Israele
Il “dal fiume al mare” di Israele e il tradimento del sionismo democratico
Il senso della manifestazione per Gaza tenutasi qualche giorno fa alla Mostra di Venezia e di quella che ha accompagnato a Genova la partenza della Global Sumud Flottilla era perfettamente racchiuso negli slogan riportati sugli striscioni: “Stop genocide – Palestina libera dal fiume fino al mare"



Il senso della manifestazione per Gaza tenutasi qualche giorno fa alla Mostra di Venezia e di quella che ha accompagnato a Genova la partenza della Global Sumud Flottilla era perfettamente racchiuso negli slogan riportati sugli striscioni: “Stop genocide – Palestina libera dal fiume fino al mare” a Venezia e “Free Palestine” a Genova.
La Palestina va quindi liberata dal fiume al mare, cioè dalla presenza di Israele, e la sua liberazione implica una resistenza (samud) all’usurpazione e colonizzazione ebraica, che la Sindaca di Genova, Silvia Salis, ha esplicitamente paragonato a quella dal nazifascismo: “In una città, che è medaglia d’oro per la Resistenza, si aiuta gli altri a resistere…”.
Sarebbe fin troppo semplice replicare che dal 2022 ad oggi per la resistenza ucraina non si è affatto vista la mobilitazione di questa vasta compagine politico-sociale pro Pal, che ha semmai contestato l’inclinazione “bellicista” degli ucraini e dei paesi europei più schierati in loro difesa, esecrando ogni paragone con la resistenza italiana al nazifascismo e col sostegno che essa aveva meritato dalle truppe alleate. Silenzio complice su Hamas, acribia ostile su Zelensky.
Anche a prescindere da questo – ed è impossibile prescinderne – è molto significativo – e perfettamente coerente con la negligenza o l’avversione per la causa ucraina – che in tutta la sinistra italiana, tranne rare eccezioni individuali, non si capisca l’enormità di questa festosa capitolazione alla propaganda di Hamas, che fa coincidere la questione palestinese con la (nuova) questione ebraica e la sua soluzione con una nuova soluzione finale.
Da ottant’anni la “resistenza” palestinese a Israele è semplicemente l’opposizione violenta, militare e terroristica, all’esistenza di uno stato ebraico in Palestina, non la lotta per la creazione di uno stato arabo accanto a quello ebraico.
È pure possibile che una parte della sinistra consideri il “dal fiume al mare” e la demagogia resistenziale come una sorta di licenza retorica, giustificata dall’esigenza di contrastare, senza dividere e disperdere le forze, la guerra del governo Netanyahu a Gaza.
Se così fosse, sarebbe pure peggio, perché scegliere di confondere deliberatamente il contrasto a operazione belliche legittime, ma condotte, in base alle accuse, in violazione del diritto internazionale umanitario con la denuncia della natura intrinsecamente criminale del belligerante israeliano significa da una parte destituire di qualunque credibilità la contestazione dei crimini di guerra del Governo Netanyahu e dall’altra paradossalmente “normalizzare” quanto sta succedendo in Israele, che “normale”, rispetto alla storia dello stato ebraico, proprio non è.
Per chi oggi mortifica Israele con gli argomenti mutuati dal breviario antisionista del 1947, tra Ben Gurion e Itamar Ben-Gvir non ci sono vere differenze. Solo chi non pensa che lo stato ebraico sia un tumore incistato nel corpo della nazione araba può vedere e a buon diritto denunciare il pericolo che incombe sul destino di Israele e la malattia che minaccia la sua anima. Ma a rendere meno osceni gli striscioni che aprono i cortei per Gaza non è la circostanza disgraziata che nel Governo di Israele c’è oggi chi lavora alacremente a un “dal fiume al mare” ugualmente e contrariamente osceno.
