Israele
Gli errori tecnici d’Israele a Gaza e la geografia asimmetrica del dolore
Qualche giorno fa altri bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza mentre erano in fila per prendere l'acqua. A colpirli è stato un drone israeliano che aveva scambiato un contenitore trasportato da uno di loro per un ordigno. Il portavoce dell’IDF ha ammesso l’errore, parlando di


Qualche giorno fa altri bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza mentre erano in fila per prendere l’acqua. A colpirli è stato un drone israeliano che aveva scambiato un contenitore trasportato da uno di loro per un ordigno. Il portavoce dell’IDF ha ammesso l’errore, parlando di “scambio di oggetto e postura” durante l’identificazione automatica. Le immagini circolate sui social hanno suscitato sdegno in tutto il mondo e riportato all’attenzione pubblica un nodo antico: gli “errori tecnici” durante operazioni militari in aree urbane densamente abitate. Ma quanto sono davvero eccezionali eventi come questo? E in quale misura colpiscono indiscriminatamente, a prescindere dalla bandiera del drone o del bombardiere?
Negli ultimi cinquant’anni, i conflitti armati si sono sempre più spostati nelle città. Le guerre del XXI secolo si combattono tra i palazzi, nei mercati, dentro scuole e ospedali. L’urbanizzazione crescente dei teatri di guerra ha moltiplicato i rischi per i civili. Secondo dati ONU, quando si usano armi esplosive in aree popolate, il 90% delle vittime sono civili. È un dato implacabile, che supera i confini morali e quelli geopolitici. L’episodio di Gaza, pur nella sua tragicità, non è un’eccezione, ma un’espressione paradigmatica di una tendenza più ampia: l’incapacità – o l’impossibilità – di separare bersagli militari e civili quando il nemico si muove tra la gente e le tecnologie di sorveglianza non distinguono un contenitore d’acqua da un ordigno improvvisato.
Spesso si ha l’impressione che siano solo le forze occidentali a commettere questi errori e a doverli spiegare davanti ai media e alla comunità internazionale. Ma questa impressione, pur essendo basata a volte su fonti documentate, riflette una realtà parziale e distorta, che non deriva da una maggiore colpevolezza, ma da una maggiore visibilità. Le democrazie occidentali dispongono infatti di meccanismi di trasparenza, di inchiesta interna e di pressione giornalistica che obbligano all’ammissione, talvolta anche forzata, dei propri sbagli. In Afghanistan, ad esempio, gli Stati Uniti hanno riconosciuto la morte di oltre 100 civili nel villaggio di Granai nel 2009, colpiti per errore da un B?1. L’Arabia Saudita, sotto pressione internazionale, ha ammesso il bombardamento di un autobus scolastico nello Yemen nel 2018. In Ucraina e in Siria, invece, le stragi civili causate da raid russi vengono sistematicamente negate o attribuite a “insorti”.
Quella che dovrebbe essere una simmetria del dolore non trova mai supporto in una corrispondente nella simmetria della responsabilità. In Siria, migliaia di civili sono stati uccisi da barili esplosivi sganciati dall’esercito governativo. In Iran, nel 2020, l’abbattimento di un aereo di linea ucraino con 176 morti è stato attribuito a un errore radar: solo dopo giorni di smentite il regime ha ammesso la verità. Anche le milizie palestinesi hanno compiuto spesso “errori tecnici” con conseguenze gravi, per esempio sparando razzi da Gaza che sono spesso caduti all’interno della Striscia provocando vittime tra gli stessi civili palestinesi, ma questi episodi non hanno provocato inchieste né indotto a pubbliche autocritiche.
Ecco, dunque, il paradosso: chi più ammette, più appare colpevole. L’Occidente, nella sua esposizione pubblica, rischia di apparire come il solo attore a causare danni collaterali, mentre altri, protetti da silenzi imposti o da propaganda, possono occultare le proprie responsabilità. In questo contesto, l’uccisione di alcuni bambini a Gaza diventa un simbolo doloroso non solo della violenza della guerra urbana, ma anche della sproporzione tra ciò che è visibile e ciò che resta nascosto.
