglo-americana di Diego Garcia.
La mossa di Starmer era stata vista con preoccupazione anche da ambienti vicini a Washington, dal momento che la base è una delle più importanti strutture militari dell’Occidente nell’Oceano Indiano. Tuttavia, l’imprevista reazione di Trump ha completamente ribaltato la narrazione: l’ex presidente ha dichiarato di apprezzare la decisione britannica e ha persino suggerito di voler fare lo stesso. Con un colpo solo, Trump ha annullato tutta la retorica della destra britannica, lasciando Badenoch e Farage senza argomenti.
Se fino a pochi giorni fa l’alleanza tra Londra e Washington sembrava fragile e minacciata dalle posizioni ambigue di Trump sulla NATO e sulla Russia, Starmer è riuscito a rimettere il Regno Unito al centro del gioco, trasformando un incontro potenzialmente problematico in un trionfo diplomatico.
A questo punto, resta da capire se l’apertura di Trump sull’accordo commerciale sia un vero impegno o solo una manovra tattica per non scontrarsi frontalmente con il primo ministro britannico davanti alle telecamere. Ma per Starmer, il solo fatto di aver riportato Londra al tavolo dei negoziati con gli Stati Uniti è già una vittoria politica significativa, che rafforza la sua posizione sia in patria che sulla scena internazionale.
Questa differenza di approccio tra Trump e Musk lascia spazio ad alcune considerazioni:
- Mentre Trump mantiene una linea pragmatica con Starmer, Musk tenta di minare il Regno Unito con un’operazione destabilizzante.
- Musk si allea con figure criminali e radicali per indebolire Starmer dall’interno, mentre Trump sembra aver riconosciuto che il nuovo primo ministro britannico è un interlocutore inevitabile.
Impossibile sapere se la discrepanza sia concertata, oppure che sia il segnale di una divisione strategica tra il trumpismo e il muschismo. In entrambi i casi resta difficile credere che Andrew Tate sia atterato negli Stati Uniti nello stesso giorno di Keir Starmer per caso.
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