Sport
Calcio, le radici ideologiche del difensivismo italiano
La crisi del calcio italiano non dipende solo dai risultati, ma da un’idea di sé che continua a giustificare lentezza, paura del rischio e chiusura tattica come fossero un destino nazionale. Un riflesso culturale prima ancora che sportivo, che trasforma il declino in identità. Non solo



La crisi del calcio italiano non dipende solo dai risultati, ma da un’idea di sé che continua a giustificare lentezza, paura del rischio e chiusura tattica come fossero un destino nazionale. Un riflesso culturale prima ancora che sportivo, che trasforma il declino in identità.
Non solo la clamorosa eliminazione, per la terza volta di fila, dai Mondiali di calcio, ma anche il fallimento evidente delle nostre squadre di punta in Champions League: la crisi del calcio italiano è evidente. Poi, basta confrontare una partita del nostro campionato con una giocata invece nei tornei inglese o spagnolo: da una parte un tatticismo esasperato, noia, lentezza, centrocampo bloccato, nessuna voglia di prendersi rischi; dall’altra velocità, dribbling, scambi rapidi e precisi, intensità a mille: sembrano quasi due sport diversi, anzi in buona parte lo sono.
Eppure, non manca, tra commentatori e tifosi, chi difende la “specificità” italiana. Il “calcio moderno”, si dice, non fa per noi. L’aggressività, l’atteggiamento offensivo, la ricerca del bel gioco e il desiderio di attaccare sempre, anche quando sei in vantaggio, sono peccati mortali, perché vanno contro la “natura” del calcio italiano, che ha sempre vinto, si dice, con un atteggiamento speculativo, catenaccio e contropiede, badando cinicamente al sodo e non all’estetica.
E non bastano i recenti fallimenti della Nazionale e delle squadre di club a smentire questo assunto. Anzi, la colpa, secondo alcuni, ad esempio Fabio Capello, è di chi ha voluto importare in Italia il “tiki taka”, il calcio alla Guardiola fatto di possesso palla e di eleganti scambi a centrocampo, snaturando così le caratteristiche più tipiche dei giocatori italiani. Altrettanto demoniaca viene considerata la “costruzione dal basso”, che impedisce lo schema più italiano di tutti: lancio lungo del portiere per l’attaccante che va in gol.
E lo stesso vale per altre diavolerie tattiche che non servono ad altro, secondo alcuni, che a cancellare dai nostri campi l’identità calcistica nazionale.
Qualche giorno fa, questa tesi è stata nobilitata nientemeno che da Massimiliano Allegri, l’allenatore del Milan, che ha sostenuto che le caratteristiche “difensiviste” del calcio italiano provengono addirittura dalla storia patria, addirittura “dai tempi del Medioevo, dalla difesa dei fortini”. L’interpretazione storica è discutibile, perché in realtà tanti capitani di ventura hanno costruito regni e signorie andandoli a conquistare con coraggio e ardimento, quei fortini, e non certo solo difendendoli.
Ma Allegri non voleva certo fare il professore di storia, intendeva semplicemente legare il difensivismo alla natura stessa dell’essere italiani: un destino manifesto, un modo di essere innato nelle nostre caratteristiche ancestrali, senza cui la nostra identità, non solo calcistica, si sfalda e si corrompe. E questo a prescindere da quanto questo atteggiamento sia efficace sul campo da gioco. È un elemento che fa parte del Dna, un postulato da cui partire, non una libera scelta.
Da dove nasce questa idea? Si tratta di un tema antico della critica calcistica italiana, portato avanti con grande brillantezza e tenacia da Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo del ’900. Fine intellettuale, Brera elaborò una vera e propria “ideologia” del difensivismo ispirata a idee positiviste, quasi lombrosiane, secondo cui le caratteristiche morali, e quindi sportive, si potevano dedurre da quelle fisiche.
