Storia, costume e cultura
Dal vino di Noè al saloon: breve storia dell’ubriachezza
Bere accompagna l’umanità da sempre: rito sociale, evasione, disordine, consolazione e minaccia. Dalla Bibbia al gin londinese, dal saloon del West al proibizionismo americano, l’alcol attraversa la storia come una forza ambigua: unisce, rovina, libera e disciplina. Nella Fattoria di George Orwell gli animali si ribellano



Bere accompagna l’umanità da sempre: rito sociale, evasione, disordine, consolazione e minaccia. Dalla Bibbia al gin londinese, dal saloon del West al proibizionismo americano, l’alcol attraversa la storia come una forza ambigua: unisce, rovina, libera e disciplina.
Nella Fattoria di George Orwell gli animali si ribellano perché il signor Jones, il fattore, era un ubriacone. Nel finale, sbirciando dalla finestra, vedono i maiali che bevono birra: in quell’istante si rendono conto che i suini sono diventati umani.
E in qualsiasi luogo o epoca gli esseri umani abbiano vissuto, si sono sempre riuniti per bere. Beviamo per sconfiggere la solitudine della sobrietà. Beviamo per passare da uno stato emotivo ad un altro.
Beviamo per suggellare il termine della giornata di lavoro o, come fanno membri della tribù etiope dei suri, per fissare il suo inizio. Beviamo ai battesimi, ai matrimoni, ai compleanni e ai funerali.
E, ogni volta, bere significa che il vecchio ordine delle cose è sparito e che un ordine nuovo, magari un po’ barcollante, è in arrivo.
Si beve, beninteso, anche per evasione. Ogni società è un edificio di regole e, indipendentemente da quanto siano ragionevoli e giuste, di tanto in tanto abbiamo bisogno di infrangerle. Ciò forse rende l’umanità inaffidabile, ma anche magnifica.
Secondo il filosofo americano William James, “la sobrietà sminuisce, distingue e dice no; l’ubriachezza espande, unisce e dice sì”.
Certo, l’ubriachezza è una montagna di contraddizioni perché dice sì a tutto. A volte è istigatrice di violenze e a volte di pace. Ci fa cantare e ci fa dormire. È stata la fortuna dei potenti e la loro rovina.
È conforto degli umili e segnale di disperazione. Per i governi, è scintilla di rivolte e fonte di guadagno. È un’affermazione di virilità ed è privazione della virilità. È uno strumento di seduzione e un’allegra matrona.
L’ubriachezza è piaga e assassinio, ma anche un dono degli dèi. Ecco perché è sempre esistita.
Le sue tracce si perdono nella notte dei tempi. Il primo alcolico di cui abbiamo assoluta certezza fu rinvenuto in Cina a Jiahu, e risale a circa settemila anni prima della venuta di Cristo.
Nella Bibbia, Noè semina un vigneto e l’Antico Testamento è sorprendentemente permissivo nei confronti dell’ubriachezza. Lo stesso rito centrale del primo cristianesimo ruotava attorno al bere comunitario.
Gesù beve vino e nell’Ultima cena ordina ai suoi discepoli di bere. Un sorso che cambierà la storia del mondo.
Facciamo un salto di circa diciassette secoli. Madame Geneva non ha nulla a che vedere con la città di Ginevra. Era, invece, la dea britannica del gin. Il suo nome deriva dal termine francese “genèvre”, che significa ginepro.
Era un’amante della mondanità e allo stesso tempo un’icona femminista, considerata “con la massima stima dalle appartenenti al gentil sesso, che la accoglievano nei loro privati appartamenti, sempre disponibile a distribuire sollievo alle numerose delusioni e afflizioni che malauguratamente tormentano quella tenera parte della creazione”.
Così recita un passo della mitica Vita di Madre Gin.
Pur redatta nella prima metà del Settecento, curiosamente non menziona quella vera e propria rivoluzione dei costumi che permise alle donne di bere insieme agli uomini nelle bettole londinesi.
Il gin si diffuse in Inghilterra quando l’olandese Guglielmo d’Orange salì sul trono (1688). Nel 1729 venne promulgato il primo Gin Act, che regolamentava e tassava il liquore nel tentativo di arginarne l’abuso, accusato di essere causa di miseria, prostituzione, pazzia e crimini orrendi.
Il viceciambellano Lord Hervey lamentava che “la tendenza alla sbronza della gente comune è universale, l’intera città di Londra brulicava di ubriaconi da mattina a sera”.
Originariamente, le colonie nordamericane non erano altro che semplici succursali della cultura alcolica europea e, dunque, gravitavano intorno alla birra. Un barile di birra pesava però molto più di un barile di liquore.
Per questo un colono che partiva verso l’Ovest ignoto preferiva portare sul suo carro una botte di whisky, molto più leggera e capace di offrire sbronze più lunghe e sostanziose.
Hollywood ama rappresentare il “selvaggio West” come un mondo popolato da sbandati, perlopiù indigenti. Al contrario, a ogni boom economico — minerario, delle pellicce, del bestiame — corrispondeva un boom dell’occupazione, con paghe almeno doppie a quelle della costa orientale.
La mobilità della manodopera era naturalmente forsennata, e creava un enorme indotto di baristi più o meno improvvisati.
Il primo saloon ad essere chiamato con questo nome fu il Brown Hole nell’omonima cittadina dello Utah (1822). Solo che era ben lontano dall’immagine che ci è stata tramandata dai film western.
Era infatti una tenda, con dentro due barili su cui era poggiata una tavola di legno che funzionava da bancone. Di queste tende-saloon ne sorsero a migliaia nei decenni successivi, ubicate nei pressi dei villaggi che nascevano come funghi.
Bastavano pochi galloni di whisky e qualche metro di tela per arricchirsi. Ma da chi erano frequentati? Non dalle donne “rispettabili”, che non vi mettevano mai piede. Da uomini, e solo da uomini.
Bianchi, in prevalenza. I neri potevano essere tollerati. I nativi erano banditi per legge. Tuttavia, gli unici che non erano mai benvenuti erano i cinesi, di solito impiegati come manovali dalle compagnie ferroviarie. Una bizzarria inspiegabile.
Nel West era radicata l’idea che gli uomini spendessero l’intero salario nel saloon e che, ciucchi e senza un soldo, tornati a casa picchiassero le mogli.
Dopo La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe (1852), Ten Nights in a Bar-room and What I Saw There di Arthur Timothy Shay (1854) è stato il volume più venduto della sua epoca.
L’autore descrive il saloon come un inferno, in cui gli avventori bruciano nel fuoco della violenza e dell’alcolismo.
Il risultato fu un grande risveglio politico delle donne. Nel 1890 fondarono l’Anti-Saloon League, invocando con forza il proibizionismo.
Il movimento proibizionista non era conservatore. Non era contro l’alcol in quanto tale. Era contro il saloon, che partoriva comportamenti brutali e distruttivi del nucleo familiare.
Introdotto nel 1920, non impedì tuttavia alle donne di frequentare gli “speakeasy” (letteralmente, “parlare con tranquillità”), locali di una certa eleganza in cui si poteva brindare con qualche cocktail.
Il proibizionismo fu abrogato nel 1933 non perché la gente voleva farsi un bicchiere, ma perché voleva lavorare. Con il grande crollo del 1929, l’economia statunitense non poteva più concedersi il lusso di cancellare industrie ad alta intensità di lavoro.
In ogni caso, il saloon scomparve. L’abrogazione legalizzò gli “speakeasy” e i ristoranti che servivano vino.
Il proibizionismo aveva vinto, ma il nettare degli dèi ancora una volta non aveva perso.
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