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I nodi della trattativa tra Stati Uniti e Iran con Israele convitato di pietra

Iran

I nodi della trattativa tra Stati Uniti e Iran con Israele convitato di pietra

Mentre Donald Trump lancia ultimatum e minacce pubbliche all'Iran, dietro le quinte i canali diplomatici restano aperti. Una doppia strategia — pressione massima e negoziato silenzioso — che Washington ha già usato in passato e che solleva una domanda: il fragore è la politica, o il

Bahram Farrokhi14/04/2026Aggiornato 13/04/20263 min lettura609 parole

Mentre Donald Trump lancia ultimatum e minacce pubbliche all’Iran, dietro le quinte i canali diplomatici restano aperti. Una doppia strategia — pressione massima e negoziato silenzioso — che Washington ha già usato in passato e che solleva una domanda: il fragore è la politica, o il suo contrario?


Contrariamente al clima mediatico carico di tensione alimentato da una parte dell’opposizione iraniana più interventista, e parallelamente dalle dichiarazioni dure e dalle apparizioni pubbliche sempre più frequenti di Donald Trump, le dinamiche reali sul piano geopolitico sembrano seguire una traiettoria diversa.

I canali di comunicazione tra Teheran e Washington, sebbene lontani dai riflettori, non solo non si sono interrotti, ma continuano a essere attivi in forma discreta.

Secondo fonti informate, due dossier risultano centrali in queste interlocuzioni: da un lato, la gestione e il controllo dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per la sicurezza energetica globale, dall’altro, il destino delle scorte di uranio arricchito al 60%, che resta uno dei principali nodi critici nel confronto tra Iran e Occidente.

Per quanto riguarda Hormuz, emergono segnali circa la possibilità di una parziale internazionalizzazione del dispositivo di sicurezza, con il coinvolgimento di attori europei. Un’ipotesi che, nelle intenzioni, potrebbe contribuire a ridurre il rischio di un confronto diretto tra Iran e Stati Uniti, favorendo una forma di equilibrio operativo in un’area altamente sensibile.

Più complessa appare invece la questione dell’uranio. Tra le opzioni in discussione figurano la diluizione delle scorte o il mantenimento di quantitativi limitati sotto stretto controllo all’interno del territorio iraniano. 

Si tratta di soluzioni tecniche che mirano a conciliare le preoccupazioni occidentali in materia di non proliferazione con le esigenze di sovranità rivendicate da Teheran, ma il margine per un’intesa resta ancora incerto.

In questo contesto, il ruolo di Israele si conferma determinante. In qualità di stretto alleato degli Stati Uniti, Tel Aviv ha storicamente guardato con scetticismo a qualsiasi percorso di distensione con il regime islamico. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu, che considera il programma nucleare iraniano una minaccia esistenziale, potrebbe intervenire, sia attraverso pressioni politiche su Washington sia mediante iniziative di natura informativa e operativa, per influenzare o rallentare il processo negoziale. 

Un fattore che introduce ulteriori elementi di incertezza in un quadro già di per sé fragile.

Nel complesso, la narrazione di un’escalation imminente non sembra riflettere pienamente ciò che accade dietro le quinte. 

Piuttosto, si assiste a un tentativo prudente di gestione della crisi, il cui esito dipenderà non solo dalla volontà delle parti direttamente coinvolte, ma anche dal comportamento degli attori regionali, in primis Israele.


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