Il dibattito delle idee
Il centrodestra una leader ce l’ha. Si può dire lo stesso per il centrosinistra?
Il centrodestra una leader ce l'ha, al di là delle opinioni che se ne possano avere. Si può dire lo stesso per il centrosinistra? Provo a rispondere sine ira et studio, con una breve rassegna del significato che il termine “leadership” ha assunto nel corso del


Il centrodestra una leader ce l’ha, al di là delle opinioni che se ne possano avere. Si può dire lo stesso per il centrosinistra? Provo a rispondere sine ira et studio, con una breve rassegna del significato che il termine “leadership” ha assunto nel corso del tempo. Sarà il lettore a trarre le sue conclusioni.
Il termine deriva dal verbo inglese to lead, comunemente usato per tradurre il latino ducere. Il termine leader ha ovviamente la stessa radice: leader è “one who leads” in tutte le accezioni del verbo inglese, la più generale delle quali è “cause to go along with oneself”, cioè “farsi seguire”; mentre una delle più specifiche è “to govern”, governare.
Nelle scienze sociali le definizioni di leadership si sono moltiplicate nel tempo, ma – come hanno osservato i suoi più attenti studiosi – essa è eminentemente caratterizzata dall’invenzione creativa che sorregge sia la volontà di determinare le scelte collettive, sia l’azione esercitata a questo fine. Ovviamente, l’autorità e il potere del leader non possono basarsi su un credito di fiducia illimitato, ma devono produrre benefici e risultati positivi per i seguaci; né possono essere esenti da verifiche periodiche, come le elezioni o le “primarie” di partito.
Storicamente, è stato forse Platone il primo ad affermare il principio della leadership. Nelle Leggi, il filosofo greco sostiene che vi è chi – essendo nato ed educato per questa funzione – deve “comandare, guidare e governare” gli altri perseguendo il bene della polis. Nella cultura ellenica e latina l’interesse per i grandi leader politici e militari è costante. Ma solo nel 69 d.C. la Lex de imperio Vespasiani legittima il potere personale assoluto dell’imperatore romano, da cui trae origine la categoria politica del cesarismo.
Se cavalieri e re rappresentano i leader più rilevanti del Medioevo, la “Great Rebellion” inglese del Seicento apre la strada al primo episodio cesaristico moderno: la dittatura personale di Oliver Cromwell. Con la “Glorious Revolution” di fine secolo comincia invece l’era della monarchia costituzionale, che culmina nella creazione del Gabinetto di governo e dell’istituto del premier. D’altro canto, dalla Rivoluzione americana e dalla Convenzione che ne sancisce la vittoria (1787) nasce la repubblica presidenziale. Le due democrazie anglosassoni si sono così assicurate una leadership personale forte attraverso la sua progressiva istituzionalizzazione.
I principali Stati europei sviluppano invece il modello della democrazia parlamentare, ma la Francia ha vissuto con i due Bonaparte esperienze illiberali che hanno ispirato una nuova categoria della politica: il bonapartismo (in verità coincidente con il cesarismo per l’essenziale, ossia il potere personale appoggiato dall’esercito e dal popolo tramite il plebiscito).
Nel pieno del XX secolo, Italia, Germania e Russia sono state soggette a regimi totalitari. Nella Führerprinzip teorizzata da Hitler in Mein Kampf (1925-1927), il leader espresso dalla lotta rivoluzionaria, e perciò “selezionato dalla Natura”, nomina i capi di tutte le istanze dello Stato e del partito unico, costruendo dal vertice la piramide del potere.
La riflessione scientifica sulla leadership matura tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con i contributi di Gaetano Mosca sulla classe politica, di Vilfredo Pareto sulle élite, di Roberto Michels sui partiti e sui sindacati operai, e poi sul fascismo. Ma è stato soprattutto Max Weber a lasciare l’impronta più profonda, elaborando il concetto di carisma.
La psicologia ha a sua volta fornito contributi importanti con lo studio del rapporto tra leader e folla da parte di Gustave Le Bon e Sigmund Freud. Il confronto tra totalitarismo e democrazia ha poi ispirato, negli anni Trenta e Quaranta, le ricerche di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer sulla celebre e controversa “personalità autoritaria”.