Dal momento quindi che gli italiani, popolo meticcio, nato da una particolare contaminazione tra tribù germaniche e genti “pelasgiche”, i meridionali, sono privi “per natura” delle qualità tecniche dei sudamericani, dei brasiliani in particolare, e anche delle qualità fisiche e atletiche dei nordeuropei, non possono prevalere né sul piano del gioco aperto e offensivo, né su quello della corsa e della forza.
Cosa resta quindi? La tattica, che per Brera era sinonimo di tattica difensiva, del non far giocare l’avversario, e poi sconfiggerlo con l’astuzia, con il golletto ottenuto magari in mischia, o in contropiede mentre l’altro, tracotante, pensava di fare un boccone dei poveri deboli azzurri. La potenza esplicativa di questo teorema breriano era tale che si applicava a tutta la storia del calcio, per cui il Nostro ne deduceva che, quando l’Italia ha vinto, lo ha fatto sempre seguendo lo schema “difesa, contropiede, sofferenza”, mentre quando ha perso questo è avvenuto perché aveva osato fare il contrario.
E questo valeva qualunque cosa succedesse in campo: non era la cronaca della partita, ovvero l’osservazione empirica, a giustificare la teoria, ma era la teoria a determinare la cronaca e a spiegarla. Insomma, Brera applicava al calcio l’“a priori” kantiano, trasformando un’ipotesi calcistica in una teoria scientifica a prova di falsificazione, in quanto perennemente autoconfermata.
L’influenza delle teorie di Brera, al di là della loro modesta capacità esplicativa di quello che davvero avveniva sul campo da gioco, è stata enorme, e di fatto è tuttora egemone. Sono moltissimi i giornalisti, i tifosi e i tecnici che, senza la minima evidenza, e quasi sempre in controtendenza con i dati, sostengono che gli italiani “non sono fatti” per il calcio offensivo, per il possesso palla, per un atteggiamento spregiudicato.
Che al contrario siano per natura difensivisti e speculatori, e non potrebbe essere diversamente. I fondamenti su cui si basavano le tesi “scientifiche” tanto care a Brera sono ormai desueti, ma ne vengono enunciati altri, ad esempio di tipo storico, come ha fatto Allegri. C’è pure chi si richiama alla tradizione, che in tempi di sovranismo va sempre bene, o anche a concetti vaghi come la “mentalità”. Di fatto, il difensivismo italiano ormai agisce come una “falsa coscienza” marxiana, una struttura ideologica che serve a giustificare il pessimo andazzo di un movimento in grave crisi ormai da una ventina d’anni.
Resta da capire perché questa tesi del destino difensivista dell’Italia sia tuttora così popolare e tanto radicata, anche tra i tifosi, che regolarmente diffidano dei tecnici innovatori più tattici e offensivi, definiti sprezzantemente “scienziati” e “talebani”. E invece amano allenatori che non si discostano mai dai percorsi già tracciati da questa presunta italianità, magari mascherando la propria povertà tecnica con discorsi roboanti sulla “grinta” e il “cuore”, e che quando vengono messi alla prova falliscono malamente, lasciando solo macerie, come Gattuso, tanto per fare un esempio.
Con ogni probabilità è un altro segno di una mentalità radicata nel nostro Paese, anche nelle élite, che aborre il rischio, la novità, la contaminazione con altre idee e culture, per tenersi aggrappati alle sicurezze di sempre, anche se la fedeltà a idee antiquate porta inevitabilmente al declino. Un Paese, il nostro, che non ha voglia di cambiare, che guarda sempre indietro, in politica, in economia, nella vita sociale, tende a farlo anche nel calcio.
Pazienza se poi non si giocano i Mondiali per 16 anni, vuoi mettere con l’orgoglio di aver difeso il “nostro” catenaccio, simbolo dell’Italia nel mondo al pari della pizza e degli spaghetti? Peccato però che il mondo vada avanti, e ci lasci indietro. Anche nel calcio.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo.
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Condividi







Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.