Israele
Giuliano Ferrara è un amico d’Israele ma questa volta non sono d’accordo con lui
Giuliano Ferrara è un amico di Israele. È stato vicino a Israele quando i nazisti di Gaza lo sventravano, il 7 ottobre, ed è stato vicino a Israele durante la lunga guerra di Gaza. Lo ha fatto in coerente esecuzione di un discorso che aveva tenuto


Giuliano Ferrara è un amico di Israele. È stato vicino a Israele quando i nazisti di Gaza lo sventravano, il 7 ottobre, ed è stato vicino a Israele durante la lunga guerra di Gaza. Lo ha fatto in coerente esecuzione di un discorso che aveva tenuto parlando a una manifestazione romana organizzata – credo proprio dal suo giornale, Il Foglio – a pochi giorni dai massacri del 7 ottobre.
Giuliano Ferrara in quell’occasione aveva detto che occorreva liberare i palestinesi di Gaza dai predoni di Hamas; aveva detto che sarebbe stato necessario e giusto farlo anche con i carri armati, anche con le bombe. E lo aveva detto dopo aver osservato giustamente che era facile, sentimentalmente immediato, essere vicini a Israele in quei momenti, quando ancora era fresca la memoria dei massacri del 7 ottobre, ma che sarebbe stato difficile ma doveroso essere vicini a Israele di lì in poi, cioè quando Israele si apprestava a difendersi e a reagire.
Giuliano Ferrara ha dunque le carte in regola; uno dei pochi.
Per questo devo dire che mi sorprende, e forse un po’ mi dispiace, ciò che Giuliano Ferrara scrive in un suo articolo di ieri pubblicato sul Foglio. E non dico che mi sorprende e un po’ mi dispiace perché non sono d’accordo con quello che scrive: dico che mi sorprende e mi dispiace perché temo che si tratti di incomprensione. Di mancanza di intelligenza delle cose.
Scrive Giuliano Ferrara: “Il paradosso di Netanyahu è questo: ha predicato di voler cambiare la mappa politica della regione e dei suoi poteri con una guerra difensiva e dissuasiva che ha ottenuto risultati enormi, ha pensato di poter superare lo schema dei due stati, nel tempo divenuto una trappola propagandistica, con gli accordi detti di Abramo, ma ora che l’obiettivo si avvicina… non riesce a riproporre altro che la continuazione della guerra a tempo indeterminato”.
E prosegue e conclude: “Ciò che era una tragica necessità quando in tutto il mondo i soloni della geopolitica consigliavano a Israele di astenersi dal combattere per la propria difesa, ora rischia di diventare una scelta, e per di più con l’apparenza, fino a prova contraria, di una scelta strategicamente cieca”.
Ecco: due errori, a mio umilissimo giudizio, affliggono la rappresentazione in cui si esercita Giuliano Ferrara. Il primo errore è quello per cui la guerra di Gaza a suo tempo non sarebbe stata una scelta ma una necessità, e che sia diventata una scelta ora; oltretutto – dice Ferrara – una scelta strategicamente cieca fino a prova contraria.
Non è così. Gli israeliani hanno deciso di voler combattere quella guerra alle condizioni poste da Hamas e al prezzo imposto da Hamas; hanno deciso di voler combattere non la propria guerra ma la guerra di Hamas, cioè la guerra che nei progetti di Hamas supponeva, richiedeva la distruzione di Gaza e l’esposizione dei civili di Gaza alla violenza di una guerra nel campo di battaglia preparato da Hamas.
E gli israeliani hanno deciso di voler combattere quella guerra, che non era la loro guerra, dopo aver visto le immagini dei miliziani e dei civili palestinesi che bevevano bibite prese dalle dispense dei kibbutz allagati di sangue, dopo aver sparato in faccia ai genitori davanti ai bambini che poi avrebbero bruciato vivi.
Vedendo quelle immagini gli israeliani non hanno deciso di “dover” combattere la guerra preparata da Hamas: hanno deciso di “volerla” combattere e di vincerla alle condizioni e al prezzo imposti da Hamas.
Il secondo errore che a mio giudizio commette Giuliano Ferrara riguarda la sottovalutazione di ciò che è successo più recentemente, e sono altre immagini a spiegarlo. Sono le immagini di qualche settimana fa, le immagini degli ostaggi liberati come larve o restituiti nelle bare; le immagini dei palestinesi che festeggiavano e cantavano vittoria sulle bare di due bambini strangolati.