Il prenderne atto non vuole essere un tentativo di relativizzare la portata di quanto accaduto. Nessuna democrazia può permettersi di giustificare la morte di bambini come un semplice “errore tecnico”, pur potendo cercare di fornire una spiegazione dell’errore. Ma l’indignazione morale, per essere autentica e non ipocrita, deve valere per tutti gli attori in gioco. Altrimenti si trasforma in una forma di selettività emotiva che finisce col rafforzare proprio quei regimi che negano ogni responsabilità. La trasparenza, pur dolorosa, resta un dovere. Ma lo è anche la giustizia della memoria perché se le vittime innocenti non hanno bandiera, le omissioni sistematiche sì.
E tuttavia, alla luce di quanto accaduto nei giorni scorsi – e in particolare della giornata di ieri, quando per un altro “errore” è stata colpita una chiesa cattolica non lontana da Gaza City, uccidendo altri tre civili innocenti – la situazione in cui viene oggi a trovarsi Israele sembra ogni giorno più complessa e delicata e la propaganda dei suoi nemici può esultare. Se infatti questo tipo di “errori” dovessero ancora ripetersi gli equilibri internazionali potrebbero volgersi a ulteriore svantaggio dello Stato ebraico, inducendo persino i cinici leader di Hamas a restare ammirati di fronte a una così spregiudicata vocazione autolesionista del governo israeliano.
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Non si tratta affatto solo degli errori della contraeria iraniana, ma della media di morti tra i civili in tutte le aree di guerra in arre densamente popolate degli ultimi sei decenni almeno, rispetto ai quali non ci sono state nemmeno vagamente equivalenti sollevazioni delle coscienze. E pensare che in questo caso, perchè tutto questo non accadesse, sarebbe bastato non massacare civili inermi a una festa, non rapire ostaggi, tra cui molti bambini, o almeno restituirli, non stuprare donne, non sottoporre i rapiti a torture, non usare il proprio popolo come un’enorme riserva di scudi umani perché tutto questo non accadesse. Ma mi remdo conto che un simile non accadimento le sarebbe risultato oltremodo sgradito. Quanto ai 200 giornalisti, molti di questi 200 – cifra che risulta forse ad Hamas e a chi prende per buone le informazioni, sicuramente per lei affidabii, dei nobili massacratori del 7/10 – si muovevano seguendo le istruzioni dello stesso Hamas in zone di combattimento interdette ai qualsiasi non combattente, erano cioè almeno in parte una tipologia particolarmente sofisticata e cinica di scudi umani. E quanto poi alle bombe, Hamas sapeva che il 7/10 avrebbe costretto Israele a lanciarle, perché esattamente a questo mirava quel progrom islamista e nazista, e ciò affinché potesse provocare in molte persone come lei esattamente la reazione che ha provocato in lei. Ma per fortuna la verità è figlia del tempo, e tutte le menzogne saranno smascherate non appena sarà data finalmente la parola a quella parte del popolo di Gaza che ha ormai ben compreso da quale infernale razza di efferati criminali sia stata arbitrariamente governata durante gli ultimi vent’anni.
Grande equivalenza mettere sullo stesso piatto uno dei mille mila ‘errori’ israeliani con quello della contraerea iraniana del 2020.
Non esiste al mondo un’altra zona dove sono cadute 100.000 bombe in un anno e mezzo di tiro a segno.
Non esiste al mondo una terra dove 200 giornalisti sono stati uccisi, così come centinaia di paramedici e di dottori, come un intero convoglio sterminato malgrado avessero le sirene dispiegate.
E i bambini muoiono di fame.
Continuate così, a parlare di ‘errori’.