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Blowing in the wind. I tanti ma che pesano sulle rinnovabili

Energia, ambiente e sostenibilità

Blowing in the wind. I tanti ma che pesano sulle rinnovabili

Parafrasando il capolavoro di Bob Dylan, in questi giorni di Dunkelflaute e polemiche annesse, riflettevo: quanti errori e sbagli dovremo ancora commettere per completare una transizione energetica razionale e sostenibile? Perché di errori, sbagli, omissioni ne sono stati commessi tanti e se ne commetteranno ancora, accecati

Simone Paoli24/12/2024Aggiornato 24/12/20245 min lettura922 parole

Parafrasando il capolavoro di Bob Dylan, in questi giorni di Dunkelflaute e polemiche annesse, riflettevo: quanti errori e sbagli dovremo ancora commettere per completare una transizione energetica razionale e sostenibile?

Perché di errori, sbagli, omissioni ne sono stati commessi tanti e se ne commetteranno ancora, accecati da ideologismi, integralismi e miopia politica.

Davvero eolico e fotovoltaico da soli fanno scendere il costo delle bollette? Di certo fanno scendere (per ora e con alcuni caveat) i costi di produzione della corrente elettrica. Ma, c’è un grosso “ma”: il costo si sposta su altre voci, cioè su quelle che servono ad adeguare le reti ed evitare “buchi” nella fornitura di energia. Risultato? Ad oggi l’elettricità al consumatore finale costa di più e, spesso, le emissioni tra l’altro galoppano.

Le rinnovabili (fotovoltaico ed eolico soprattutto) non sono purtroppo programmabili, se non in parte, e sono state piazzate come il prezzemolo, nel senso che sono state messe un po’ ovunque, e il più delle volte lontano da dove serve di più l’energia e con tempistiche non sempre ideali. Tutto questo comporta che a valle degli impianti di mera produzione servano di conseguenza infrastrutture sempre più impattanti per “stabilizzare” la rete e garantire che la domanda di energia elettrica venga soddisfatta. Da qui la necessità di: 

  • centrali a gas pronte ad accendersi (tra l’altro pagate anche se spente) se le rinnovabili vengano meno;
  • sistemi energivori per stabilizzare la rete e che regolino la tensione; 
  • adeguamento delle reti di interconnessione (vedi Norvegia e Svezia versus Germania come ultimo ed eclatante esempio)
  • incremento esponenziale dei sistemi di accumulo a batterie e non.

Sia chiaro, tutto questo non è gratis anzi, e nessun paladino delle rinnovabili lo dice, ma negli LCOE tanto citati questi costi NON ci sono, in bolletta ahimè sì. 

E non è finita qui. Cosa succede quando i prezzi di mercato dell’energia diventano negativi, sbandierato come un grande risultato a vantaggio dei consumatori? In realtà nulla perché gli incentivi statali garantiscono un fisso ai produttori in ogni caso, pagati sempre in bolletta. E occhio, in certi periodi dell’anno i prezzi “zero o negativi” si verificheranno sempre più spesso in tutta Europa; sono ad esempio già frequentissimi in Spagna e Danimarca a causa dell’eccesso di impianti collegati, e più si installa peggio sarà. Ed ancora: le ultime aste in Danimarca per l’eolico off-shore sono andate deserte in mancanza di sussidi più alti. La sostenibilità economica prima di tutto. Infine, nei giorni scorsi, il bando per le colonnine italiane, nonostante ricchi contributi del PNRR, è stato un buco nell’acqua. I conti non tornano più.

Risultato? Zitti zitti, è in corso una fuga degli investitori, spaventati dallo scenario di zero ricavi, in mancanza di incentivi sempre più consistenti, o nella incertezza degli stessi.

Chiaramente, questo sarà sempre più un problema politico. In Norvegia, i partiti che compongono la maggioranza hanno espresso la volontà di eliminare la connessione elettrica con Danimarca e Germania, visti i picchi di prezzo causati proprio dalla situazione in quei Paesi, con quelli nordici trascinati al rialzo da queste connessioni. Per meglio dire, vorrebbero solo esportare la loro energia facendola pagare cara e tenendo bassi i loro prezzi, dati da nucleare, idroelettrico ed eolico. Alla faccia del mercato unico EU, i Norvegesi fanno i green e pagano poco l’energia grazie agli introiti provenienti dal mare di petrolio e gas che piazzano in giro per il mondo. Tu chiamala se vuoi ipocrisia. E gli Svedesi hanno assunto posizioni molto critiche nei confronti della Germania allo stesso modo.

Altri elementi di riflessione. I Cinesi, dopo essere diventati monopolisti nella produzione di pannelli e batterie, stanno cominciando a fissare limiti al ribasso dei prezzi, anzi, è probabilmente iniziata la risalita. I costi dell’eolico stanno esplodendo e siamo al limite anche tecnico delle megapale (di questi giorni la notizia di problemi gravi a quelle record cinesi).

Per dare un’idea, a fronte di 245 GW aggiuntivi installati di eolico e fotovoltaico, la EU ha ridotto il picco di impianti fossili di soli 9 GW. Il tutto scaricato in bolletta, pagato dai cittadini a vantaggio quasi esclusivo di produttori di pannelli, investitori più o meno noti e pochi altri.

Complessivamente però, gli investimenti in energie green stanno dando risultati deludenti con perdite anche significative, ed i fondi, dopo la sbornia degli anni scorsi, stanno scommettendo contro la transizione energetica, mentre la crescente domanda di elettricità (Data Center, IA, sviluppo di Cina ed India etc) spinge verso investimenti in infrastrutture di reti, nucleare e…. gas e carbone!

Nei due grafici che riporto sono indicate le fonti di energia utilizzate negli ultimi 20 anni e, nel secondo in particolare, l’incidenza del carbone. A proposito, l’ultimo report della IEA sposta il picco dell’utilizzo dello stesso dal 2024 al 2027. Lo dico oggi, non sarà così nemmeno nel 2027, e certi report sono sempre meno affidabili.

Ed intanto il vento (non) soffia.


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