Il problema della verità su Israele rimane a distanza di parecchi decenni il nodo degli equilibri politici del Medioriente e della legittimità di qualunque possibile soluzione della questione palestinese. Ma è anche un problema che sempre più urgentemente si pone per chi difende l’onorabilità della storia dello stato ebraico e il suo diritto a essere quello che è, non quello che rischia di diventare. Questa esigenza – l’esigenza di dire e ripetere la verità su Israele, ma questa volta a Israele e non ai suoi nemici – è l’unica vera “novità” di una guerra che altrimenti proseguirebbe sempre uguale a sé stessa da ottanta anni.
La maggioranza di governo pro tempore della Knesset ha una strategia dichiarata, ufficializzata e scoperta non solo nella demagogia propagandistica degli estremisti messianici: “O noi o loro”. A rendere credibile, anche se non necessariamente vero, l’addebito di crimini orrendi a Gaza – affamamento, deportazione, pulizia etnica, apartheid – è il fatto che questi crimini sono ripetutamente proclamati dai rappresentanti del potere ufficiale come strategia necessaria per la vittoria. Che l’intera informazione su questa guerra sia condizionata dalle notizie pilotate da Hamas a una stampa internazionale stupida o corrotta, e riportate come verità di fatto, non cambia la sostanza del problema del totale collasso reputazionale delle istituzioni di governo israeliane.
Il Parlamento israeliano ha recentemente approvato, anche se non ancora giuridicamente deliberato, il progetto di annessione della Cisgiordania, con un linguaggio che non sarebbe sfigurato nelle rivendicazioni di Milosevic su Kosovo Polje: “Questa [Giudea e Samaria] è la nostra terra. Questa è la nostra casa. La Terra d’Israele appartiene al popolo d’Israele. Nel 1967, l’occupazione non è iniziata; è finita, e la nostra patria è stata restituita ai suoi legittimi proprietari. Siamo i primi nativi di questo pezzo di terra”. Inoltre, anche al di là dei propositi di ricolonizzazione proclamati dalla destra suprematista – Make Gaza Jewish Again – le autorità di governo non possono certo nascondere dietro un dito la loro intesa con Trump sul Great Trust di Gaza e sull’idea di risolvere il problema della Striscia facendone prima un deserto di macerie e poi una Las Vegas mediterranea a gestione mista statunitense e israeliana.
Se quello che non le voci, ma i progetti ufficiali del Governo di Gerusalemme prospettano andasse in porto, Israele diventerebbe una sorta di Rhodesia ebraica, in cui a circa 5 milioni di arabi (oltre ai 2 milioni che già vivono in Israele) non si offrirebbe altra alternativa che tra la deportazione e la segregazione, essendo decisamente escluso che il governo Netanyahu persegua il progetto irrealisticamente generoso di una democrazia binazionale composta da 7 milioni di arabi e 7 milioni di ebrei con uguali diritti civili e politici.
Barak e Sharon erano giunti saggiamente alla conclusione che un confine tra arabi ed ebrei tra il fiume e il mare fosse necessario innanzitutto per Israele, che in sua assenza avrebbe dovuto presto scegliere tra il rimanere uno stato ebraico o uno stato democratico. Il che non significa regalare uno stato ad Hamas, ma non pregiudicare la possibilità, almeno teorica, che uno stato palestinese, se non democratico, almeno compatibile con l’esistenza di Israele, possa sorgere in futuro tra il fiume ed il mare. Questa possibilità – ripeto – serve soprattutto a Israele, ma il suo Governo sta tentando di impedire per sempre tutto questo e lo sta facendo utilizzando il 7 ottobre come occasione da non perdere per giungere a questo risultato.
Questa verità deve valere per tutti, amici o meno di Israele o della causa palestinese: qualunque “dal fiume al mare” è un passo irrimediabile nell’abisso della barbarie e mentre per i palestinesi si tratta della reiterazione coatta di uno schema che da ottant’anni li condanna al martirio, a maggiore gloria della jihad contro gli ebrei, per Israele sarebbe un tradimento irrimediabile dell’ideale umanistico e democratico del sionismo.
Proprio chi non accetta di derubricare il “dal fiume al mare” pro Pal a metafora dell’indignazione e dell’ira per i morti di Gaza non può e non deve accettare che quello per la Grande Israele sia scriminato dagli orrori del 7 ottobre.
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