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E se ci aspettassimo troppo dalla scuola?

Aula scolastica vuota con banchi e sedie ordinati

Società moderna

E se ci aspettassimo troppo dalla scuola?

Le nuove Indicazioni Nazionali per le scuole del primo ciclo, diffuse in questi giorni dal ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, hanno generato, com'era prevedibile, una mole di reazioni difficile da riassumere. Giudizi positivi si sono alternati a nette stroncature, per non parlare poi dei

Aula scolastica vuota con banchi e sedie ordinati
Alfonso Lanzieri17/01/2025Aggiornato 07/05/20255 min lettura1.004 parole

Le nuove Indicazioni Nazionali per le scuole del primo ciclo, diffuse in questi giorni dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, hanno generato, com’era prevedibile, una mole di reazioni difficile da riassumere. Giudizi positivi si sono alternati a nette stroncature, per non parlare poi dei commenti sul latino alle medie (facoltativo), tema capace di creare una vera e propria guerra di religione.

Non è mia intenzione contribuire a questo dibattito. Non per boria da (finto) intellettuale indifferente alla cronaca, ma perché credo davvero di non aver nulla di interessante da dire sul latino o sulla storia: lo spettro dei diversi punti di vista è già ampiamente occupato. Al massimo, leggo e ascolto un po’ tutti per trovare qualcuno che mi dica come la penso.

Quello che mi colpisce ha a che fare con un livello che precede la questione qui posta. A me sembra – ecco il punto – che sulla scuola probabilmente ci sia un eccesso di aspettative, tradito sia dalla foga che dal tipo di discussioni. A questo punto, e con buonissime ragioni, mi si potrebbe rimproverare malamente: scuola e università sono elementi fondamentali della spina dorsale di una democrazia che funziona e prospera, su queste dovremmo concentrare le nostre migliori risorse umane e finanziarie. È ovvio che ci si debba aspettare tanto da loro, è naturale che si dibatta molto. Ora, nessuno può mettere in discussione tali concetti. Proprio per questo, però, cioè proprio per la loro banale verità, dovrebbe nascere il sospetto che da soli non bastano e che serve scavare un po’. Quando siamo tutti d’accordo è l’ora di cominciare il dialogo, non quella di finirlo.

Ciò che vorrei dire, allora, è che uno dei rischi in cui, a mio avviso, talvolta cadiamo tutti, è quello di attribuire poteri taumaturgici al sistema d’istruzione. L’idea sottesa a certi discorsi che attraversano il cosiddetto ceto medio riflessivo, è che se proprio riusciamo a studiare il migliore percorso educativo possibile, se proprio ci impegniamo a mettere tutti i tasselli al posto giusto, inevitabilmente il successo formativo, come si dice, sarà assicurato. È un’idea questa – forse non proprio un’idea, direi più un atmosfera – che si può vedere in azione anche in una percentuale abbastanza alta di genitori, che davanti a un insuccesso scolastico dei figli si accusano oltremodo di negligenza, cercando spasmodicamente una colpa, una imperfezione, un’antica mancanza sepolta nelle memorie familiari che può, anzi che deve spiegare le difficoltà presenti dei figli.

Questo pseudo determinismo traslato dalle scienze naturali al sentimento popolare, potrebbe avere ragioni storiche complesse. In fondo è da molti secoli che la nostra cultura, per quanto riguarda il male, ha modificato il focus: da realtà misteriosa accucciata in fondo al cuore dell’uomo nell’era cristiana, nella modernità il male è spostato piuttosto “là fuori”, nelle complesse architetture sociali (non per questo prive di presa psicologica) che sostengono l’io decurtandone però una quota di spontaneità.

Naturalmente il mio è un dualismo rozzo, che avrebbe bisogno di una lunga serie di precisazioni, ridimensionamenti, parentesi. Eppure credo basti, in questa sede, per dare l’idea della direzione collettiva del nostro sguardo. Forse è per questo motivo che il giustissimo tentativo di inquadrare i fatti di cronaca (nera e non solo) anche all’interno di un preciso orizzonte culturale che può averli favoriti come brodo di coltura, in qualche caso si trasforma – sempre nel discorso popolar-giornalistico, gli esperti sono più cauti – in una avventata sociologia dell’evento singolare, che rovescia meccanicamente sul generale l’ombra del particolare, pretendendo ogni volta un rito di espiazione pubblica che sostituisce quello della conoscenza pubblica, assai più faticosa, lenta, incerta, insicura, inevitabilmente dispersiva.

Tale rito purificatore finisce, puntualmente, con la richiesta di un’ora di questa o di quella materia nel curriculum scolastico: l’ora di educazione affettiva, l’ora di educazione finanziaria, l’ora di educazione sanitaria, l’ora di cinese e così via.

Con ciò, naturalmente, non si vuole dire – giova chiarirlo – che la scuola non debba giocare un ruolo centrale nella crescita intellettuale, affettiva e civile delle giovani generazioni: a scuola non va solo il cervello ma la persona tutta intera. Dobbiamo tutti farla migliore la scuola, in ogni suo aspetto, anche prevedendo corsi su affettività o gestione finanziaria se necessario, non ho alcun preconcetto su questo. Bisogna però altresì ricordarsi che ogni persona è un’eccedenza di pulsioni, bisogni e desideri rispetto alle formazioni sociali in cui è inserita, qualsiasi esse siano.

Non si tratta di individualismo, anzi: più le relazioni che viviamo sono autentiche e profonde, più ci accorgiamo che esse ci rimandano alla nostra originalità, svelando con ciò che senza l’altro io non posso diventare me stesso. È una dinamica di libertà. Questo fa di ogni persona una ricchezza indicibile e, nello stesso tempo, bisogna dirlo, un rischio tremendo.

Se tale presupposto, che vorrei chiamare “la riserva escatologica” sulla persona, non viene rimosso, a mio avviso saremo capaci di aspettarci il giusto dalla scuola (e da università, famiglia, associazioni, partiti, chiese ecc.) senza schiacciarle sotto il peso di aspettative che non potranno mai soddisfare. Forse saremo capaci di una competizione tra diverse idee di scuola meno anchilosata e ideologica di quella attuale, perché la formula per “l’uomo nuovo” nessuno ce l’ha, dal momento che non esiste.

E magari, infine, potremmo distribuirlo un po’ meglio il peso delle aspettative. In una società complessa, c’è un’interdipendenza tra diversi sistemi. Nessun organismo può sopravvivere se troppi organi sono compromessi, anche se quello su cui ci concentriamo, in sé stesso, sta benissimo.



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