Storia, costume e cultura
C’è un altro modo per ricordare Mario Tobino
Lo sceneggiato televisivo dedicato a Mario Tobino riporta alla ribalta la figura dello scrittore, ma finisce per semplificarne il mondo umano e letterario. Per avvicinarsi davvero alla sua personalità conviene invece tornare ai libri, o alle pagine discrete del diario di Antonia Guarnieri, che negli ultimi



Lo sceneggiato televisivo dedicato a Mario Tobino riporta alla ribalta la figura dello scrittore, ma finisce per semplificarne il mondo umano e letterario. Per avvicinarsi davvero alla sua personalità conviene invece tornare ai libri, o alle pagine discrete del diario di Antonia Guarnieri, che negli ultimi anni della sua vita ne restituiscono il ritmo quotidiano, la memoria e la profonda attenzione alla fragilità umana.
Ieri sera la RAI ha riportato alla ribalta la figura di Mario Tobino. Ogni tanto anche la sua immagine riemerge, come accade a certi nomi della nostra letteratura che continuano a circolare nella memoria collettiva anche quando il tempo sembra averli lentamente allontanati.
Ma la televisione ha una sua necessità di chiarezza narrativa, di drammi visibili, di caratteri netti, di semplificazioni e, ancora più spesso, di semplicismi sostanzialmente falsificanti, potendo contare sul fatto che comunque saranno in pochi ad avvedersene.
Quest’ultimo sceneggiato non sfugge a questa regola ormai prevalente e, pur riuscendo a nobilitarla con alcune ottime interpretazioni femminili, non riesce a recare testimonianza dell’impianto narrativo del libro cui è ispirato, né del suo tessuto umano ed emotivo.
Le libere donne di Magliano è un romanzo che procede in realtà con un passo diverso, con ben altra capacità di entrare nell’umanità dolente e, a un tempo, poetica delle sue protagoniste, con un passo più lento, quasi assorto, e con uno sguardo sull’umanità che, in un certo modo, pur rimanendo quello lucido e professionale di un medico, sembra quello di un narratore sotto incantamento.
Per capire davvero chi muoveva le fila di questo narratore, per comprendere chi ne era l’autore, per percepire l’umanità avvolgente che traspariva dal suo stile, conviene allora allontanarsi dalle ricostruzioni sceneggiate semplicistiche al passo coi tempi e leggere, o rileggere, le sue opere.
Oppure, per una via assai più sommaria ma non per questo meno incisiva, cercare di scoprire tramite una biografia veritiera chi fosse questo medico e scrittore, o come furono, per esempio, i suoi ultimi anni di vita.
Conviene per questo aprire un piccolo libro che ha il pudore delle testimonianze autentiche: il diario che Antonia Guarnieri scrisse negli ultimi cinque anni trascorsi accanto allo scrittore, in veste di collaboratrice e segretaria, dal gennaio del 1987 fino alla sua morte nel dicembre del 1991.
È un libro sottile, quasi dimesso. Non ha l’ambizione della biografia, non pretende di interpretare o di spiegare.
Assomiglia piuttosto a quei quaderni che si tengono accanto alla scrivania per annotare le cose della giornata: una visita, una conversazione, una frase che improvvisamente si ricorda.
E proprio per questo, pagina dopo pagina, riesce a restituire qualcosa di raro: il ritmo vero della vita negli anni della vecchiaia.
Il Tobino che emerge da queste note quotidiane è molto diverso dall’immagine pubblica dello scrittore e del medico che per decenni aveva diretto il manicomio di Maggiano.
Non è più la figura centrale di un mondo intellettuale, non è il protagonista delle discussioni culturali che avevano attraversato l’Italia del dopoguerra.
È piuttosto un uomo che vive dentro una sorta di paesaggio interiore fatto di ricordi, di libri, di volti che tornano alla mente con la naturalezza con cui, in certe ore del pomeriggio, riaffiorano episodi lontanissimi dell’infanzia.
Al centro di questo paesaggio c’è sempre il manicomio di Maggiano, che per Tobino non era semplicemente il luogo del lavoro.
Era diventato negli anni una città segreta, quasi un microcosmo umano dentro cui si erano intrecciate centinaia di vite.
I corridoi, le stanze, i cancelli, le voci degli infermieri, le grida dei pazienti, le figure di quelle che lui chiamava le sue libere donne: tutto questo era rimasto dentro di lui come un paesaggio indelebile.
