Conflitto russo-ucraino
Il Donbass come l’Alto Adige?
Nel 2015, alla vigilia di un vertice del Gruppo di Minsk, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni propose di assumere il modello autonomistico altoatesino per il Donbass. Due settimane dopo l'inizio dell'invasione russa, Matteo Renzi rilanciò questa idea. Forse allora poteva sembrare sensata e ragionevole, ma


Nel 2015, alla vigilia di un vertice del Gruppo di Minsk, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni propose di assumere il modello autonomistico altoatesino per il Donbass. Due settimane dopo l’inizio dell’invasione russa, Matteo Renzi rilanciò questa idea. Forse allora poteva sembrare sensata e ragionevole, ma tre anni di guerra l’hanno messa in soffitta. Tuttavia, proviamo a riassumere per sommi capi la storia di quel modello. Chiedo venia al lettore se, per raccontarla, inizio da un’esperienza personale.
Da sette anni trascorro le vacanze estive, e talvolta invernali, in una nota località della Val Pusteria. Lì ho conosciuto italiani che credono di sapere dell’Alto Adige quanto basta, mentre ne sanno poco e, forse, ne hanno sempre capito poco. Ci passano quando devono andare a Innsbruck o in Germania, ci vengono d’inverno per sciare o d’estate per una passeggiata in montagna, in un ambiente che sembra fatto apposta per il riposo del corpo e l’igiene della mente. Ne ammirano l’ordine, la pulizia, l’efficienza dei servizi sanitari e alberghieri; e a molti di loro sembra impossibile che paesaggi così tranquilli siano stati teatro di conflitti drammatici, i quali hanno svelato all’Europa l’esistenza di una questione altoatesina.
La sua data di nascita è il 10 settembre 1919, quando le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale firmano a Saint-Germaine-en-Laye il trattato che stabiliva la ripartizione del dissolto impero austro-ungarico, tra cui l’annessione di Trento e Bolzano al nostro paese. Appena tre anni dopo inizia il “ventennio della follia”. Il 2 ottobre 1922 arrivano a Bolzano alcuni camion di camicie nere che incominciano a insegnare l’idioma di Dante agli “alloglotti” -come venivano chiamati dai fascisti- con la didattica dei manganelli e dell’olio di ricino. È il primo capitolo di una italianizzazione coatta costellata di dolorose divisioni.
Quando nel maggio 1945 entra in scena la Südtiroler Volkspartei (Svp), il neopartito rivendica il diritto all’autodeterminazione dei tirolesi e si schiera con l’Austria nella richiesta di un referendum popolare per poterlo esercitare. Ormai c’erano gli italiani, in Sudtirolo/Alto Adige; e c’era quel personaggio invisibile, l’odio, capace di riempire le valli e di scalare le Dolomiti. Gli anni Cinquanta furono quelli dell’offensiva autonomista della Svp di Silvius Magnago, all’insegna dello slogan “Los von Trient” (Via da Trento). Furono gli anni della “stagione delle bombe”, seguita a metà degli anni Sessanta dalla “stagione dei mitra” in cui persero la vita guardie di finanza, carabinieri, militari. Dopo molti sforzi durati un decennio, il 20 gennaio 1972 entra in vigore il nuovo Statuto di autonomia. Ma solo nel 1976 vengono emanate le norme attuative su due temi cruciali: la proporzionale etnica nel pubblico impiego e il bilinguismo.
Quando furono applicate in modo rigoroso le due norme-chiave dello Statuto di autonomia, i nostri connazionali si sentirono franare il terreno sotto i piedi. I sudtirolesi avevano il commercio, l’agricoltura e il turismo. Gli italiani avevano il pubblico impiego prima che la proporzionale etnica glielo togliesse, e il lavoro nelle fabbriche prima che le fabbriche cominciassero a chiudere a causa della crisi economica. Credevano che quei posti di lavoro non fossero un privilegio, ma fossero un diritto. Né si erano mai chiesti perché i sudtirolesi parlassero l’italiano mentre nessuno di loro, o quasi, parlava il tedesco. Solo nel 1992 si chiuderà il trentennale contenzioso diplomatico con l’Austria, che Bruno Kreysky aveva addirittura portato sui banchi dell’Onu. Con una “dichiarazione liberatoria”, il governo di Vienna accettava le misure approvate dal dicastero Andreotti per la tutela delle genti altoatesine.
Dopo aver conquistato l’autonomia, la provincia di Bolzano ha avuto tre presidenti. Il primo, Silvius Magnago (1914-2010), ne è stato il padre. La sua storia personale coincide con la storia del Sudtirolo. Come tanti altri giovani della sua generazione, nel 1939 scelse la Germania di Hitler. Ferito sul fronte russo, perse una gamba. Nel dopoguerra fu un tenace assertore del distacco da Trento. Era letteralmente ossessionato dall’idea che cinquantasei milioni di italiani potessero assimilare e assorbire cinquecentomila altoatesini. Il secondo presidente, Luis Durnwalder (nato nel 1941), apparteneva alla generazione più aperta alle ragioni del dialogo. Il terzo, Arno Kompatscher (nato nel 1971), si è insediato nel gennaio del 2014. Quando il Parlamento di Vienna approvò nel 2019 la proposta di concedere la cittadinanza austriaca agli altoatesini di lingua tedesca, si affrettò a precisare che quel voto non implicava progetti di secessione, ma era solo l’espressione simbolica di un “rapporto sentimentale” con quella che una volta era la madrepatria. Se il Parlamento di Vienna fosse stato la Duma di Mosca, forse quel voto avrebbe segnato l’avvio di una “operazione militare speciale”.
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gli altoatesini sono separati in casa e non hanno alcun interesse a distaccarsi dall’italia: ricevono denaro (regione a statuto speciale), i turisti spendono, parlano tedesco, vanno a curarsi in Austria, occupano i posti chiave anche perchè gli italiani non parlano tedesco e hann approvato leggi che favoriscono i cittadini di madrelingua.