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Guerra ibrida, propaganda e piazze: il vero significato del “blocchiamo tutto”

Guerra ibrida e disinformazione

Guerra ibrida, propaganda e piazze: il vero significato del “blocchiamo tutto”

Dietro la parola d’ordine “blocchiamo tutto” si gioca una questione che supera la protesta di piazza: la vulnerabilità delle democrazie europee davanti a campagne di destabilizzazione, propaganda e cedimenti politici interni. Da tempo si fa un gran parlare della guerra ibrida da parte della Russia di

Alessandro Chelo04/05/2026Aggiornato 03/05/20266 min lettura1.111 parole

Dietro la parola d’ordine “blocchiamo tutto” si gioca una questione che supera la protesta di piazza: la vulnerabilità delle democrazie europee davanti a campagne di destabilizzazione, propaganda e cedimenti politici interni.


Da tempo si fa un gran parlare della guerra ibrida da parte della Russia di Putin nei confronti dei Paesi europei.

Leggenda? Mito? Complottismo? In effetti le evidenze oggettive che testimoniano il piano putiniano in tal senso sono davvero tante e ampiamente documentate. I servizi di sicurezza dei diversi Paesi lo sanno molto bene.

La strategia della guerra ibrida è mirata a destabilizzare l’Europa senza dover ricorrere al solo scontro militare diretto. Prevede sabotaggi fisici, cyberattacchi, disinformazione. Si registrano infatti casi di droni sospetti su basi militari, sabotaggi di cavi nel Mar Baltico, e atti di vandalismo o incendi in vari Paesi europei, tra cui Polonia e Germania; completano il quadro il blocco dei segnali GPS sugli aerei (anche di leader europei) e attacchi informatici a infrastrutture critiche come ospedali e centrali.

Questo complesso di azioni è accompagnato dall’uso massiccio di campagne di disinformazione volte a influenzare le elezioni, creare divisioni sociali e indebolire, ad esempio, le politiche a sostegno dell’Ucraina.

Al fine di rendere più vulnerabili i Paesi europei, la guerra ibrida prevede la partecipazione al boicottaggio delle principali infrastrutture europee da parte degli stessi cittadini europei. Come? Attraverso manifestazioni volte a bloccare strade, tangenziali, stazioni.

Come convincere una moltitudine di persone a bloccare le infrastrutture del Paese? Attraverso una propaganda fondata su un’innumerevole quantità e varietà di fake news. Essa fa oggi leva sulla cosiddetta questione palestinese, ma non disdegna, ad esempio, la questione ambientale e climatica. Si tratta di temi che, per ragioni diverse, scaldano i cuori di tante persone.

Qual è la parola d’ordine più gettonata in queste manifestazioni? Guarda caso, è la seguente: blocchiamo tutto. Così recitano gli striscioni che aprono questo genere di manifestazioni.

Il piano è fin troppo evidente: si organizza (e finanzia) la flotilla per Gaza; si grida allo scandalo per la prevedibile e inevitabile reazione israeliana; si organizzano (e finanziano) le manifestazioni di protesta nelle principali città, all’insegna del blocchiamo tutto; infine, si procede con il boicottaggio delle infrastrutture: strade, tangenziali, stazioni.

Chiunque partecipi a queste manifestazioni è colpevole: pochi eseguono, ma tanti, anche solo accettando l’esortazione a “bloccare tutto”, testimoniano la loro complicità, finendo per istigare gli esecutori.

La logica vorrebbe che tutti costoro fossero contrastati con idranti e manganello, ma questa scelta non è così scontata poiché anche l’innalzamento del “livello dello scontro” è un fattore di instabilità perseguito dalla strategia della guerra ibrida putiniana che ormai potremmo peraltro definire più compiutamente russo-islamista.

Chiunque marci mosso da quelle parole, blocchiamo tutto, dovrebbe sentirsi fuori dalla legge e dal contesto politico democratico.

Certo, per ottenere un effettivo isolamento, sarebbe imprescindibile l’accordo trasversale di tutte le forze politiche, proprio come avvenne negli anni Settanta nei confronti dei brigatisti rossi, ma questa condizione, oggi, non è così scontata per almeno due ordini di ragioni.

La prima ragione riguarda il pretesto oggi utilizzato dagli attivisti del blocchiamo tutto, il pretesto propal, vero e proprio grimaldello volto a scardinare le istituzioni democratiche. Si tratta di un argomento che in Italia ha un appeal del tutto speciale.

Ciò a causa di un antisemitismo diffuso che ha sempre continuato a serpeggiare nel Paese. Un antisemitismo che appartenne alla destra fascista e forse tuttora in quell’ambito continua ad albergare, che certamente appartiene alla sinistra massimalista che l’ha sempre utilizzato in chiave anti-occidentale e anti-americana, ma appartiene anche a buona parte del mondo cattolico e anche alla sinistra riformista e atlantista, a causa dello strenuo sostegno che Bettino Craxi sempre assicurò alla cosiddetta causa palestinese.

Quest’ultimo elemento contamina anche l’area politica che fa riferimento a Forza Italia, che ha in buona parte raccolto l’eredità politica craxiana. Insomma, il sostegno a Israele è certamente negato a sinistra, ma non è così unanimemente e convintamente propugnato neppure a destra.

La seconda ragione di difficoltà riguarda la deriva movimentista che ha travolto la sinistra e in particolare il Partito Democratico. A sinistra, non solo si condivide il pretesto, la questione propal, ma si guarda con una certa accondiscendenza anche al metodo: in fondo quelli che bloccano una stazione o una tangenziale sarebbero solo compagni che sbagliano.

Anche negli anni Settanta alcuni consideravano i brigatisti rossi alla stregua di compagni che sbagliano, ma erano singoli intellettuali e gruppuscoli dell’ultra-sinistra; oggi, invece, si fanno di fatto portatori di questo mood i principali partiti di opposizione e anche diversi rappresentanti istituzionali.

È ad esempio il caso del sindaco (pardon, la sindaca) Silvia Salis, nuova icona della sinistra, che non perde occasione per presentarsi con la fascia tricolore a benedire i sostenitori del blocchiamo tutto, spesso scortata da appartenenti ad associazioni putiniane.

Insomma, questa questione cruciale, da cui dipende nientemeno che la sicurezza nazionale del Paese, rappresenta il discrimine di ogni scelta politica futura. Non c’è forza politica che non sia chiamata a prendere posizione rispetto alla difesa del Paese, e in generale dell’Europa, dall’intento putiniano di realizzare il sogno di un impero che si estenda da Pietroburgo a Lisbona.

Non bastano le dichiarazioni di principio, contano le prese di posizione: non solo chi è contrario all’ammodernamento dei sistemi di sicurezza europei, al potenziamento delle forze armate italiane e al sostegno militare alla resistenza ucraina, ma anche chi guarda con accondiscendenza ai falsi ribelli della flotilla e del blocchiamo tutto, si pone in una posizione oggettivamente complice di Putin, contraria all’interesse nazionale.

Di ciò bisognerà ben tenere conto nella definizione delle future alleanze.


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