Regno Unito
Fronde, sondaggi e instabilità: il tempo corto della politica
La sconfitta alle elezioni locali era prevista, e anche la rivolta interna che ne segue. Il copione Labour è lo stesso dei Tories: grandi partiti incapaci di tenere unite fazioni troppo distanti, in un clima fomentato da spin mediatici il cui scopo è dividere. La vera




La sconfitta alle elezioni locali era prevista, e anche la rivolta interna che ne segue. Il copione Labour è lo stesso dei Tories: grandi partiti incapaci di tenere unite fazioni troppo distanti, in un clima fomentato da spin mediatici il cui scopo è dividere. La vera posta non è Starmer ma il controllo dell’anima del partito. Viviamo nell’epoca della politica dell’usa e getta, dove se qualcosa non funziona non si corregge: si sostituisce. Dove tutto si traduce in visioni individualiste e settarie dove non si cercano compromessi ma la supremazia.
Era inevitabile che la sconfitta alle elezioni locali avrebbe portato con sé venti di rivolta in campo Labour, con le fronde pronte a partire a conteggi conclusi.
Fin qui, dunque, tutto secondo copione, con il collaudato schema di destabilizzazioni interne inaugurato dai Conservatori: dalla defenestrazione di Theresa May, poi di Boris Johnson, fino alla tragicommedia lampo di Liz Truss, per finire con le sfide quotidiane con cui i deputati logorarono Rishi Sunak settimana dopo settimana.
Grandi partiti incapaci di tenere unite fazioni troppo distanti per stare sotto lo stesso cappello, troppo diverse per condividere lo stesso programma. Il tutto fomentato da spin mediatici il cui scopo è proprio quello: polarizzare, estremizzare, procedere per quel sempreverde divide et impera che nella politica britannica ha trovato, negli ultimi anni, un terreno insolitamente fertile.
Il Labour voleva essere diverso, ma è caduto nella stessa trappola: quella del circo da social media, dove la politica si misura in cicli di ventiquattro ore e ogni decisione impopolare diventa virale prima ancora di dispiegare i suoi effetti.
Il bandwagon populista non ha colore: chiede a tutti il medesimo pedaggio, quello di fare politica con l’occhio fisso sull’indice di gradimento, inseguendo l’umore dell’elettorato invece di provare a formarlo.
E così si è scagliato contro Keir Starmer che, con tutti i suoi limiti, rappresenta quasi l’opposto di quella logica: un politico poco carismatico, forse, ma profondamente ostile alla politica dei sondaggi e dell’algoritmo, più interessato a portare avanti un programma che a inseguire l’applauso del momento. Decisamente demodé.
La sfida per la successione è dunque già aperta. Da un lato c’è la destra Labour, con Wes Streeting al comando, che dal ministero della Salute ha reclutato più degli 81 deputati necessari per sfidare la leadership tramite la deputata Catherine West.
Ma lei, si scopre presto, era solo la “lepre”, pronta a far partire gli altri per poi ritirarsi dalla corsa: deputati e perfino dieci ministri, tutti intenzionati a muoversi in tempi rapidissimi, cogliendo di sorpresa i rivali, primo tra tutti Andy Burnham, il sindaco di Manchester, che non può ancora candidarsi perché non è un parlamentare.
Dall’altro lato c’è proprio Burnham, i cui sostenitori stanno lavorando per riportarlo a Westminster. Dietro di lui, in quello che si profila come un triumvirato della sinistra del Labour, ci sono Ed Miliband e Angela Rayner.
La posta, dunque, è più alta di una resa dei conti con Starmer: è uno scontro tra due anime del Labour: la destra blairiana, che vuole insediare Streeting prima che la finestra si chiuda, e la sinistra, che ha bisogno di tempo per portare il suo candidato in Parlamento. Starmer è solo il campo di battaglia: non il protagonista, ma il pretesto.
E lui, naturalmente, non ci sta, e la sua resistenza non è solo istinto di sopravvivenza. C’è un argomento di sostanza, dietro il rifiuto di farsi da parte: quello del mandato elettorale.