Come ha scritto Marco Tarchi, uno degli ideologi più autorevoli della “Nuova destra”, la “leadership forte è innanzitutto un esempio di quella semplicità che il movimento intende restituire alla politica; è la dimostrazione di come le istanze dei cittadini possano essere espresse senza ricorrere alle lungaggini del processo rappresentativo” (L’Italia populista. Dal qualunquismo ai girotondi, Il Mulino, 2003).
Nella fase costitutiva dei movimenti collettivi – e segnatamente di quelli politici – in cui esigenze morali, politiche e religiose si uniscono e si confondono, c’è bisogno di “profeti” o leader carismatici che sappiano trasformare il messaggio politico in arringa e predica.
Nel secolare dibattito sulla leadership non sono mancate impostazioni imprecise e partigiane, in particolare sul rapporto tra leader e società. Secondo gli studiosi più avvertiti, si tratta di un rapporto di interazione, da esaminare nel suo concreto equilibrio in ciascun contesto storico.
Cogliendo questo aspetto, Machiavelli scrive nel Principe che per conoscere la “virtù” di Mosè, la “grandezza d’animo” di Ciro e l’“eccellenza” di Teseo erano necessarie le condizioni – rispettivamente – di schiavitù, oppressione e dispersione dei loro popoli; e che quelle tre condizioni si trovavano unitamente presenti nella nostra penisola, ma esasperate, forse proprio per mettere alla prova “la virtù di uno spirito italico”.
Quale che sia il giudizio sulle qualità della leadership, l’evidenza empirica ci dice che essa ha giocato un ruolo cruciale soprattutto nelle situazioni straordinarie, cioè nei momenti di fondazione o trasformazione di uno Stato. Si è appena citato Machiavelli, scienziato pragmatico della politica.
Ma nella filosofia della storia di Hegel, l’individuo “cosmico-storico” è pur sempre il protagonista delle grandi crisi di transizione, colui che squarcia l’involucro soffocante del vecchio ordine per farne nascere uno nuovo. Solo che, per il grande fiorentino, il leader solca un mare dalle rotte sempre ignote, mentre per il filosofo tedesco (e per Marx) il porto in cui approderà è comunque prestabilito.
Considerando la lunga e profonda crisi del nostro sistema politico-istituzionale, si può allora comprendere perché la navigazione dei capi politici della sinistra italiana risulti tuttora piuttosto tempestosa.
Concludo con una nota di pessimismo. D’altronde, come diceva Giovanni Sartori, il pessimismo è pericoloso solo se induce alla resa; altrimenti il vero male lo fanno l’ottimismo e il tranquillismo, che inducono a non far nulla.
Il teatro, la democrazia e le Olimpiadi sono coetanei: nacquero circa due millenni e mezzo fa in Grecia. All’ombra dell’Acropoli “si intrecciarono rappresentazione, rappresentanza e competizione: così nacque la politica” (Oliviero Ponte di Pino, Comico & Politico, Cortina, 2014). In questo processo il teatro ha avuto un ruolo centrale, perché fare parte di un pubblico non era soltanto un aspetto della vita sociale della città: era anche un gesto politico fondamentale.
Infatti, sedersi come spettatore che valuta e giudica significava partecipare come cittadino, come soggetto politico. Ed è stata in particolare la tragedia a offrire lo strumento cardinale per questa trasformazione, a costituire la specifica forma estetica su cui poggiava la democrazia ateniese. Ebbene, il pericolo che la democrazia italiana divenga il teatro di un’altra forma estetica, quella della commedia dell’arte di Arlecchino e Pulcinella – portentosa messa in scena del nostro atavico istrionismo – c’è, ed è tutt’altro che da sottovalutare.
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Mi sembra che siamo già “partiti per la tangente” quando gli elettori si sono affidati a Beppe Grillo e giù a scendere: Conte è animato da un’ipertrofica ambizione, Schlein spara slogan che assomigliano a discorsi, AVS va a passo di gambero.
Di Maio è stato l’unico intelligente: sparito dai radar.
Ma siamo noi elettori ad aver perso il senso di essere soggetti politici, correndo dietro a chi le spara più grosse.
E comunque, a me me piace Michele Magno!