Ecco, in quel momento e su quelle immagini la continuazione della guerra è diventata per gli israeliani una necessità. Lì gli israeliani hanno “sentito” che era una necessità continuarla. Lì gli israeliani hanno capito che ogni concessione, ogni residuo di potere, ogni margine di persistenza di Hamas sarebbe stato usato per uccidere i bambini israeliani.
Da quel momento continuare la guerra non era per gli israeliani una scelta strategicamente cieca: era per gli israeliani una necessità determinata da una visione chiarissima, e cioè la visione dei nazisti di Gaza ancora capaci di uccidere i bambini israeliani e, soprattutto, ancora pronti a farlo.
La cosa di cui si può discutere è se sia giusto che Israele si arrenda a quella prospettiva. Ma è indiscutibile che se non vuole arrendervisi deve necessariamente continuare la guerra. Può scegliere, questo sì, di rimanere esposto a quel pericolo. Ma ha necessità di continuare la guerra se non vuole rimanervi esposto.
Mi sembra che questo non sia chiaro a Giuliano Ferrara.
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Credo che Giuliano abbia ragione. conosco il suo pensiero – non è di sinistra, ma è intensamente liberale. Quindi non ama né Trump né Netanyahu. Del suo amore per Israele sono testimone
Ferrara è una brava persona, ma ogni tanto gli capita di prendere una cantonata. Questa è una di quelle volte.
Quello che scrive Iuri Maria Prado fotografa la realtà fattuale, valida sino ad oggi, la sintesi è che Israele, come del resto ha fatto sempre, nel difendersi, a volte attaccando preventivamente, ha accettato le modalità imposte dai suoi nemici, conscio dei danni d’immagine che quella scelta comportava.
Però ora sono sopraggiunti dei fatti che mutano il panorama e renderanno difficilissimo se non impossibile il disegno di Netanyahu che prevede l’occupazione di Gaza e il conseguente rinvio sine della creazione dello stato della Palestina.
Come ho sostenuto in un mio recente articolo, il Patto di Abramo non si chiuderà mai senza il riconoscimento di parte israeliana del diritto dei palestinesi ad avere il loro Stato comprendente Cisgiordania e Gaza, anche a lungo termine, ma un impegno facente parte integrante del patto, su questo Mohammed bin Salman è stato chiaro e fermissimo.
I recenti accordi economico-commerciali tra lui e Trump hanno una valenza che riguarda anche la guerra russo-ucraina, perché l’aumento della produzione di petrolio congiunta di USA e Arabia Saudita ne ha fatto calare il prezzo in chiara funzione anti-russa.
Gli investimenti enormi promessi dai sauditi vincoleranno giocoforza il comportamento di Trump che non consentirà a Netanyahu di disturbare il manovratore, mentre cerca di trovare un accordo con l’Iran, l’idea di porre la striscia di Gaza sotto il controllo americano è perfettamente in chiave con il suo disegno, assolutamente in contrasto con quello di Netanyahu.
Trump, che, come presidente americano, rappresenta la vera e unica assicurazione sulla vita di Israele, ha i mezzi economico-politici per ridurre alla ragione un Netanyahu spintosi troppo avanti.
Chiudendo, l’analisi di Prado è giusta nella sostanza, ma il futuro lascia aperti i dubbi di Ferrara sulla cocciutaggine di Bibi.
I presidenti americani passano, i nemici di Israele con la ferma determinazione a distruggerlo, restano. Israele non può lasciare la propria sopravvivenza in mano ai giochi e agli interessi altrui.
Concordo.
Leggendo quest’articolo di Iuri Maria Prado, che condivido in pieno e che forse riesce ad essere più chiaro di quanto riesca ad esserlo io che sono sempre vittima delle mie passioni, mi è venuto in mente un proverbio cinese: “s?n rén chéng h?”, che tradotto in Italiano significa “tre uomini fanno una tigre”, cioè che la ripetizione di una bugia, anche se apparentemente assurda, da parte di tre persone rende più credibile l’accusa.
Ecco, diciamo che a forsa di sentir gridare “La Tigre!” anche Michele Magno e Giuliano Ferrara hanno creduto di aver visto la tigre.