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Contro i crimini della Russia la ricetta di Elly è disarmare l’Ucraina

Conflitto russo-ucraino

Contro i crimini della Russia la ricetta di Elly è disarmare l’Ucraina

Mentre un dossier da brividi, della Corte europea dei diritti dell’uomo, riportato dal Guardian, accerta che la Russia sta usando torture, stupri, esecuzioni e rapimenti come arma di guerra in Ucraina, e sentenzia che "nessun altro Stato ha mai mostrato un tale disprezzo per l'ordinamento giuridico"

Alessandro Tedesco11/07/2025Aggiornato 10/07/20255 min lettura933 parole
Prima Pagina

Mentre un dossier da brividi, della Corte europea dei diritti dell’uomo, riportato dal Guardian, accerta che la Russia sta usando torture, stupri, esecuzioni e rapimenti come arma di guerra in Ucraina, e sentenzia che “nessun altro Stato ha mai mostrato un tale disprezzo per l’ordinamento giuridico” dopo la Seconda Guerra Mondiale, a Strasburgo, nel cuore dell’Europa, una parte della sinistra italiana decide che la vittima non ha il diritto di difendersi fino in fondo.

Questa è la fotografia, cruda e desolante, dell’ultima, svolta del Partito Democratico a guida Elly Schlein. Durante il voto su una risoluzione europea per il rinnovo del sostegno a Kiev, un emendamento cruciale chiedeva di fornire all’Ucraina armi a lungo raggio, come i missili Taurus, per permetterle di colpire le “fabbriche di morte” russe in territorio russo. Di fronte a questa scelta netta, il PD si è spaccato, o meglio, si è liquefatto.

Su 21 eurodeputati, solo 5 hanno avuto il coraggio di tenere fede a una linea di coerenza atlantista ed europea, votando a favore: Pina Picierno, Giorgio Gori, Elisabetta Gualmini, Pierfrancesco Maran e Irene Tinagli. Gli altri 16, la stragrande maggioranza, hanno seguito la linea imposta dalla segretaria, votando contro. In questo “no”, si sono trovati in ottima compagnia dei pilastri del cosiddetto “campo largo”, il Movimento 5 Stelle e l’Alleanza Verdi Sinistra, anch’essi contrari.

Ma cosa significa, in concreto, questo voto? Significa, negare all’unica nazione che resta in campo il diritto di non sparire. Significa chiudere gli occhi di fronte ai missili e ai droni che ogni giorno colpiscono la popolazione civile ucraina e decidere, con un atto di astratto e colpevole pacifismo, che chi subisce l’aggressione non può permettersi di neutralizzare la fonte di quegli attacchi.

Cosa succede a un partito quando perde la sua bussola politica? Entra in una spirale dove la coerenza diventa la schizofrenia. Succede che, sullo scacchiere mediorientale, si lascia trascinare dalla propaganda più becera, fino a fare da megafono alle narrative del terrorismo di Hamas e dei suoi sponsor iraniani, condannando una democrazia che lotta per la sopravvivenza. E poi, sullo scacchiere europeo, con un funambolismo etico che ha del grottesco, si ritrova a negare a un’altra nazione invasa gli strumenti per difendersi, facendo un favore oggettivo al macellaio Putin. Non è più politica estera, è un cortocircuito ideologico.

Da un lato, si erge a giudice morale di Israele, diventando di fatto un alleato delle teocrazie più sanguinarie. Dall’altro, nello stesso momento in cui si condanna una democrazia sotto attacco, si vota in Europa per disarmare un’altra democrazia sotto assedio. È un doppio standard che non ha nulla a che fare con la pace. È la scelta deliberata di stare dalla parte sbagliata della storia.

Il voto di ieri pone una domanda agghiacciante e non più eludibile sulla natura di questa sinistra: qual è la soglia di dolore che considera accettabile per l’Ucraina? Quante altre fosse comuni, quanti altri ospedali bombardati quante città rase al suolo, quanti treni, scuole, civili inermi sono necessari sacrificare prima che il diritto di un popolo a difendersi non venga più considerato un’opzione negoziabile, ma un principio assoluto? La risposta, implicita in quel ‘no’, è un capolavoro di ipocrisia: si professa la pace, ma si finisce per proteggere l’aggressore, lasciando alla vittima l’onere di contare i propri morti.

Qui non si tratta più di sfumature politiche, ma di un vero e proprio divorzio dalla realtà. Quella che vediamo è la cronaca di un partito entrato in una spirale ideologica così profonda da aver perso ogni contatto con il mondo esterno. Il suo passato è diventato un fastidio da dimenticare, il suo futuro un’incognita sacrificabile sull’altare del consenso di un elettorato ormai sbandato, privo di una guida che abbia idee. Ma il tradimento più grande è verso i fatti: la cronaca spietata di una guerra di aggressione che questo partito ha scelto di non vedere, pur di non disturbare il sonno della propria coscienza.

È un partito che si scopre più vicino alle posizioni ambigue di Giuseppe Conte che alla storia socialdemocratica europea. Un partito che, pur di tenere insieme un’alleanza fragile e innaturale, sacrifica sull’altare della tattica politica la sua anima, è la cronaca di un suicidio morale. Un partito che, in una spirale di autolesionismo, non solo tradisce la propria storia, ma la calpesta, barattando un’eredità di pragmatismo e responsabilità con il dogma del massimalismo più sterile. Chiamarla politica quella del Partito Democratico, è ormai un eufemismo. Questa è la cronaca di un partito che sta divorando se stesso, in nome di un’ideologia che non produce soluzioni, ma solo slogan e, alla fine, una completa irrilevanza.

In un giorno solo, la linea Schlein ha mostrato il suo vero volto: un massimalismo parolaio che, nei fatti, si traduce in un aiuto concreto all’aggressore. Non fornendo all’Ucraina gli strumenti per una difesa completa, non si lavora per la pace. Si lavora per una resa. Una resa che lascerebbe un criminale di guerra impunito e la sua macelleria libera di continuare a operare. Questa non è una posizione politica. È una macchia sulla coscienza di chi l’ha sostenuta.


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