USA
Comunque vada, la rivoluzione di Trump è appena iniziata
Per quanto si possano analizzare i programmi, soppesare le proposte economiche, comparare le riforme, le elezioni che tengono il mondo con il fiato sospeso hanno un solo e unico protagonista: Donald Trump. Al netto della retorica, Kamala Harris, prima di essere la prima donna presidente, la


Per quanto si possano analizzare i programmi, soppesare le proposte economiche, comparare le riforme, le elezioni che tengono il mondo con il fiato sospeso hanno un solo e unico protagonista: Donald Trump. Al netto della retorica, Kamala Harris, prima di essere la prima donna presidente, la prima persona di origini afro-indiane a sedere nello Studio Ovale, è innanzitutto colei che sconfiggerà Trump, oppure che fallirà nel tentativo. Caduto con la violenza di un meteorite sulle primarie repubblicane del 2016, quando i migliori sondaggisti gli davano il 6% di probabilità di vittoria, Trump si è dimostrato tutto tranne che un incidente della storia, o un pazzo, o un idiota, come da quasi un decennio lo sentiamo descrivere. Un pazzo idiota non riesce a sopravvivere in politica tanto tempo, non conquista per tre volte la nomination alla Casa Bianca, non prende le redini del partito dell’establishment per eccellenza tramutandolo nel partito anti-establishment. Un fanatico “mentalmente instabile”, come lo definisce Alan Friedman, non può arrivare ad un passo da diventare l’unico presidente USA nella storia moderna ad aver vinto la Casa Bianca per due volte non consecutive, dopo aver vegliato come un oscuro presagio su quattro anni di una presidenza altrui, letteralmente dettando l’agenda di un’intera ala del congresso.
Quindi, che cosa rende Trump così importante? Cosa rappresenta davvero per gli Stati Uniti d’America, per l’occidente, e per le decine di leader in giro per il mondo che si ispirano a lui?
Di certo non i programmi politici concreti, non gli atti fondamentali della sua amministrazione (di base, molto in linea con quelli del successore Biden), e nemmeno le parti più dirompenti della sua personalità, perché la sua retorica feroce, il malcelato razzismo, la violenza della sua figura e delle emozioni che è in grado di suscitare, non sono l’essenza di Trump, anche se giornalisticamente così gustosi da monopolizzare l’attenzione: Trump rappresenta la sfiducia dei popoli occidentali nei confronti dello Stato.
E’ proprio per questo che Trump riesce a far risuonare le corde dell’opinione pubblica europea, che in passato guardava alla politica americana come ad un lontano gioco di poteri pressoché omogeneo. Oggi, la figura di Trump che combatte contro gli apparati del proprio stesso Stato è estremamente vicina al nostro sentire. Al di là di destra e sinistra, ciò che scava un solco insormontabile tra un trenta-quarantenne del 2024 e la generazione dei suoi genitori, è l’importanza data al concetto di Stato. E’ quasi struggente pensare, oggi, a quanta fiducia riponessero gli odierni sessanta-settantenni, appena pochi decenni fa, nelle istituzioni, nei sindacati, nella magistratura, nei partiti.. tanto che ancora oggi ci si bagna gli occhi davanti all’ennesimo film su Berlinguer, dinanzi a quelle masse che davvero credevano nella forza data dall’unità intorno ad un’idea, seppur illusoria, ed ai loro portavoce. Oggi, i figli di quelle masse sanno che bisogna cavarsela da soli, che fidarsi dei sindacati o aspettare la manna dello stato centrale è un’utopia per falliti.
Proprio oggi, la difficoltà che il governo Meloni sta incontrando nel rimpatriare poche dozzine di immigrati irregolari è la rappresentazione plastica del problema che gli italiani (e gli europei, e gli americani) di destra e di sinistra sentono sulla loro pelle. Perché l’impotenza del governo di fronte alla magistratura in tema di immigrazione è la stessa che impedisce una vera riforma scolastica, una vera riforma fiscale, una vera riforma energetica, una vera riforma industriale, ovvero tutto ciò che il nostro paese necessita disperatamente. Gli apparati sindacali, che impediscono sistematicamente qualsiasi vera riforma dell’istruzione, lo strapotere dei Tar capaci di bloccare qualsiasi cosa (dalla centrale nucleare, al telescopio europeo, alla serie di Disney Plus su Avetrana), e gli infiniti lacci istituzionali che sembrano rendere vano qualsiasi anelito popolare sono il motivo per cui Trump non perderà anche se non vincerà la Casa Bianca. Perché, da un punto di vista puramente simbolico, il futuro è dalla sua parte. La sua missione di rottamazione degli apparati statali diventati sempre più pesanti (in un paese, tra l’altro, con una burocrazia infinitamente meno opprimente di quella italiana) è ciò che le popolazioni democratiche sentono necessaria. Ne è la prova l’inarrestabile logoramento delle sinistre europee che, al contrario, fanno dei contrappesi sovra-politici il loro ideale, e si fanno garanti dello stagnante status quo in un mondo che necessita cambiamenti radicali, al prezzo della propria estinzione.
Se i democratici conquisteranno la Casa Bianca costringendo l’intera politica a voltare pagina, ed al partito repubblicano di rigenerarsi dopo lo shock del decennio Trump, dovranno imparare la lezione ed ammettere, come già fanno a porte chiuse, che Trump ha dato voce ad una problematica fondamentale. Anche i paesi europei dovranno porsi seriamente la questione, e capire che il ridimensionamento del potere degli apparati burocratici è la missione dei decenni a venire, altrimenti Trump sarà stato solo il moderato iniziatore di un processo molto più traumatico.
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Un articolo “vecchio” ma per niente invecchiato!