La chiusura dei manicomi, alla fine degli anni Settanta, aveva segnato una frattura dolorosa.
Non tanto per la scomparsa dell’istituzione in sé, quanto per la dissoluzione di quel mondo concreto di persone e di storie che per quarant’anni aveva costituito la sua vita quotidiana.
E anche per il timore, rivelatosi poi concreto, che molti dei malati finissero abbandonati a se stessi, fino a lasciarsi cadere, come accaduto a qualcuno di loro al termine di un lungo girovagare, in una fossa sul ciglio di una strada.
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In questo diario di Antonia Guarnieri c’è innanzitutto nostalgia di Tobino, che era stato suo amico, e prima ancora amico di suo padre, il professor Silvio Guarnieri, docente di letteratura italiana all’Università di Pisa.
C’è nostalgia dell’umanità di quest’amico psichiatra che era riuscito ad aiutarla in un momento difficile della sua vita, della sua umanità e della sua divagante sincerità affabulatoria, della sua esuberante malinconia e dell’assorta lentezza degli ultimi anni.
Perché negli ultimi anni le giornate di Tobino scorrono lente.
Legge molto, parla di libri, ricorda incontri lontani, racconta agli amici a cena libri che ha scritto molti anni prima, arricchendoli di dettagli incisivi e salienti.
A volte basta una frase per riaprire interi capitoli della memoria.
I nomi della cultura italiana del Novecento tornano nelle conversazioni con la naturalezza con cui si ricordano vecchi compagni di strada: Dante e Machiavelli forse più di altri, ma anche Petrolini.
E tuttavia la vita dello scrittore non si riduce alla memoria.
Tobino continua a scrivere.
Nel 1987 pubblica una commedia, La verità viene a galla.
Il gesto della scrittura non ha per lui nulla di solenne: è una pratica quotidiana, quasi un modo di restare dentro il flusso della vita.
Colpisce, leggendo le pagine di questo diario, la fedeltà di Tobino alla concretezza delle persone.
Egli diffida delle grandi costruzioni teoriche, delle formule ideologiche che pretendono di spiegare tutto.
La sua attenzione resta sempre rivolta agli individui, alle loro storie singolari, alla fragile dignità che anche la follia può custodire.
Forse è proprio questa fedeltà all’esperienza che ha dato alla sua prosa quella limpidezza così particolare.
Tobino non cerca effetti letterari.
Racconta ciò che ha visto, ciò che ha amato, ciò che ha sofferto.
E da questa semplicità nasce una lingua che ha qualcosa di irripetibile nella letteratura italiana del Novecento.
Il diario di Antonia Guarnieri possiede la stessa qualità di discrezione.
Non costruisce un monumento allo scrittore, non tenta interpretazioni.
Si limita a seguirlo giorno dopo giorno, come si accompagna un amico nelle sue ultime stagioni.
E così, lentamente, attraverso queste annotazioni quotidiane, prende forma l’immagine di un uomo che attraversa gli ultimi anni della vita come chi percorre una casa piena di stanze.
Alcune sono ancora illuminate, altre restano chiuse da tempo.
Ma ogni tanto una porta si apre e lascia intravedere, per un attimo, una scena lontana.
Quando Tobino muore, nel dicembre del 1991, il diario si interrompe quasi senza rumore.
Non c’è enfasi, non c’è tragedia.
Solo la sensazione che si sia chiuso un tempo.
Resta però qualcosa che continua a vibrare nelle pagine di quel piccolo libro: la presenza di uno scrittore che ha dedicato la sua vita a comprendere una delle zone più misteriose dell’esperienza umana.
La follia, per Tobino, non è mai stata un oggetto da classificare.
È stata piuttosto una forma estrema della fragilità umana, un luogo in cui la dignità e la sofferenza si intrecciano in modo quasi indecifrabile.
Ed è forse per questo che, leggendo oggi quelle pagine degli ultimi anni, si ha l’impressione di avvicinarsi non soltanto alla vita di uno scrittore, ma a qualcosa di più profondo: la memoria di un mondo scomparso, e insieme la traccia delicata di un’umanità che continua a chiedere di essere ascoltata.
Antonia Guarnieri, Cinque anni con Mario Tobino (6 gennaio 1987 – 11 dicembre 1991), Fucecchio, Edizioni dell’erba, 2010.

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