Nel luglio del 2024, i britannici hanno votato, e hanno scelto. Sostituire un primo ministro in carica sulla base dei sondaggi della settimana significa scavalcare quella scelta, consegnare le chiavi di Downing Street non agli elettori ma al ciclo mediatico: all’umore di un lunedì mattina, a un titolo di giornale, a una curva che sale o scende di qualche punto.
È esattamente il vizio che Starmer ha sempre detto di voler correggere: quella politica corta, reattiva, che governa guardando il termometro invece di alzare lo sguardo. Cedere adesso significherebbe dargli ragione, e darla proprio a chi quel circo lo alimenta. Non è detto che basti a salvarlo. Ma è, almeno, una posizione coerente.
Perché, intendiamoci, la sconfitta elettorale è un pretesto. In UK, per un partito di governo perdere le elezioni locali non è l’eccezione: è la norma. Nel 1995, John Major perse oltre duemila seggi nelle amministrative, si sottopose a una sfida interna, la vinse, e rimase a Downing Street.
Nel 1986, Margaret Thatcher ne perse oltre mille, ma non si dimise fino al 1990, dopo aver vinto altre elezioni politiche. Anche Tony Blair ebbe le sue batoste amministrative e le sopravvisse tutte.
I numeri, dunque, raccontano una convenzione: quella per cui il governo paga alle urne locali il prezzo dell’impopolarità che accompagna le decisioni difficili.
Esiste poi un’altra realtà che contraddice la narrazione secondo cui Reform UK starebbe conquistando il Paese. Sul piano parlamentare, il partito di Farage conta appena 6 deputati.
A livello locale, dopo due tornate elettorali considerate trionfali, Reform è riuscito a conquistare solo 14 comuni, contro i 154 del Labour. A questo ritmo, occorrerebbero decenni di vittorie trionfali per scalfire i laburisti.
Il radicamento territoriale di Reform resta esiguo. I sondaggi non vanno ignorati, ma non sono processi irreversibili. Mancano tre anni alle politiche. Il panico, o pensare che la soluzione sia un cambio di leadership, è una reazione di pancia, non di testa.
Starmer resiste, e non è la prima volta. Da quando, nel 2020, vinse la guida del Labour ereditando un partito devastato dalla stagione di Corbyn, non ha fatto altro che navigare tra fronde interne, accuse di tradimento e pressioni costanti a piegarsi agli umori della base.
Ha riportato il partito al governo con una maggioranza storica. E, seppure tra errori, ha continuato a seguire una linea precisa invece di adattarsi al consenso del momento.
Anche perché la frattura interna al Labour oggi è profonda. Da una parte c’è una sinistra che vuole difendere l’identità storica del partito e vede in Starmer un leader troppo spostato a destra, quasi un corpo estraneo ai valori laburisti.
Dall’altra c’è l’ala blairiana, incarnata da figure come Wes Streeting, la cui sensibilità appare spesso più vicina ai Tories che alla base tradizionale del Labour e che considera Starmer ancora troppo cauto e conciliatorio nei confronti della sinistra interna.
Lui si ritrova nel mezzo, chiamato a unificare due anime che, però, non cercano davvero un compromesso, bensì la supremazia.
Ed è proprio per questo che oggi una svolta ancora più a destra sul modello di Wes Streeting sarebbe probabilmente la cosa peggiore che possa capitare al Labour. Quella linea è stata utile nel 2024 per riconquistare l’elettorato moderato e presentarsi come forza di governo credibile dopo gli anni di Corbyn.
Ma il clima politico è cambiato: l’elettorato non si sta più ricompattando al centro, bensì polarizzandosi.
In questo contesto, spostare ulteriormente il Labour verso posizioni blairiane rischierebbe di rivelarsi suicida. Non fermerebbe l’ascesa della destra populista, ma aggraverebbe l’emorragia a sinistra verso i Verdi, che è il vero problema strutturale del partito.
Perché ogni voto progressista perso ai Greens in un collegio marginale finisce per consegnare spazio a Reform UK. È il paradosso che una parte del Labour sembra non voler vedere: inseguendo il centro a tutti i costi, il partito rischia di svuotare la propria base senza nemmeno riuscire a contenere l’avanzata della destra.
