Politica italiana
Il Campo Largo scopre a Venezia che il No al referendum non era un programma di governo
Il Campo Largo aveva trasformato Venezia nel simbolo della spallata al governo Meloni. Il risultato, però, ha restituito alla sinistra una doccia fredda: niente crollo della maggioranza, molti nodi irrisolti e una domanda ancora aperta in vista del 2027: con chi, con quale leader e per




Il Campo Largo aveva trasformato Venezia nel simbolo della spallata al governo Meloni. Il risultato, però, ha restituito alla sinistra una doccia fredda: niente crollo della maggioranza, molti nodi irrisolti e una domanda ancora aperta in vista del 2027: con chi, con quale leader e per fare cosa?
All’indomani del referendum sulla giustizia irriformabile, qui su InOltre consigliavamo al trionfante Campo Largo di non cullarsi sugli allori, di non considerare roba propria tutti i voti per il No e di fare tesoro della storia politica recente, così ricca di vittorie annunciate del centrosinistra poi rimaste allo stato di annuncio.
Dalle parti della coalizione rossogialloverde non ci si è ovviamente curati né del nostro né di altri più autorevoli suggerimenti dello stesso tenore. Anzi, i “retroscena” degli ultimi due mesi hanno a più riprese riferito come, soprattutto dalle parti del Nazareno, fosse già partito l’infantile gioco di società del “chi va dove” nel prossimo governo.
I più diversamente giovani ricorderanno l’euforica libidine con la quale, a sinistra, si giocò ad analogo “Monopoli” ministeriale per tutto il lontano 1993, quando la distruzione per via giudiziaria dell’odiato pentapartito sembrò lasciare senza rivali la “gioiosa macchina da guerra” guidata da Achille Occhetto.
Anche questa volta, la vittoria del No, il conseguente, indubbio effetto destabilizzante che quel risultato ha avuto sul centrodestra, e in primis sulla premier, e l’oggettivo complicarsi dell’azione governativa per effetto della congiuntura internazionale hanno prodotto un’epidemia di sicumera a sinistra.
Si immaginava il percorso che separa dalle elezioni politiche come tutto in discesa. Una discesa costellata dall’agonia del governo Meloni. Una discesa che avrebbe lasciato tutto il tempo per dilazionare lo scioglimento della caterva di nodi politici che riguardano il Campo Largo.
In questo contesto, serviva un ultimo, deciso fattore di accelerazione. Un evento che tramortisse il periclitante governo Meloni e che ponesse l’inerzia della politica, da qui alle urne del ’27, lungo un unico, lungo piano inclinato favorevole al centrosinistra. Se questo evento non c’era, bisognava crearlo.
Qui si è aperto lo spazio per una scelta rivelatasi davvero improvvida. In vista di un test elettorale amministrativo limitato ed eterogeneo, del quale sarebbe stato difficile rintracciare il focus, il Campo Largo ha deciso di facilitare il compito di noi commentatori e ha indicato a tutti quale sfida avrebbe dato il segno al responso delle urne: il Comune di Venezia.
Come ha osservato Lorenzo Pregliasco, direttore di YouTrend, “il significato politico di queste Comunali era di per sé modesto. È stata l’opposizione a darglielo legandolo soprattutto a una vittoria a Venezia. Operazione legittima, se pensi di vincere nella città principale. Ma se poi ti va male, quell’investimento politico ti torna indietro”.
L’investimento è tornato indietro e pure con gli interessi, visto l’inequivocabile risultato veneziano.
“Da qui mandiamo a casa Meloni” aveva detto Schlein nel comizio di chiusura sulla Laguna. Anche al netto della scontata retorica elettoralistica, un’affermazione che stride davvero troppo nel confronto con i dodici punti di distacco rimediati dal candidato campolarghista Martella.
Ovviamente le conseguenze di questo voto, che si inserisce in un contesto di sostanziale pareggio tra i due poli in attesa dei ballottaggi, non vanno ora enfatizzate, salvo perseverare nello schema distorto indotto dai leader del centrosinistra.
La maggioranza ha ben ragione di ironizzare sul rinvio del proprio crollo, sebbene le incognite che la riguardano rimangano intatte, ma il test rimane limitato e localistico. La partita delle politiche è, ad oggi, apertissima. Degna di una tripla, per intenderci.
Quello che cambia è il contesto in cui il Campo Largo si dovrà preparare a quella scadenza. Nessuna discesa spensierata e trionfale. Innanzitutto una doccia fredda di realtà.
Quella realtà che richiama un osservatore non certo antipatizzante verso il centrosinistra come Gianfranco Pasquino: “La verità è che il centrodestra (…) è comunque maggioranza nel Paese, di questo il centrosinistra dovrebbe ricordarsi, il referendum è stato un voto diverso”.
Ma soprattutto, il Campo Largo dovrà fare i conti, in un clima inevitabilmente meno disteso ed euforico, con la propria attuale inadeguatezza politica e programmatica ad affrontare la sfida per le politiche.
A un anno o poco più dal voto, e comunque già nel pieno della relativa campagna elettorale, nessuno, neppure il più sfegatato tifoso della supposta coalizione, sarebbe onestamente in grado di chiarire alcuni trascurabili dettagli.
Bagatelle del tipo: qual è l’esatto perimetro della coalizione e chi ne è il leader? Se ancora il leader è Ignoto X, è dato sapere con quali procedure — primarie, “caminetti” o aruspici — verrà sciolta l’incognita?
Come, e a quale prezzo, si pensa di comporre la diaspora dell’elettorato pentastellato che, all’evidenza, in assenza di propri candidati non sente alcun vincolo di coalizione? Soprattutto, qual è il programma del Campo Largo?
Su tutti i temi sui quali gli esponenti del centrosinistra, facendo il loro mestiere, quotidianamente maramaldeggiano nei confronti di Meloni, dalla politica internazionale a quella economica, quali sono le loro proposte?
Il tempo della retorica dell’“ascolto”, della fuffa ruffiana e populista dei “programmi dal basso” è ampiamente scaduto. Così come sono ormai stucchevoli gli esorcismi sulle primarie all’insegna del “saremmo pazzi a dividerci sui nomi”.
Quando in politica non ci si vuole dividere sui nomi, cioè scegliere chi guida (il che, beninteso, non deve necessariamente avvenire con le primarie), è perché non si è in realtà ancora d’accordo su nulla, su alcun contenuto.
Certo, si può adottare il punto di vista di Matteo Renzi che, nella sua nuova stagione di populista “de sinistra”, invita i compagni di strada a non indulgere al tafazzismo perché, intanto, “vinceremo le elezioni su inflazione, stipendi e bollette”.
Il che potrebbe pure accadere. Peccato che non sia dato sapere cosa il Campo Largo ci offrirebbe su questi problemi all’indomani del voto. La solita coazione a ripetere del “tassa e spendi”? La devastante mistica contiana di ristori, sussidi e bonus per la qualunque?
Qualcuno li avvisi che lo spazio politico e finanziario per queste soluzioni è drammaticamente esaurito.
In molti osservano, e non senza ragione, che Meloni avrebbe enorme bisogno di una nuova narrazione di qui al voto. Il punto è che anche lo storytelling del Campo Largo, così ossessivamente incentrato sulla demonizzazione e la svalutazione della premier, mostra sempre più la corda man mano che si avvicinano la scadenza elettorale e gli interrogativi connessi: chi siete? Per fare cosa?
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