Storia, costume e cultura
Esiste ancora una questione altoatesina?
Da nove anni trascorro le vacanze estive (appena terminate) in una nota località della Val Pusteria. Lì ho conosciuto italiani che credono di sapere dell’Alto Adige quanto basta, mentre ne sanno poco e, forse, ne hanno sempre capito poco. Ci passano quando devono andare a Innsbruck o


Da nove anni trascorro le vacanze estive (appena terminate) in una nota località della Val Pusteria. Lì ho conosciuto italiani che credono di sapere dell’Alto Adige quanto basta, mentre ne sanno poco e, forse, ne hanno sempre capito poco. Ci passano quando devono andare a Innsbruck o in Germania, ci vengono d’inverno per sciare o d’estate per una passeggiata in montagna, in un ambiente che sembra fatto apposta per il riposo del corpo e l’igiene della mente.
Ne ammirano l’ordine, la pulizia, l’efficienza dei servizi sanitari e alberghieri; e a molti di loro sembra impossibile che paesaggi così tranquilli siano stati teatro di conflitti drammatici, i quali hanno svelato all’Europa l’esistenza di una questione altoatesina.
La sua data di nascita è il 10 settembre 1919, quando le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale firmano a Saint-Germaine-en-Laye il trattato che stabiliva la ripartizione del dissolto impero austro-ungarico, tra cui l’annessione di Trento e Bolzano al nostro paese.
Appena tre anni dopo inizia il “ventennio della follia”. Il 2 ottobre 1922 arrivano a Bolzano alcuni camion di “camicie nere” che incominciano a insegnare l’idioma di Dante agli “alloglotti” -come venivano chiamati dai fascisti- con la didattica dei manganelli e dell’olio di ricino. È il primo capitolo di una italianizzazione coatta costellata di dolorose divisioni.
Quando nel maggio 1945 entra in scena la Südtiroler Volkspartei (Svp), il neopartito rivendica il diritto all’autodeterminazione dei tirolesi e si schiera con l’Austria nella richiesta di un referendum popolare per poterlo esercitare. Ormai c’erano gli italiani, in Sudtirolo/Alto Adige; e c’era quel personaggio invisibile, l’odio, capace di riempire le valli e di scalare le Dolomiti.
Gli anni Cinquanta furono quelli dell’offensiva autonomista della Svp di Silvius Magnago, all’insegna dello slogan “Los von Trient” (Via da Trento). Furono gli anni della “stagione delle bombe”, seguita a metà degli anni Sessanta dalla “stagione dei mitra” in cui persero la vita guardie di finanza, carabinieri, militari.
Dopo molti sforzi durati un decennio, il 20 gennaio 1972 entra in vigore il nuovo Statuto di autonomia. Ma solo nel 1976 vengono emanate le norme attuative su due temi cruciali: la proporzionale etnica nel pubblico impiego e il bilinguismo.
Quando furono applicate in modo rigoroso le due norme-chiave dello Statuto di autonomia, i nostri connazionali si sentirono franare il terreno sotto i piedi. I sudtirolesi avevano il commercio, l’agricoltura e il turismo. Gli italiani avevano il pubblico impiego prima che la proporzionale etnica glielo togliesse, e il lavoro nelle fabbriche prima che le fabbriche cominciassero a chiudere a causa della crisi economica.
Credevano che quei posti di lavoro non fossero un privilegio, ma fossero dovuti. Né si erano mai chiesti perché i sudtirolesi parlassero l’italiano mentre nessuno di loro, o quasi, parlava il tedesco.
Solo nel 1992 si chiuderà il trentennale contenzioso diplomatico con l’Austria, che Bruno Kreysky aveva addirittura portato sui banchi dell’Onu. Con una “dichiarazione liberatoria”, il governo di Vienna accettava le misure approvate dal dicastero Andreotti per la tutela delle genti altoatesine.
Dopo aver conquistato l’autonomia, la provincia di Bolzano ha avuto tre presidenti. Il primo, Silvius Magnago (1914-2010), ne è stato il padre. La sua storia personale coincide con la storia del Sudtirolo. Come tanti altri giovani della sua generazione, nel 1939 scelse la Germania di Hitler. Ferito sul fronte russo, perse una gamba.
Nel dopoguerra fu un tenace assertore del distacco da Trento. Era letteralmente ossessionato dall’idea che cinquantasei milioni di italiani potessero assimilare e assorbire cinquecentomila altoatesini.
Il secondo presidente, Luis Durnwalder (nato nel 1941), apparteneva alla generazione più aperta alle ragioni del dialogo. Il terzo, Arno Kompatscher (nato nel 1971), si è insediato nel gennaio del 2014.
Quando il Parlamento di Vienna approvò nel 2019 la concessione della cittadinanza austriaca agli altoatesini di lingua tedesca, si affrettò a precisare che quel voto non implicava progetti di secessione, ma era solo l’espressione simbolica di una “rapporto sentimentale” con quella che una volta era la madrepatria. Sarà vero? Il futuro, dicevano gli antichi, è nel grembo di Giove. Solo lui può conoscerlo.
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Grazie a Paolo (il libro di Vassalli è molto bello)
E grazie a Barbara per le sue riflessioni interessanti.
Ci ho vissuto per 40 anni, e il contesto lo conosco molto bene. Conosco le spaventose ingiustizie perpetrate dal fascismo, le scuole-catacomba per poter parlare la propria lingua, l’italianizzazione forzata, le fabbriche inquinanti che hanno dato lavoro soprattutto agli italiani, l’oppressione, le persecuzioni ecc. Però ho anche qualcosa da aggiungere, che chi non ci vive difficilmente sa. Per esempio che i disastri della proporzionale non hanno colpito solo gli italiani: ad un certo momento il primario di chirurgia dell’ospedale di Brunico è andato in pensione; c’era un ottimo chirurgo con grandi capacità organizzative, ma non lo poteva sostituire perché quel chirurgo era italiano e quello specifico primariato toccava a un tedesco. Risultato, la chirurgia di Brunico è rimasta per parecchi anni senza primario. E l’odio anti italiano sostanzialmente materia di studio nelle scuole in lingua tedesca, per esempio con film, spacciati per storici, che avevano ben poco da invidiare alla propaganda antisemita di Goebbels. Io, come tutti i colleghi insegnanti di italiano nella scuola tedesca l’ho vissuto sulla mia pelle per 36 anni, fino al 2012. I soldi del “pacchetto” distribuiti prevalentemente ai cittadini di lingua tedesca. La città – ma anche tutte le altre, immagino – interamente bloccata per ore da non riuscire a passare neanche a piedi per celebrare una importante festività “della nostra amatissima madrepatria Austria”. La festa di laurea (in matematica) di una collega amica e il vescovo che tiene un discorso in cui esalta questa materia “talmente universale che ci si devono trovare d’accordo perfino gli italiani”. Non un qualche anonimo parroco di campagna: il vescovo. Eccetera.
Pochissimi italiani, anche fra quelli che frequentano il Sudtirolo, hanno un’idea della complessità di quel contesto.
Consiglio la lettura di Sebastiano Vassalli, “Il confine: I cento anni del Sudtirolo in Italia”, Rizzoli