La visione di una sinistra moderata ma fortemente europeista, aperta a una riforma elettorale proporzionale e capace di recuperare un’identità progressista senza ricadere nel massimalismo corbynista, oggi ha un nome abbastanza chiaro: Andy Burnham.
Ma anche se quella potrebbe essere, nel lungo periodo, la direzione più sensata per il Labour, al momento non è una strada praticabile. Burnham non siede nemmeno ai Comuni, e aprire ora una guerra di successione significa soltanto destabilizzare il partito appena tornato al governo.
Soprattutto, sta dando al Paese l’immagine di un Labour litigioso, incapace di governare se stesso, esattamente come i Tories degli ultimi anni. E dopo aver passato sei anni a costruire la propria credibilità sull’idea di stabilità e disciplina, è un gioco che non vale la candela.
In tutto questo emerge un tratto quasi ricorrente del Labour: una forma di autolesionismo, in cui l’emotività del basso indice di gradimento di Starmer finisce per dettare il ritmo del dibattito interno più della realtà dei numeri e degli equilibri elettorali.
Il partito si concentra sul rumore del presente, sulle tensioni di breve periodo, e perde di vista il quadro generale: un governo appena conquistato, un elettorato frammentato, un sistema politico sempre più polarizzato e una serie di sfide internazionali.
In questa dinamica, la leadership viene giudicata come se fosse già in campagna permanente, e ogni difficoltà diventa una prova di debolezza strutturale.
Il risultato è una difficoltà cronica nel vedere the big picture: consolidare la credibilità e impedire che il voto progressista si disperda. Eppure, proprio quella tenuta di fondo è ciò che, in questo momento, dovrebbe avere più valore di qualsiasi sondaggio settimanale.
C’è qualcosa di più profondo, in questa crisi, che trascende la politica britannica e appartiene al tempo. Viviamo nell’epoca dell’usa e getta applicato alle idee, alle istituzioni, alle persone: se qualcosa non funziona, non si corregge, si sostituisce.
La pazienza è diventata una virtù antiquata, la correzione di rotta un segno di debolezza, il lavoro di squadra un’ingenuità da principianti. Quello che resta è un individualismo feroce o, nella sua variante collettiva, un settarismo che non costruisce ma demolisce, che non cerca la sintesi ma pretende la resa.
Le correnti del Labour che oggi si combattono su Starmer non stanno discutendo di programma, di visione, di Paese: stanno combattendo per il controllo, ciascuna convinta che la propria vittoria interna valga più della tenuta del governo.
È la politica ridotta a gioco a somma zero, dove ogni avversario da battere è prima di tutto un alleato da distruggere.
Non si tratta davvero di avere o non avere fiducia in Starmer, di apprezzarlo o meno. La questione è più profonda: che tipo di Paese si vuole costruire?
Si vuole davvero un sistema politico che arrivi al sesto primo ministro in dieci anni? Un partito che, appena tornato al governo, inizi a replicare le stesse dinamiche di instabilità che hanno logorato i Conservatori e che l’elettorato ha duramente punito?
Perché il punto non è la singola leadership, ma la capacità di dare continuità e credibilità a un progetto di governo.
Se ogni difficoltà diventa un pretesto per rimettere tutto in discussione, il rischio è di trasformare il Labour in una copia esatta di ciò che ha criticato per anni: un partito consumato dalle lotte interne, incapace di stabilità, percepito come inaffidabile proprio nel momento in cui dovrebbe incarnare l’alternativa a quella stagione.
La storia che il Labour racconta di sé — di serietà, di competenza, di governo adulto — non sopravvive a un secondo cambio di leader in corsa. Sopravvive solo se qualcuno, da qualche parte, trova il coraggio di lavorare “con” invece che “contro”.
Non sappiamo se Starmer sopravvivrà alle lotte intestine, ma è chiaro che combatterà per portare a termine il suo mandato. E, soprattutto, che la vera posta in gioco non è lui in sé, ma la possibilità per il Labour (e per tutta la politica britannica) di dimostrare di essere qualcosa di più di una somma di correnti in conflitto.
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